Livin’ la vida rotta

Nanni Moretti mi capisce. Non è per fare l’intellettuale di sinistra che frequenta i centri sociali, non si depila le ascelle e legge I fratelli Karamazov al fiume con una pietra aguzza nella schiena perché Marina di Ravenna è il tempio del capitalismo; il fatto è che Nanni ed io ragioniamo proprio nello stesso modo. Ricordo una volta – agli albori della mia “carriera” giornalistica – in cui durante un’intervista rimasi bloccata dall’imbarazzo su bellaNanni-dottormoretti-signorregista, e così esordì con un altisonante, esageratissimo MAESTRO. E fu così, per puro caso e per goffaggine, che io feci ridere Nanni Moretti. 

Più che il mio Maestro lui è me. Un po’ più brillante di me, ok, ma è me quando vado in motorino e guardo tutte le finestrine e terrazzine e vasini e colonnine, è me quando mi alzo di notte e vorrei sprofondare i pensieri in un vaso di nutella da 50 chili, è tantissimo me quando ho voglia di litigare con qualcuno, peccato che io non abbia il set dell’amico su cui sfogare le frustrazioni. Ma c’è una scena che io amo particolarmente, in uno dei film più intensi del Maestro, La stanza del figlio, ed è quella in cui la tazzina è sbeccata, il vaso è è incrinato, tutto è rigato, e «la mia teiera preferita l’abbiamo rotta poi incollata bene e non si vede, ma invece anche questa è rotta».

Ci sono fasi della mia vita in cui tutto intorno a me è insopportabilmente imperfetto. E mi pesa. Mi sveglio la mattina nella mia camera da letto infantile, saluto il mio cane che abbaia quando suona il campanello, mi siedo nel salotto incasinato, guardo fuori dalla finestra l’erba alta del giardino, apro il frigo semi-vuoto, metto in tasca il telefono crepato, salgo sullo scooter scassato, e via verso la mia vita da 22enne a 40 anni, l’arrivare sempre a fine mese senza soldi, il non saper cucinare, non avere un obiettivo, una casa di proprietà, nessun oggetto intestato, non avere una famiglia, un compagno fisso, una vita lineare che mi abbia portata da qualche parte.

Quando attraverso queste fasi, succedono sempre tante piccole sfighe che mi fanno sentire ancora più fuori posto. Chessò, mi si rompe la lavatrice, mi arriva una multa da Brindisi dove non sono mai stata, pago due volte una bolletta del gas da 300 euro: piccoli, inutili ostacoli del tutto risolvibili, ma che stanno lì come cartelli sulla strada a ricordare a tutti la mia inadeguatezza verso il mondo degli adulti. Sono convinta che si tratti di questo: della paura di abbandonare un’adolescenza spensierata (e chi cavolo l’ha mai vissuta che avevo l’acne ed ero grassa e sono uscita di casa a 18 anni?) in favore di un’esistenza fatta di responsabilità e incastri e compromessi, senza mai poter contare sull’aiuto di nessuno. 

Quando attraverso la fase di inadeguatezza totale chiamo la Fra, che purtroppo per me (e per l’Italia) sta a Parigi, e che è la persona più autonoma ed adulta che io conosca, nonché una delle più sensibili ed intelligenti. Lei, col suo adorabile accento romagnolo, mi ricorda che siamo una generazione di sfigati perché siamo affogati nel precariato, abbiamo attraversato a nuoto la crisi economica, sguazzato nel consumismo, e ci siamo trovati su una zattera fatta di magliette di H&M di ogni colore e di tre lavori insoddisfacenti che ci possano traghettare fino alla fine del mese. «Il percorso lineare non ce l’ha nessuno di noi – mi rassicura la mia amica – ma la vita sgarruppata in cui ti sembra di trovarti ora è stata il frutto di scelte e decisioni, che ti hanno portata a privilegiare le tue ambizioni piuttosto che il confort di cui ora, a tratti, avresti voglia». 

Ah già, ho scelto io. Ho dipinto io la mia stanza da letto color “verde Polinesia” e ho comprato io il copriletto con i fenicotteri rosa. Ho sempre il salotto incasinato perché non trovo mai il tempo di riordinare i miei 8mila libri, e lo scooter sgarruppato lo amo perché mi porta dappertutto. Andando più a fondo della teiera sbeccata, io ho scelto di non avere figli, ho avuto un compagno fisso per una decade e ora sfuggo ad ogni genere di relazione seria; io ho scelto di fare la cameriera tre giorni a settimana per dedicare il resto del tempo a scrivere e alla musica.

Ah già, ho scelto io. Non c’è altra vita che avrei potuto vivere, non c’è villa, salotto pulito, famiglia perfetta, armadio ordinato che avrebbe potuto rendermi più triste o felice di così, perché quello che mi ha portata qui, alla mia vita sgarruppata, è stata proprio la mia libertà, l’autonomia di sapersi scegliere un percorso. Che sarà anche crepato in vari punti, ma in fondo Nanni ed io l’abbiamo incollato bene e non si vede.  

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...