Ah.

In questa sospensione della vita reale che chiamiamo convenzionalmente quarantena, il concetto di “binge watching” ha sfiorato nuove vette di malattia mentale. Anche io ho dato il mio contributo alla scienza, lasciando che Netflix avanzasse in automatico per due stagioni di Master Of None, una di Tiger King, la seconda di AfterLife, le tre di Narcos (raga, qui c’è l’aggravante dell’agente Peña che ha turbato il mio sonno già tormentato dall’isolamento), un paio di film cretini, tre o quattro documentari colti (per non diventare proprio il fighino con cervello sul comodino che guarda Uomini e Donne e passa le giornate a sfogliare il “New In” di Zara).

Esaurite le novità su Netflix, ho guardato in streaming Normal People (perché avevo letto un libro della Rooney, ma per fare l’alternativa non era quello), la 195esima stagione di Grey’s Anatomy (solo perché ho cominciato a guardarlo quando avevo otto anni e voglio sapere come va a finire), e la versione serie Tv di un grande classico letterario per musicofili: High Fidelity.
Se escludiamo la fighitudine incommensurabile di Zoe Kravitz ed il fatto che il suo personaggio gestisce un negozio di dischi, per il resto mi sono rivista in quasi tutti gli episodi. Io che mi chiudo in casa a mangiare cereali e compiangermi ascoltando Prince (certo: lei a New York, io al Trappolone, ma non è questo il punto), io che vado a concerti con capi di abbigliamento che forse non sarebbero destinati all’esterno, io che alla fine raggiungo sempre gli amici anche dopo aver detto no a tutti gli inviti, io che bevo e mi ubriaco da sola al bar, io che limono con un gran figo per poi scoprire che ha il 2 davanti all’età, io che annovero tra gli ex uno con cui ho passato un weekend, io che uso le emozioni di altri per comporre playlist che sono lettere d’amore.

Non ho mai capito se i segnali arrivano tutti insieme per darmi un ceffone secco, oppure sono io a non sapere di avere i germogli di un’idea in testa, a cui cerco di ricondurre tutto quello che mi capita. Sto cercando di sfruttare questo periodo di pausa dalla vita sociale per conoscermi meglio, per scoprire chi sono al di là della Fede “in funzione” di qualcuno o qualcosa, per smettere di cercare un uomo che dia un senso alla mia presenza sulla terra oltre che alla ceretta all’inguine. Ammetto che il più delle volte mi trovo scorbutica e irritante, non uscirei con me stessa e non riesco a dare una spiegazione alla quantità di amici ganzi che nonostante tutto mi restano intorno, ma questo periodo di isolamento insieme a quella stronza di me stessa mi ha fatto ricordare com’ero quando mi volevo bene. Ero dolce, solare, entusiasta, ingenua, credulona, sfrontata e affascinante nel mio essere me stessa fregandomene altamente del giudizio degli altri.

C’è una cosa di High Fidelity che mi ha colpita più delle canzoni di Bowie e dei poster dei Wu-Tang Clan: un dialogo tra Robyn ed il suo fidanzato (che poi diventerà il migliore amico gay – story of my life), in cui lui le dice che non conta ciò che pensi di essere; è quello che ti piace a definire chi sei. A me piacciono i maglioni dei vecchi, i tatuaggi e i libri sui pirati, la montagna, gli scheletri, mi piace la frangetta corta corta e i porcini fritti, mi piace essere quella a cui gli amici chiedono consigli sulle band e si fanno trascinare dalla mia follia a Marina di Ravenna per vedere l’alba sul mare.

Tra una puntata e l’altra mi arriva un messaggio del Biondo: «Come stai? Che fai?». Gli scrivo che sto pensando di partecipare al concorsone scuola e «magari divento una prof di filosofia, mi ci vedi?». «Magari – scrive lui – la prof di filosofia che faceva la barista al Covo, scriveva su Rolling Stone e andava ai concerti al Freakout». Il mio amico mi vede così e mi vuole bene (anche) per questo. Forse allora anche gli altri. Forse allora anche io. Forse allora non è tardi per essere quello che mi piace. Forse lo sono sempre stata.

Guardo altri due episodi e mi chiama un fotografo che lavora con Sara e che ho promesso di aiutare per un progetto. Parliamo spontaneamente di qualsiasi cosa per circa un’ora, poi in un momento di silenzio mi chiede: «Ma tu chi sei?». Dunque, boh, non saprei, sono amica di Sara dall’università, facevo la giornalista, ma ora non più, ora faccio la cameriera, però insomma, mi è rimasto il fiuto per le storie interessanti. «Beh – dice lui con un adorabile accento romagnolo – ma tanto per fare la giornalista sei sempre in tempo: puoi tornare ad esserlo quando vuoi».

Ah.

Le cose che ti dice uno sconosciuto: quelle di cui avevi bisogno. Quelle che annaffiano i germogli dell’idea che non importa cosa c’è scritto sul tuo curriculum o sul campanello: io sarò sempre quella che ascolta musica nella sua testa 24 ore al giorno, che va ai concerti in pigiama, che scrive lettere d’amore di notte e fa playlist per ogni stato d’animo. E questo sarà sempre l’unico punto fisso di tutta la mia storia: il resto sono sfumature che cambiano a seconda della luce e di quanta voglia di andare a fondo ha chi le guarda.

‘A ggiornalista fallita

Di solito la gente tira le somme della propria vita in punto di morte; a me capita ogni anno alla cena di Natale milanese. Generalmente la ospita quella tra noi che ha la casa più grande e meglio arredata (io vivo in un bilocale con i muri azzurri ed i mobili gialli), le altre lasciano a casa i loro figli o i figli dei loro compagni (io ho un cane nero con le sopracciglia bionde), si parla per qualche decina di minuti delle loro adultissime scelte di vita (io non so decidere se fare un nuovo tatuaggio a colori o in bianco e nero), poi si voltano tutte verso di me e attendono con ansia che io racconti per il resto della serata di quella volta in cui per sbaglio ho dato appuntamento a due tizi nello stesso posto, o di quello che mi sono dimenticata al ristorante e sono tornata a prendere dopo dieci minuti.


Il giorno dopo, di solito, mi sveglio con un filo di depressione, vado ad una mostra, compro un pellicciotto sintetico da H&M e chiamo Daria, la mia ex collega ed ex migliore amica (ex soltanto perché vive a Barcellona, ha due bambine, un neo marito, scrive, traduce, ha un bellissimo blog e persino il tempo di farsi sfrangiare i coglioni dalla sottoscritta). Al mio generico sproloquio sul fatto che conduco una vita adolescenziale mentre tutti intorno fanno figli, hanno lavori serissimi e case arredate Kartell, mentre io ho appesa in salotto una foto autografata di David Copperfield per ricordarmi di quella volta in cui mi fece sparire, la saggia Daria risponde che io in una casa arredata Kartell con figli e marito mi romperei le palle dopo 20 minuti. Poi mi ricorda che un lavoro serissimo ce lo avevamo anche noi – in un passato nemmeno troppo remoto – che ricevevamo inviti a feste ambitissime, intervistavamo gente famosissima, subivamo mobbing violentissimo, piangevamo tanto, scrivevamo sempre meno, cliccavamo ogni giorno su migliaia di e-mail, odiavamo la suoneria del telefono aziendale che interrompeva ogni fottuto pensiero. “Io avevo i brufoli in faccia e tu prendevi le gocce per dormire”, conclude Daria. Chiudo la telefonata e penso che non è poi così male avere 20 anni a 40 anni.


Da bambina sognavo di diventare giornalista o camionista: pensandoci bene credo di aver realizzato entrambi i desideri. Il giornalismo è stato un mestiere per gran parte della mia vita, il camionismo uno stile di vita per sempre. E proprio il mio essere una grezza giramondo, capace di dormire in qualsiasi posizione ed adattarsi a qualunque circostanza, mi ha salvata dalla depressione quando il giornale per cui lavoravo con Daria è fallito miseramente, lasciando me una disoccupata qualunque. Non sapendo bene come scassinare il ponte levatoio del mio castello di autocommiserazione, ne sono uscita dall’unica strada che conoscevo: quella che avevo percorso a 20 anni. E così, risparmiandovi i dettagli sul tragitto, oggi faccio la cameriera in un’osteria del centro: un locale storico e trafficatissimo, in cui lavora gente tatuata e stilosa che casualmente ha qualcos’altro da dire ma un sacco di bollette da pagare. Il mio capo è uno scrittore, il mio collega un noto musicista, poi c’è l’editore, il cantante, l’artista. Io – per definizione dello scontroso magazziniere di Avellino – sono ‘a ggiornalista fallita.
Punti di vista. Perché al lavoro ci vado in motorino cantando a squarciagola mentre sorpasso le auto bloccate nel traffico, metà settimana la passo a casa, ho turni flessibili, un contratto di lavoro, la libertà di scrivere solo ed esclusivamente quello che mi piace, una ventina di colleghi che sono per me una famiglia, la notte dormo tranquilla e – non ultimo – posso sfoggiare tutte le magliette dei gruppi comprate in decenni di concerti. E sì, vivo in un bilocale con i muri azzurri ed i mobili gialli in compagnia del mio cane sosia di Paul Weller, ho un sacco di storie divertenti da raccontare alle cene di Natale milanesi, e non so quanti di voi possano vantarsi di quella volta in cui David Copperfield li ha fatti sparire.