Racista de mierda

Nessuno mi toglie dalla testa che il ristorante in cui lavoro sia in realtà un esperimento sociologico, e che io non sia davvero una cameriera, ma l’ignara protagonista di uno studio alieno sull’idiozia del genere umano.
Posizionata nel cuore di Bologna, inserita nelle più note guide della città, frequentata soprattutto da turisti provenienti da ogni angolo del globo (cadenzati in maniera autistica dalla tabella arrivi di Ryanair) l’Osteria è aperta 360 giorni all’anno, dalle 12 alle 12, 7 giorni su 7. E in queste 4320 ore di tagliatelle fumanti e bestemmie del personale, c’è sempre, costantemente, inevitabilmente, la fila fuori.

Quando attacco il turno a mezzogiorno, capita che i clienti in attesa si mettano in competizione e cerchino in ogni modo di ostacolare il mio ingresso: tocca alzare i gomiti, spostare zaini, scusate/permesso/excuseme/perdona, spintonare un po’ e – in casi estremi – sfoderare in diverse lingue la minaccia “se non mi fate passare non apriamo il locale”. Quando invece comincio alle 11, siamo costretti a sistemare i tavoli, apparecchiare, tagliare i dolci e scrivere il menù sempre sotto lo sguardo vigile ed inquietante della parata di zombie accalcati contro i vetri del locale. Ma è solo all’apertura delle porte che comincia il vero spettacolo. Tutti hanno fretta di sedersi, tutti hanno fretta di ordinare, tutti hanno fretta di ricevere i piatti, ma nessuno mai ha fretta di andarsene, per lasciare il posto ai prossimi walking dead che li guardano sbavando dalle finestre.


I clienti sono studenti, anziani, stranieri, bolognesi, siciliani, campani, manager, punkabbestia, veneti, famiglie, coppie. Tutti accomunati da una sola caratteristica: l’incapacità di fare domande intelligenti. “Scusa, il bagno è dove c’è scritto bagno?”, “Per andare al piano di sotto bisogna scendere le scale?”,“La torta al cioccolato è al cioccolato?”, “Se la porta della toilette è chiusa significa che è occupata?”; intervallate da invenzioni metafisiche come la famosissima caraffa di vino da due quarti (evidentemente più capiente di quella da mezzo litro che appare in menù), il fondamentale cucchiaio per mangiare le tagliatelle al ragù, il cappuccino come bevanda ideale per accompagnare i tortellini in brodo.
Nessuno di noi camerieri è razzista: noi odiamo tutti con la stessa intensità. Però è vero che clienti di origini diverse hanno caratteristiche e comportamenti diversi. I cinesi, ad esempio, arrivano in grandi tavolate, mostrano le foto di quel che vogliono ordinare, ci rimangono male perché non facciamo gli spaghetti alla carbonara. I tedeschi sono scioccati dal fatto che esiste il vino bianco sia fermo che frizzante, mangiano le tagliatelle col pane, ci rimangono male perché non facciamo gli spaghetti alla carbonara. I giapponesi sfoderano una strana lente attaccata al telefonino, traducono il menù con google translate, ci rimangono male perché non facciamo gli spaghetti alla carbonara. Poi ci sono gli spagnoli. Che oltre a rimanerci male perché non facciamo gli spaghetti alla carbonara, sono di una maleducazione peculiare e sconvolgente. Nonostante padroneggino la lingua europea in assoluto più simile all’italiano, non ne conoscono una sola parola: né un misero “ciao”, né un utile “grazie”, figuriamoci il “buonasera”. Entrano urlando hola come se fossero in un locale qualunque di Barcellona, chiedono una mesa para seis, e anche di fronte al più resiliente di noi, pronto a fingere di non capire, continuano a vomitare parole a raffica in castellano stretto, vogliono una cuchara, un cazzo di plato para compartir, e dicono che il postre està muy rico. L’assoluta risolutezza con cui insistono a non piegarsi ad alcuna lingua straniera ha costretto tutti noi ad apprendere la loro. E se ti opponi all’egemonia, beh allora sei un racista de mierda. Non fai i conti separati? Racista de mierda. Non accetti prenotazioni? Racista de mierda. Non importa se in Osteria vigono le stesse regole da 50 anni per chi arriva da Berlino come per chi vive in Cirenaica: se non fai quello che si aspettano, allora ce l’hai su con tutta la loro stirpe.


A me questo sembra il più aggressivo degli atteggiamenti. Impongono la loro presenza, la loro lingua, le loro abitudini e le loro esigenze, e chi si permette di obiettare, viene offeso. E nel più subdolo e doloroso dei modi, ovvero avvallando quell’idea di italiano razzista ed ottuso diffusa in Europa grazie al fatto che abbiamo la Lega al governo. Mi chiedo perché non si possa viaggiare e conoscere l’altro affrontando con apertura e curiosità le differenze, accettandone la logica e le regole, facendo proprio quel che ci piace, vivendo con distaccata consapevolezza quel che non ci sentiamo di condividere. Perché non imparare a dire “ciao”, “cucchiaio e “tavolo”, perché non assaggiare i piatti davvero tipici invece di lamentarsi per l’assenza di quelli ritenuti tipici. Perché non ascoltare il nuovo, invece di procedere assordati dalle proprie convinzioni. Le cose belle della vita sono una sorpresa, non il riempimento automatico delle nostre aspettative. E magari se smettessero di chiederceli con insistenza potremmo persino mettere in menù gli spaghetti alla carbonara.

‘A ggiornalista fallita

Di solito la gente tira le somme della propria vita in punto di morte; a me capita ogni anno alla cena di Natale milanese. Generalmente la ospita quella tra noi che ha la casa più grande e meglio arredata (io vivo in un bilocale con i muri azzurri ed i mobili gialli), le altre lasciano a casa i loro figli o i figli dei loro compagni (io ho un cane nero con le sopracciglia bionde), si parla per qualche decina di minuti delle loro adultissime scelte di vita (io non so decidere se fare un nuovo tatuaggio a colori o in bianco e nero), poi si voltano tutte verso di me e attendono con ansia che io racconti per il resto della serata di quella volta in cui per sbaglio ho dato appuntamento a due tizi nello stesso posto, o di quello che mi sono dimenticata al ristorante e sono tornata a prendere dopo dieci minuti.


Il giorno dopo, di solito, mi sveglio con un filo di depressione, vado ad una mostra, compro un pellicciotto sintetico da H&M e chiamo Daria, la mia ex collega ed ex migliore amica (ex soltanto perché vive a Barcellona, ha due bambine, un neo marito, scrive, traduce, ha un bellissimo blog e persino il tempo di farsi sfrangiare i coglioni dalla sottoscritta). Al mio generico sproloquio sul fatto che conduco una vita adolescenziale mentre tutti intorno fanno figli, hanno lavori serissimi e case arredate Kartell, mentre io ho appesa in salotto una foto autografata di David Copperfield per ricordarmi di quella volta in cui mi fece sparire, la saggia Daria risponde che io in una casa arredata Kartell con figli e marito mi romperei le palle dopo 20 minuti. Poi mi ricorda che un lavoro serissimo ce lo avevamo anche noi – in un passato nemmeno troppo remoto – che ricevevamo inviti a feste ambitissime, intervistavamo gente famosissima, subivamo mobbing violentissimo, piangevamo tanto, scrivevamo sempre meno, cliccavamo ogni giorno su migliaia di e-mail, odiavamo la suoneria del telefono aziendale che interrompeva ogni fottuto pensiero. “Io avevo i brufoli in faccia e tu prendevi le gocce per dormire”, conclude Daria. Chiudo la telefonata e penso che non è poi così male avere 20 anni a 40 anni.


Da bambina sognavo di diventare giornalista o camionista: pensandoci bene credo di aver realizzato entrambi i desideri. Il giornalismo è stato un mestiere per gran parte della mia vita, il camionismo uno stile di vita per sempre. E proprio il mio essere una grezza giramondo, capace di dormire in qualsiasi posizione ed adattarsi a qualunque circostanza, mi ha salvata dalla depressione quando il giornale per cui lavoravo con Daria è fallito miseramente, lasciando me una disoccupata qualunque. Non sapendo bene come scassinare il ponte levatoio del mio castello di autocommiserazione, ne sono uscita dall’unica strada che conoscevo: quella che avevo percorso a 20 anni. E così, risparmiandovi i dettagli sul tragitto, oggi faccio la cameriera in un’osteria del centro: un locale storico e trafficatissimo, in cui lavora gente tatuata e stilosa che casualmente ha qualcos’altro da dire ma un sacco di bollette da pagare. Il mio capo è uno scrittore, il mio collega un noto musicista, poi c’è l’editore, il cantante, l’artista. Io – per definizione dello scontroso magazziniere di Avellino – sono ‘a ggiornalista fallita.
Punti di vista. Perché al lavoro ci vado in motorino cantando a squarciagola mentre sorpasso le auto bloccate nel traffico, metà settimana la passo a casa, ho turni flessibili, un contratto di lavoro, la libertà di scrivere solo ed esclusivamente quello che mi piace, una ventina di colleghi che sono per me una famiglia, la notte dormo tranquilla e – non ultimo – posso sfoggiare tutte le magliette dei gruppi comprate in decenni di concerti. E sì, vivo in un bilocale con i muri azzurri ed i mobili gialli in compagnia del mio cane sosia di Paul Weller, ho un sacco di storie divertenti da raccontare alle cene di Natale milanesi, e non so quanti di voi possano vantarsi di quella volta in cui David Copperfield li ha fatti sparire.