Mostri cattivi

Grazie a questa quarantena, anche gli uomini avranno capito come ci si sente in pre-mestruo. Il mio umore cambia radicalmente da una stanza all’altra, e faccio notare che vivo in un bilocale. Entro in bagno euforica, pronta per truccarmi e acconciarmi che manco alla cresima, e ne esco con gli occhi di panda e le chiappe quadrate dopo essere stata venti minuti seduta sulla tazza a piangere disperata. Cucino ballando le mie verdurine, per poi condire con le lacrime le zucchine al curry e il riso basmati. Radiosa e brillante (ubriaca) in videochat, gattara senzatetto in cameretta.

(Questa foto è stata scattata a novembre 2019)

Visto che in questi giorni quasi nessuno ha una cippa da fare, ecco che proliferano online gli inutili e non richiesti articoloni di espertoni sulla qualsiasi. Ogni situazione ha un nome, ogni emozione un’etichetta, ogni tragedia una ragione (generalmente da ricercare in un’infanzia drammatica, fatta di cioccolatini negati e barbie rasate a zero). Ieri mi è dunque capitato tra le mani (o meglio tra i giga) il testo imprescindibile che spiegava l’ormai conclamata “depressione da quarantena”: un sentimento di sconforto, dovuto al fatto che la nostre psiche sta affrontando un evento completamente inedito che non ha idea di come fronteggiare, e quindi ha bisogno di tempo per adattarsi alla nuova condizione. Mi è sembrata la cosa più cretina che ho sentito nelle ultime settimane, e posso garantire che fra complotti, 5G, disinfettanti con gli elicotteri e tedeschi che non si ammalano ne ho sentite davvero parecchie.

Vorrei capire quali sono gli eventi “editi” della nostra carriera sulla terra; a cosa siamo realmente preparati psicologicamente; quale evento gioioso o drammatico siamo pronti ad affrontare perché ne conosciamo l’entità e le conseguenze; quando cazzo mai. Vorrei sapere se qualcuno si è mai sentito sereno nel seppellire un suo parente perché tanto dai, alla fine è già morta anche la nonna, cosa vuoi che sia. Vorrei mi dicessero se posso smettere di cercare la felicità, tanto a 40 anni sono già stata felice altre volte, cazzomene: sarà sempre la stessa storia.

Ci sono cose che davvero non capisco della psicologia e degli psicologi, ma altre che mi sono estremamente chiare. Ieri è morta mia zia da sola, in un letto di ospedale. Aveva 80 anni ed era malata da tempo, ma nessuno di noi ha potuto salutarla, nessuno di noi potrà seppellirla, ed io non potrò abbracciare mia madre che sta a cinque chilometri da casa mia e che ha perso sua sorella. E questo è indubitabilmente TRISTE.

La mia migliore amica da giorni ha tutta la famiglia in ospedale: la mamma allettata con l’ossigeno, il papà intubato, il nonno tenuto in vita per miracolo e la nonna ci ha lasciati la notte scorsa. Lei, a casa da sola in isolamento forzato, aspetta ogni sera la chiamata di uno dei tre ospedali per avere notizie delle persone più importanti della sua vita. E non ha nemmeno la possibilità di recuperare la fede nuziale della nonna. E questo è incredibilmente, indubitabilmente TRISTE.

Ci sono eventi in questa vita che sono oggettivamente drammatici e difficili da affrontare, quello che sta succedendo là fuori dal mio bilocale è uno di questi. E per quanto io ami fare la cogliona superificiale che fa ridere con le battute sagaci, ci sono momenti in cui mi siedo sulla tazza e tutto questo dolore prende il sopravvento sui buoni propositi, i manicaretti salutisti, le chiappesode, la casa splendente e la rinascita dal fango.
Poi mi appare in videochiamata mia nipote Bianca, 3 anni, che non capisce perché piango e mi chiede se può guardare Harry Potter: “Stai tranquilla zia, i mostri cattivi io li ho già visti e non mi fanno paura”.

Quaranteen

Non esco di casa da tredici giorni. I primi sette li ho trascorsi deambulando in pigiama tra letto e divano, immersa quasi costantemente in un Instagram-mondo fatto di gente con fiori in faccia, lune in fronte, pelle di pesca, guance luminescenti, orsetti gommosi sulla testa, e raga se avessi saputo che andavano tanto di moda le lentiggini avrei fatto l’influencer.

Ho alternato Netflix a piantarelli insensati, skypato la mia disperazione alle amiche all’estero che ancora non avevano idea di cosa stesse succedendo, ho persino creato un profilo in un sito di incontri con la speranza di trovare qualcuno con cui fare quattro chiacchiere in quarantena (profilo cancellato dopo sole otto ore all’ennesima richiesta di “foto tette”). Ho versato qualche lacrima pensando al compleanno che passerò in casa ad ubriacarmi da sola invece che in Giordania con mia sorella, e al 50esimo anniversario di matrimonio dei miei genitori, per il quale avevo preparato album fotografici e cenoni con i parenti. Ho corretto tutti i congiuntivi nei testi delle canzoni dei Lunapop, che il mio vicino si ostina a cantare a squarciagola ogni pomeriggio alle 18, e lasciato che il mio cane trasformasse il giardino in un campo minato di merde.

Poi una mattina mi sono svegliata presto e ho capito che solo io posso decidere se questo tempo indefinito di reclusione che ho davanti è un’opportunità oppure una condanna. Ho indossato la mia maglietta leopardata preferita (ragazze, quando avrete 40 anni capirete) e ho stabilito un piano serrato per sfruttare al meglio la nullafacenza. In cinque giorni ho messo insieme tante di quelle nuove abitudini da dovermi segnare in agenda le conference call con gli amici. Ho imparato grazie ad un tutorial a farmi le fondamentali “beach waves” con la piastra per capelli, sto cucinando piatti equilibrati e leggeri che mai avrei pensato di essere in grado di realizzare; faccio pilates tre giorni a settimana con un workout in diretta su Instagram che si chiama “chiappasoda”, e ieri sono caduta per terra praticando yoga davanti al computer (livello flessibilità: Maria De Filippi). Ho pulito tutta la libreria, spolverando volume per volume, e riordinato i libri per contenuto: musica, arte, narrativa prefe, narrativa a caso, pirati, poesie, guide. Ho messo a posto tutte le foto e districato fili elettrici nel leggendario scatolone “cavi” che tutti noi teniamo da qualche parte nell’armadio; ho sentito e consolato gli amici, anche quelli che vivono lontano, ho scoperto di amare lo yogurt di soia e di avere tantissimo bisogno di mollette colorate per i capelli.

Ho ascoltato musica che non sentivo da anni, e poi ho scritto: favole, racconti, diari, battute divertenti, messaggi d’amore. Ho scritto per me, mi sono vestita e truccata per me, voglio essere in forma per me, voglio imparare cose nuove per me. Questo isolamento forzato lontano da tutti è forse il momento perfetto per reimparare a conoscermi ed eventualmente reinnamorarmi. Capire cosa desidero e dove vorrei arrivare, libera dal giudizio e dalle opinioni dei miei genitori, di mia sorella, degli amici, dei conoscenti. Siamo io ed io in questa vacanza introspettiva alla ricerca delle mie qualità, e sono certa che da questa esperienza assurda uscirò migliore di come ci sono entrata. Di sicuro avrò una casa pulitissima e capelli molto più alla moda, conoscerò mio malgrado tutti i testi dei Lunapop e – se sopravvivo allo yoga – avrò le chiappe più sode del west.

Holiday On Ice

Da sei giorni non ho alcuna interazione umana “reale”, eccetto il cassiere della Coop che giovedì scorso, borbottando dietro una mascherina chirurgica, mi ha chiesto se colleziono i bollini, e mia madre che gesticola attraverso la vetrata del pianerottolo in cui le lascio la spesa: un paio di minuti al massimo, poi scappo in auto perché mi viene regolarmente da piangere senza motivo.

Solitudine, isolamento. Concetti che in questi anni ho temuto ed agognato, disprezzato e desiderato. Oggi obbligatori e fatti di telefonate lunghissime, vocali eterni, flash mob, facetime, dirette su Instagram, shopping online, ti chiamo dopo, ci vediamo su Skype, aperitivo in conference call.
Io stamattina mi sono alzata col mal di schiena, ho aperto le finestre, fatto colazione, una doccia calda, ho asciugato i capelli e li ho persino spazzolati, ho infilato i leggings neri e la felpa nera (che non c’è un cazzo da stare allegri). Mi sono guardata nello specchio e ho pensato che forse dovrei farmi una maschera, o truccarmi un po’, o magari mettere lo smalto rosso che fa tanto figa francese stilosa. Poi ho anche pensato: ma per chi. Non sono una farmacista, un’influencer di Instagram che fa le dirette con gli amici fighi, una personal trainer intelaiata che pubblica gli esercizi per rassodare le chiappe, non faccio la cassiera della Coop dove riesco almeno a propinare bollini. Non posso uscire dal mio bilocale se non per far fare al cane il giro dell’isolato (tanto poi mi caga in giardino), e il vestito di paillettes in stile Holiday On Ice potrebbe intralciarmi nel cammino.

Va da sé che lo scenario apocalittico è ideale per rimuginare sugli errori del passato, imparanoiarsi sul presente e deprimersi per il futuro. L’eventuale fine del mondo scatena il rimpianto per non aver chiesto il numero al barista carino (e il rimorso di averlo dato al caso umano al bancone), la voglia di aprire un account Tinder, la necessità smodata di fare sexting con uno sconosciuto a caso così, tra la tisana e le chips di cavolo nero, per poi non sentirsi mai più. Ma soprattuto la pandemia ha acceso in me il fottuto pulsante del bisogno di affetto e di attenzioni. Così in una settimana di isolamento (e ovulazione, temo) ho mandato a puttane tutti gli sforzi fatti in cinque anni da gran signora a guardar tutti dall’alto del mio cuore di pietra / non vi cago merde.

Nell’ordine ho chiamato il mio ex storico, che ovviamente non ha risposto al telefono. Allora, per paranoia ma soprattutto per principio, gli ho mandato un sms preoccupato, a cui ha fatto seguito risposta telegrafica rassicurante, che ha scatenato il mio sfogo “sono triste, cassintegrata, a casa col cane”, e allora lui giustamente ATREYU, IL NULLA. Poi ho frantumato i coglioni a Giulio, che per sua fortuna vive dall’altra parte del mondo, ma ha fatto l’errore di abituarmi ad un rapporto a tratti morboso fatto di chat notturne (le mie) e vocal ventosi (i suoi), tenuti insieme dal reciproco “ci sono sempre per te”, che quando un uomo ti dice così vorresti non vivesse in Australia per sfidare la quarantena e farti arrestare mentre corri a dargliela, così senza neanche un velo di correttore per le occhiaie. Poi ho scritto al fratello della mia migliore amica: mai visto dal vivo, ma colto e gentile al punto da entrare ad honorem nella rosa dei candidati alla mia prossima ossessione virtuale. Infine sono anche riuscita a rendermi ridicola cercando invano di recuperare il numero del barista carino, che nel frattempo sta però trascorrendo la quarantena in compagnia di un’altra, probabilmente con una ventina d’anni in meno di me e sicuramente una manciata di dignità in più.

Poiché l’isolamento è previsto almeno per altre due settimane, mi riservo la possibilità di mandare un sms al mio ex miglior amico con cui non parlo da otto mesi ma di cui sento la mancanza, di chiamare l’uomo sposato di cui sono stata l’amante per quasi un anno e del quale mi sono liberata a suon di lacrime e terapia, di compilare un profilo su OkCupid e accettare i bollini dal cassiere della Coop, che sostiene di essere svedese di padre arabo e madre pure.

Purtroppo essere consapevoli delle proprie fragilità non basta a tenere insieme i pezzi. So bene di aver tentato tutte queste strade per sfuggire alla solitudine e non rassegnarmi all’idea che non ho nessuno in testa e nel cuore (con cui per altro fare una bella videochiamata in ghingheri), ma ho anche la certezza che quei sentieri mi riportano sempre qui. Al mio bilocale, al mio cane morboso (da chi avrà mai preso?), alle mie occhiaie da intonacare ogni mattina, alle mie lacrime senza senso, alle videochiamate, alle conference call con le mie amiche, alla mia mamma che mi manda i baci dietro il vetro, alla mia voglia di amore e attenzioni, che qualche volta mi fa perdere completamente il lume della ragione, ma per la maggior parte del tempo mi fa essere la pazza dolce e romantica che porta fuori il cane con addosso un vestito da sera.

Candy Candy dell’amore

E così anche quest’anno San Valentino lo festeggiamo l’anno prossimo.

In realtà pensavo sarebbe stata una tortura fatta di cuoricini trafitti (di altri) e dichiarazioni melense (ad altri), invece – nonostante io non mi innamori dagli anni Settanta – la festa degli innamorati non mi ha resa malinconica e triste, almeno non più del solito.

Ho festeggiato il 14 febbraio con un compagno per dodici anni: eravamo il genere di coppia illuminata/punk/hipster/cazzomene per la quale si tratta soltanto di una ricorrenza commerciale per arricchire ristoratori e negozianti, e poi a me fanculo piacciono solo gli anelli che dico io con le pietre da intellettuale di sinistra new age, e lui manco lo mangiava il cioccolato, e a cena fuori ci andavamo quando ci pareva. Però ecco, quando il mio ex tornava a casa con un mazzo di fiori e un tubo di baci Perugina mi scappava sempre un sorrisone compiaciuto.

Da allora mi sono chiesta più volte cosa sia l’amore. Ho frantumato i coglioni alle mie amiche, sviscerato il tema con gli amici, ho persino creato questo blog per condividere pubblicamente l’annosa questione e tutte le correlate riflessioni che hanno occupato il mio tempo negli ultimi anni (“Ecco perché non hai un fidanzato, stai sempre lì a rimuginare” ha commentato mia madre). Non ho trascorso le giornate soltanto a fare introspezione, mammina, purtroppo le ho passate a fare un sacco di stronzate e POI a riflettere sui miei errori.

I miei follower più assidui (cioè sempre mia madre e qualche amica irriducibile che evidentemente non ha un cazzo di meglio da fare) sanno già che in un quinquennio sono riuscita ad attraversare quasi tutte le brutture sentimentali che chiunque altro vive finché la sua età anagrafica ha il 2 davanti. Io in quegli anni ero fidanzata e convivevo e lavoravo serissimamente ed ero felicemente adulta. Poi a 35 anni sono tornata in pista – per forza e per amore – Candy Candy delle relazioni sentimentali. Ho dovuto passare in rassegna tutti gli orribili casi umani dai quali le amiche (quelle con esperienza nei vent’anni) mi avevano messa in guardia con scarsi risultati: c’è quello che ti corteggia come fossi la principessa Sissi ma fuori dal letto nessuna pietà, l’uomo dotato di compagna e figli che non può vivere senza di te ma evidentemente neanche con, quello pigro e svogliato, quello che non vuole una relazione, il morto di figa che ci prova con tutte, quello che ne vuole lui ma a te non frega una cippa, tantissimi amanti della pesca sportiva (uomini fidanzati o sposati che ci provano solo per confermare a se stessi che possono ancora farcela, salvo poi ributtare il pesce in mare una volta pescato il numero di telefono), svariati ragazzini in cerca della donna matura, e poi alcolizzati, drogati, rimbabiti dagli psicofarmaci, Peter Pan, mammoni, fascisti e spero di potermi un giorno fermare qui.

Così, mamma cara, tu che ami Achille Lauro anche se “è tutto scritto in faccia”, dovresti sapere che dopo essere sopravvissuta alla valanga di escrementi che mi ha travolta nella mia singlitudine, mi sono fermata a riva a pensarci un po’ su. Followers gonna unfollow, ma purtroppo non sono arrivata ad una conclusione illuminante; non ho scoperto la ricetta dell’amore reciproco, non ho ancora capito se esista la mia metà della mela e soprattutto dove cazzo si nasconda. Piuttosto ho chiarito a me stessa cosa non desidero: non voglio uscire più con nessuna delle categorie di cui sopra, né aggiungere nuove voci al listone degli orrori. Preferisco starmente in riva al fiume con uno spritz in mano a guardare la merda scorrere, trasportando i cadaveri di quelle più ingenue di me.

Buon San Valentino a chi ha trovato qualcuno abbastanza coraggioso da uscire dalla melma ed aggrapparsi a qualche ramo. Buon San Valentino a chi ha qualcuno che gli porta un tubo di baci Perugina, ma anche a chi ha un cane che gli porta le ciabatte, una mamma che ama Achille Lauro, amiche come le mie che quando sono triste mi regalano biglietti aerei per raggiungerle, ingressi a concerti che amo, supporto e comprensione. Tutti i giorni dell’anno, compreso il 14 febbraio.

Cazzomene

Il Cosmo ed io abbiamo sempre avuto una maniera bizzarra di dialogare. A volte mi sveglio la mattina e pongo una domanda precisa, e lui mi risponde facendomi trovare per terra un oggetto-segno che ridicolizza mostruosamente la mia richiesta. Chessò: una volta mentre limonavo ubriaca con il mio migliore amico contro lo sportello dell’auto, chiedendomi con l’ultimo barlume di razionalità se fosse la cosa giusta da fare, ho intravisto per terra una carta da gioco con su scritto “Per un punto Martin perse la cappa”. Ovviamente – cazzomene – non ho dato peso alla cosa e ho continuato a limonare, e così per una sola notte di follia ho perso per sempre il mio migliore amico.
L’anno scorso, invece, quando ho cominciato ad ossessionarmi con il desiderio di una casetta in montagna, durante un lungo trekking nel bosco ho trovato tra le foglie una casetta del Monopoli, a ricordarmi che devo stare bene attenta a formulare le mie richieste perché persino il Cosmo si diverte a prendermi per il culo.

Ultimamente, non avendo nessuna annosa questione da risolvere, nessun dramma da dipanare, ma soprattutto nessun caso umano da interpretare a suon di screenshot alle mie amiche (quando va bene e non li invio al caso umano medesimo per errore), ho avuto tempo per riflettere sul tema desideri. Ho letto una roba su Instagram (sì, lo so, è da Millennials, ma cerco di adattarmi) sul fatto che la maggior parte delle persone crede di volere intensamente qualcosa, ma finisce sempre per concentrarsi sulla sua assenza. In pratica, se siamo convinti di desiderare ardentemente di dimagrire, ma ci limitiamo a lamentarci ogni giorno di quanto siamo grassi e fuori forma, le nostre energie cosmiche – per i fricchettoni in ascolto – e pratiche – per i pragmatici in ascolto – rimarranno sempre e comunque concentrate sulla nostra vecchia immagine e non ci aiuteranno mai a raggiungere l’obiettivo. Adattando questa illuminante Instagram Story alla vita reale (madre perdoname por mi vida loca), ho provato a chiedermi se non sia vero che ho incastrato tutta la mia forza di volontà in un limbo di lamentele e insoddisfazioni, senza mettere il focus sull’obiettivo finale, forse perché – rullo di tamburi – al pensiero di realizzare i miei desideri mi cago nelle mutandine leopardate di Tezenis.
Mi sono concentrata per esprimere un desiderio abbastanza chiaro da non permettere al Cosmo di trasformarlo in un fallimento epico e ho scoperto che non è affatto facile. Io non lo so cosa desidero. O almeno non lo so con precisione. Penso che vorrei innamorarmi, ma poi ho il terrore che il Cosmo mi spedisca l’ennesimo caso umano che mi fa perdere la testa ma non mi corrisponde / è sposato / è alcolizzato / è testa di minchia, dimostrandomi che il mio desiderio puà dirsi realizzato ma che no, non basta. Allora penso che vorrei grandi soddisfazioni lavorative, ma so che mi arriverebbe una nuova illusione di carriera fatta di stress, responsabilità, notti insonni, pianti disperati e rimpianti per la pacata serenità che ho faticosamente conquistato.
Gli haters diranno No pain / No gain. E avranno pure ragione. Però io sono stanca di dover imparare una lezione da ogni cosa e per una volta vorrei una ventina di crediti gratuiti.
Per me la montagna è un po’ la metafora di tutto: vuoi goderti il panorama, raggiungere la cima, ritornare a casa. Sai esattamente quello che desideri, ti procuri tutti gli strumenti necessari per arrivare alla meta (scarponi, mappa, borraccia), e la fatica non ti spaventa affatto, anzi, sei ben cosciente che più impegnativa è la scalata e più intensa sarà la visione una volta a destinazione. Nella vita non so bene dove andare. Ho perso la cartina, il sentiero è tortuoso, il bosco è fitto e mi spaventa. Continuo ad innestare quelli che credo siano i miei desideri su situazioni e persone sbagliate, e – forse – quando ho davanti le situazioni e le persone giuste mando tutto all’aria per essere sicura di non arrivare in cima.

La settimana scorsa ho ospitato un amico carissimo che non vedevo da mesi. È bello, intelligente, fa ridere, ascoltiamo la stessa musica, soprattutto è la persona più buona e gentile che io conosca, che per me è la caratteristica madre di tutto ciò che posso amare in un uomo. Mi sono trovata a (non riuscire a) dormire nel letto accanto a lui, ad ascoltare il suo respiro (alternato a quello del mio cane che russava come un trattore) e chiedermi perché non posso innamorarmi di un uomo così perfetto per me, invece di inseguire gli scappati di casa con cui solitamente riempio le pagine di questo blog. Perché non riesco a desiderare la persona che è accanto a me nel lettone, ma preferisco intrattenere relazioni a distanza con gente che sta a a mille chilometri da casa mia. Perché non provo a relazionarmi con qualcuno che vuole bene a tutte le mie paranoie e che mi scrive per sapere se sono guarita dalla tosse, invece di farmi costantemente redarguire da qualche stronzo che non sopporta il mio modo di vivere.
È più forte il desiderio di essere felice o quello di dimostrare a me stessa che non merito la felicità? È più forte la voglia di realizzarmi professionalmente o quella di confermare a me stessa che non sono brava in niente? È più importante avere vicino qualcuno a cui voglio bene e che mi ricambia o dirmi ancora una volta che non sono abbastanza perché qualcuno ami proprio me?

Vorrei poter risolvere tutti i miei drammi interiori con la filosofia del cazzomene (e spesso comunque lo faccio), ma ci sono momenti in cui non posso fare a meno di fermarmi a riflettere sul fatto che è difficile imboccare il sentiero giusto quando non hai ben chiaro dove vuoi andare. Certo, può essere piacevole anche vagare senza meta per boschi e godersi la passeggiata, ma il rischio di perdersi è parecchio alto, e la foresta è popolata di animali fascinosi ma non necessariamente amichevoli, e gli amici non sono sempre liberi per venire a cercarti e riportarti a casa.
Se dovessi scegliere un desiderio in questo istante, vorrei essere pronta ad accogliere la felicità, in qualsiasi forma essa arrivi. Magari con un aspetto diverso da quello che io ho sempre immaginato, forse in una veste inaspettata e sorprendente, ma vorrei essere in grado di capire che si tratta comunque della mia felicità e addormentarmi tra le sue braccia.

Let It Be

Se gli ultimi anni della mia vita fossero trascritti nella sceneggiatura di un film, il regista sarebbe Lars Von Trier. E ne ricaverebbe un’opera delle sue, in cui un’accozzaglia più o meno casuale di sfighe e nonsense farebbe impazzire la protagonista-casoumano (io), e tutti gli spettatori che uscirebbero dal cinema con la schiena da bidone dell’umido per la tensione.

Avevo una vita piena, io. Fino a cinque anni fa. Poi si è rotto l’incantesimo, Saturno è entrato in qualche trigono di merda, il Signore si è ricordato che una volta a 6 anni ho spinto mio cugino, il karma ha cominciato a farmi pagare la vita precedente (in cui evidentemente dovevo essere Hitler), invidie e gelosie del passato si sono unite in un turbine di sfortuna che ha travolto la mia esistenza fatta di fiori e farfalline.

Avevo una vita piena. Un fidanzato buono e amorevole, con cui convivevo dall’età di 23 anni, un lavoro figo per il quale avevo studiato e fatto sacrifici per vent’anni, avevo amici, soldi, viaggiavo, andavo ai concerti, compravo cose, mi divertivo. Ero felice, o almeno così mi sembra di ricordare, perché nella mia storia – come nei film degli scandinavi – è tutto talmente sfuocato che non percepisco più il confine tra sogno e realtà.


Era quasi l’alba al bancone del vecchio Link, quando Max mi disse che Let It Be dei Beatles era proprio la sua canzone. «Devi lasciare che le cose facciano il loro corso, Fede: lascia che sia». Avevo 21 anni, e al tempo quelle sue parole mi sembrarono il delirio alcolico del mio amico strambo con le occhiaie. Perché io avevo tutto e nessunissima intenzione di mollare niente. Anni dopo, quando Max morì per una stupida polmonite, capii che quelle sue parole profetiche avrebbero segnato la mia vita, e al suo funerale, con in mano un vecchio walkman e le casse del pc bagnate di lacrime da cui uscivano le note di Let It Be, diedi inizio ad una lunga serie di addii.

Avevo una vita piena, poi ho dovuto lasciare andare. Avevo una carriera avviata che si è interrotta bruscamente in lacrime (mie) e sangue (sempre mio), avevo un’idea di famiglia perfetta che ho dovuto abbandonare quando ho scoperto che mio padre non era il supereroe che credevo, ma una persona come tutte le altre, con difetti e brutture e persino debolezze. Avevo una storia d’amore straordinaria, che ad un certo punto non sembrava più tanto straordinaria, e così è finita. Avevo un’amica che mi tirava fuori di casa quando ero triste per portarmi a passeggiare, poi una notte si è tolta la vita e ora sono triste anche quando esco per passeggiare.


Ho capito, Max. Let it be. Ci provo, ma non è che sia così facile affrontare una crisi di mezza età, quando l’età anagrafica è quella giusta ma il cuore è ancora un adolescente che vuole tenersi stretti tutti gli amici scomparsi, tutti i fidanzati lasciati, tutti i sorrisi lontani e tutte le soddisfazioni irripetibili. Avevo una vita piena che non voglio dimenticare, così mi trovo qui, in un limbo di attesa e insoddisfazione, dove mi aggrappo capricciosa al passato mentre il futuro mi allunga le braccia.

Negli ultimi cinque anni la mia esistenza è andata in frantumi, le mie certezze si sono scardinate, tutto quello che conoscevo è stato travolto e spazzato via da un’ondata nera di dolore che ha sradicato ogni speranza. Non sapevo bene cosa fare, così ho preso tempo, raccolto le macerie, costruito una zattera per non affondare: sono sopravvissuta. Ora sono pronta per scendere a terra e provare a ricostruire.

Gorilla silverback

Mia sorella sostiene che gli uomini sopra i quarant’anni sono come i cessi pubblici: quelli decenti sono già impegnati e quelli liberi sono pieni di merda. Mai sentenza fu più veritiera; per ambo i sessi, sia chiaro, ma noi siamo qui per infamare gli esemplari di sesso maschile. I nati negli anni Settanta – così mi piace chiamarli per aggiungere un alone di mistero ed esotico fascino ai bagni turchi dell’autogrill – sono quasi tutti composti per il 98% da paranoie e per il restante 2% da insicurezze infantili che una madre troppo presente ha instillato nei loro piccoli cuoricini di scimmia. Non corteggiano, non ci provano, non capiscono, non sorridono, non ti guardano neppure se indossi un abito così scollato che mentre li raggiungevi ti hanno fermata tre auto per chiederti quanto vuoi. Annichiliti dalla solitudine e dalle abitudini cavernicole che la vita da single ha insegnato loro ad apprezzare, i quarantenni di oggi vivono in un perenne stato confusionale auto-indotto da estenuanti sedute di Playstation, maratone di serie televisive, ore ed ore di fantacampionati di fantacalcio, uscite con amici buzzurri che millantano di aver trombato uno stadio di donnine, ma nell’ora della verità non sono nemmeno capaci di slacciare un reggiseno. Fantafenomeni, insomma.


Nella mia recente vita da single ho incontrato il monatanaro solitario che ti intasa la scheda sim con ottomila foto di funghi di ogni forgia e colore, ma guai a te se gli chiedi di uscire perché è sempre talmente impegnato che nemmeno il sarto di Elton John a cucire lustrini, poi il metallaro nostalgico, il depresso cronico, il manager motociclista che “A che ora stacchi? Ah no, mezzanotte è già troppo tardi”. Tutti accomunati dal fatto di essere uomini bellissimi, sulla quarantina, single dagli anni Ottanta e assolutamente incapaci di relazionarsi con una donna quanto basta da far sì che sia lei stessa a slacciarsi sto benedetto reggiseno. E no, il sesso non è più il motore del mondo, a quanto pare. Il suo posto devono averlo preso la libertà di non lavarsi, di ruttare a piacimento, di grattarsi le palle h24 e infilarsi sotto le coperte rigorosamente entro le 23,45. Non c’è tecnica di seduzione che possa convincerli, non c’è gattamortismo che li smuova dalla tana, non c’è biancheria abbastanza sexy da attrarli al concerto dei 400 colpi. Niente da fare.
Il mio collega (47enne ed impegnato) Andrea sostiene che gli uomini sopra i quarant’anni sono come i gorilla silverback: seduti mastodontici, a spulciarsi la pancia e pensare “E se poi non sono più capace di relazionarmi con una donna? E se poi vuole una relazione? E se poi a letto non sono più performante come un tempo? E se poi vuole fare progetti?”. Alle mie recriminazioni sul fatto che neanche una sana trombata è in grado di smuoverli, Andrea ha risposto ridendo: “Fede, ma hai mai provato a lanciare una banana ad un gorilla silverback? La banana lo colpisce in testa, gli cade davanti e lui la guarda continuando a rimuginare”. Un’immagine che vale più di cento cessi pubblici.


Io, che quando spiegavano lo spirito di crocerossina dovevo essere in bagno a fumare, mi stanco di lanciare banane ai buzzurri dopo una settimana in cui li ho riempiti di bernoccoli. Perché, cari gorilloni, tra le tante pretese che avanzo, vorrei addirittura sentirmi desiderata, e non rincorrere fungaioli, accalappiare motociclisti, o andare a lezione di gattamortismi da mia sorella per poi sentirmi dire che dovrei mettere una spilletta al vestito perché si intravede la biancheria.

+1

A rovinare la mia vita adulta è l’aver praticato sempre sport di squadra. Quello e l’essere stata un’adolescente negli anni Novanta, quando anche un cesso come Baby, in vacanza con gli insopportabili genitori in uno squallido resort vicino ad un fiume, finiva per ballare la samba sugli addominali di Patrick Swayze.
Gli sport di squadra mi hanno inculcato quell’idea malsana che la vittoria va conquistata insieme e perciò condivisa, che senza un progetto comune non c’è risultato, che anche nei momenti tristi, nelle sconfitte, nei colpi di sfortuna o negli infortuni, l’abbraccio delle compagne di squadra è morbido e avvolgente come il piumone in inverno.
Sono una da condivisione, io. Persino con le sigarette ero una fumatrice “sociale”: ne accendevo una solo se mi trovavo in compagnia. Ho sempre abitato con qualcuno (in certi picchi di povertà e fricchettonismo anche con altri quattordici studenti in una bettola di Amsterdam), viaggiato con le amiche, convissuto col fidanzato, mangiato in un angolo della lunga tavola da osteria dove mia nonna mi faceva tenere i comizi famigliari già dall’età di 2 anni. In fondo, poi, anche Dirty Dancing finiva con un ballo corale, perché nessuno può mettere (quel cesso di) Baby in un angolo.
Negli ultimi anni ho condiviso sempre meno. Ho dovuto imparare a godermi una cena da sola, a cucinare esclusivamente per me e scoprire che non esistono le fottute monoporzioni di praticamente nulla di commestibile. Ho faticato per godermi una vacanza in solitudine, ho guidato per ore con il mio cane sul sedile posteriore, ho pianto e riso, in un paio di occasioni sono andata al cinema all’aperto sprovvista di +1, e una volta ho partecipato ad un matrimonio senza accompagnatore (finendo poi in branda col fotografo, ma questa è un’altra storia).

Sono single da cinque anni. Da cinque anni non mi sveglio con qualcuno accanto (o perlomeno con qualcuno che non vorrei spingere fuori casa con lo spazzone appena apre gli occhi); cinque anni che quando torno a casa la sera ad aspettarmi c’è il mio Muttley, generalmente con una ciabatta in bocca, che sistematicamente mi sbatte in faccia sfregiandomi a vita. Cinque anni in cui mi sono abituata alle lampadine fulminate che non cambierò, all’erba del giardino bruciacchiata, al frigo vuoto, all’essere clemente con me stessa e con le piccole imperfezioni della mia casa, della mia vita, del mio corpo.
L’estate scorsa, per una serie di congiunzioni astrali e casi del destino, ho deciso coscientemente di prenotare le vacanze con la mia amica Ares. Ci conosciamo dai tempi del liceo, abbiamo girato insieme l’Europa zaino in spalla nelle estati che dai 17 ci hanno portato ai 22, in quegli anni fondamentali che vengono prima dei fidanzati “seri”, delle convivenze, del lavoro che porta via tempo ed energie ed esaurisce quell’ultima scorta di leggerezza adolescenziale. E sebbene non ci siamo mai realmente “perse”, ci siamo comunque “ritrovate” a quarant’anni, single, solitarie, un po’ ciniche e parecchio disilluse, decisamente meno leggere di quando dormivamo per terra nei corridoi di un treno verso Lisbona.
È stato bellissimo. È stato rilassante consultarsi un’amica prima di ogni decisione, confortante sapere che qualcun altro ama il mio cane quanto me, ed è disposto a mangiare insalata quasi tutti i giorni, è stato splendido condividere lunghe camminate e splendidi paesaggi con una persona che vede la meraviglia proprio là dove la vedo io. Mi ha tranquillizzata avere Ares accanto quando si è scaricata la batteria dell’auto in cima ad una strada tortuosa di montagna, ed è stato pieno di gioia il nostro abbraccio quando il vecchio carrozzaio è riuscito a rimettercela in moto; è stato bello anche sapere che entrambe avremmo preso a sprangate il fricchettone che si è fermato per imporre le mani sul cofano e riavviare la macchina con la sua energia psichica.

Negli ultimi anni mi ero talmente sforzata di imparare ad amare la mia solitudine, da dimenticare quanto mi piacesse condividere la vita con gli altri. Sono tornata dalle vacanze riposata, rilassata, piena di energia ma anche consapevole che posso ancora svegliarmi la mattina con qualcuno che mi fa piacere vedere quando apre gli occhi, e che al mondo esistono persone buone e speciali come la mia amica Ares, disposte a voler bene a me con tutte le mie piccole imperfezioni e al mio cane feticista fissato con le ciabatte.

Bipolarismo amoroso

Ognuno ha la sua icona, la mia è Barbra Streisand. Lei è la bruttina intelligente che tutte noi siamo state (o ci siamo sentite), è l’intellettuale che si lascia travolgere dal romanticismo senza mai perdere la dignità, è Baby che non si può mettere in un angolo, è Carrie Bradshaw prima di Sex and the City, è quella che ha fatto innamorare Robert Redford e Jeff Bridges, che sembra sempre fragile e da salvare, ma poi alla fine strisciano tutti ai piedi del suo nasone storto mai ritoccato con la chirurgia, perché chissenefotte di voi e dei vostri perfezionismi globalizzanti.

L’altra sera ero in vena di commedia romantica non troppo cretina e così mi sono guardata L’amore ha due facce, filmone di 25 anni fa, in cui la nostra eroina è non solo protagonista ma anche regista perché – dicevamo – non sarò sta gran figa ma so fare persino due cose insieme. La trama è incentrata sull’incontro tra un razionalissimo e noiosissimo (e fichissimo) professore di matematica interpretato da Jeffone Bridges in tutto il suo splendore, ed una simpaticissima, brillantissima, coltissima (e inchiavabile) prof di letteratura con il volto della adorata Streisand-I-am-a-woman-in-love-and-I’ll-do-anything. Lui, inasprito e deluso da relazioni incentrate soltanto sull’aspetto esteriore e sull’attrazione fisica, decide di escludere il sesso dall’equazione, convinto di poter costruire una relazione d’amore adulta e duratura evitando completamente il contatto fisico. Guarda caso per l’esperimento sceglie la Barbra, la quale – dicevamo – ha avuto anche l’autoironia di piazzarsi nel ruolo del bagaglio a mano Ryanair che devi pure pagare per imbarcarlo.

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Alla fine la commediola del 1996 non mi ha lasciata dormire (quella o la pizza con le melanzane fritte, non saprei), e ho trascorso la notte a domandarmi se l’amore non sia davvero una moneta con due facce destinata a ruotare eternamente su se stessa. Da un lato c’è l’ottimo compagno sempre presente, quello che te lo porti alle cene di famiglia, che ti accompagna ai compleanni delle amiche, quello che vedi seduto sull’apposito divanetto appena fuori dai camerini di Zara con 97 sacchetti intorno, quello che ad ogni Natale ti regala un gioiello, che se resti a piedi con la macchina ti viene a prendere, che ti porta al cinema a vedere Harry Potter, che ti abbraccia nelle foto, quello che il sesso è una seduta di yoga dinamico che pratichi unavolta/massimodue all’anno con lo stesso trasporto con cui riponi i sacchetti dell’umido nello specifico bidone, e quello che – con ogni probabilità – nei giorni in cui non sta seduto sul divanetto ad aspettare che tu esca col vestito a fiori, si tromba con passione la segretaria e anche tutto l’ufficio vendite.

Dall’altro lato della medaglia c’è la segretaria. O meglio, c’è il sesso quello che non riesci a fare a meno di toccare l’altra persona, c’è il gioco di sguardi, c’è il profumo che riconosci tra mille, ci sono le lettere, gli sms, le frasi sottilmente ambigue, i lascio intendere, i lascio intravedere, ci sono le corse per un abbraccio e i baci appassionati, ci sono i film che non sei mai riuscita a vedere perché si finisce sempre per pomiciare, ci sono le attese davanti al telefono, le tachicardie dietro alla porta, ci sono i vestiti che volano, le candele che bruciano, c’è la voglia costante di condividere il proprio tempo, il proprio sguardo, il proprio corpo con un’altra persona. La difficoltà della relazione e l’impossibilità di una vita condivisa contribuiscono in maniera esponenziale ad alimentare la passione folle, che altrimenti si spegnerebbe in un mare di noia e consuetudine.

Le due facce della moneta non si mostrano mai insieme, ma si alternano nella ruota di sfighe che chiamiamo vita. Personalmente, per una questione di vecchiaia/esperienza, le ho sperimentate entrambe. Sono stata accompagnata a cene di famiglia e compleanni, ho mostrato abiti a fiori uscendo da un camerino di Zara, sono stata recuperata nelle vie impervie dove lo scooter mi aveva abbandonata, ho ricevuto in regalo anelli, ho avuto la sicurezza di un uomo buono, paziente e comprensivo, con cui il sesso era un dovere semestrale giusto per ricordarci che non eravamo cugini. Poi sono stata la destinataria di lettere appassionate, la musa di canzoni d’amore, l’oggetto del desiderio di uomini bellissimi ed impegnati, con occhi solo per me e mani calde a stringermi in loro possesso. Illudersi di avere accanto il compagno perfetto con cui invecchiare o vivere di grandi passioni ed invecchiare da sola? Scegliere un matrimonio senza sesso oppure buttarsi tra le braccia di Jeff Bridges, fosse anche solo per una notte?

Io ancora non ho capito cosa sia per me l’amore. Ho capito che sicurezza e consuetudine alla lunga mi annoiano; eppure spesso (spessissimo) mi capita di lasciarmi andare ad una passione fine a se stessa, per poi cedere alla lusinga della dolcezza, della condivisione, delle coccole, della proposta di compagnia, che riesce quasi sempre a farmi dimenticare l’impossibilità di una relazione. In pratica sfuggo da un tipo di rapporto, che poi cerco costantemente di innestare su un altro, ottenendo solamente mostri a due teste che possano dirmi due volte che non imparo mai dai miei errori. Sono la moglie che si è rotta le scatole della sua vita sicura e vorrebbe essere la segretaria appassionata, oppure sono la segretaria appassionata che vorrebbe essere la moglie con la vita sicura. Non ce l’ho mai pari – è vero – ma del resto nemmeno Barbra alla fine si accontenta di un matrimonio senza sesso, sia pure con uno come Jeff Bridges.

(P.S.: Nessuna segretaria è stata maltrattata per la stesura di questo articolo)

Il punk bello

Quando avevo 11 anni mia sorella stava con un punk. Un punk vero, di quelli con la cresta blu, le braghe militari dentro agli anfibioni, le magliette strappate e tutti i crismi. Si chiamava (spero si chiami ancora) Nicola, e a dispetto della sua estetica ribelle e aggressiva era un ragazzino estremamente tenero. Aveva circa 18 anni, i capelli biondi rasati ai lati della cresta tenuta insieme dalla Fanta essiccata, e un paio di occhioni azzurri dietro agli occhiali da vista tondi: un Harry Potter adolescente travestito per Halloween.
Quando avevo 11 anni condividevo la stanza con mia sorella di 16, che stava con un punk. Le mie coetanee avevano alle pareti i poster dei New Kids On The Block, io avevo quello dei Led Zeppelin e il calendario dei Sex Pistols. Ogni mese una foto diversa, ma io me le ricordo tutte nel dettaglio: Johnny Rotten con un maglione a righe sghembe e maglia larga e quei capelli rossi spettinati, Sid Vicious con catena da cane e lucchetto al collo mentre scende una scalinata con la pistola in mano (cantando My Way, di Sinatra ma questo l’ho scoperto in seguito), oppure a cavallo di una moto sgangherata con le maniche della camicia alzate ed i buchi sulle braccia in bella vista («Lisa ma cosa sono quelle ferite?» – «Non rompere, sono le droghe» – segue trauma infantile grazie al quale probabilmente non ho mai assunto droghe pesanti in vita mia).

Al contrario di mia sorella all’epoca, Nicola mi voleva abbastanza bene, o almeno così mi ricordo. Mi considerava, mi parlava anche se io avevo 11 anni e lui guidava la macchina ed era un punk vero. Un giorno gli chiesi cosa fosse quella A cerchiata. «Essere anarchici vuol dire non sottostare alle regole di nessuno – mi disse serissimo -, non accettare compromessi, vivere al di fuori della legge, credere nell’indipendenza del proprio pensiero». A volte spari due cazzate per fare il figo con la sorellina della tua fidanzata e le cambi la vita per sempre.
Per me – che ero cresciuta tra L’isola del tesoro di Stevenson e Moby Dick di Melville, i punk erano i pirati della musica. Da undicenne me li immaginavo tutti insieme in una comune in cui ognuno poteva vivere come gli pareva, rispettando gli altri per innato senso di civlità e non perché lo dice lo Stato; fantasticavo su queste Holiday in Cambodia tutti amici come fricchettoni con le creste colorate; pensavo che i cani che abbaiano nell’intro di Been Caught Stealing fossero quelli del cantante dei Jane’s Addiction, una persona tanto carina coi capelli lunghi che viveva in campagna e allevava bastardini. Quando uno dice “fervida”, non ha presente dove può arrivare la mia fantasia.
Quell’immaginario oscuro e rivoluzionario ma altruista e creativo ha accompagnato tutta la mia esistenza. Non quella di mia sorella, che un paio di mesi dopo ha lasciato il buon Nicola e chiuso per sempre in un cassetto il punk, in favore di una fase depressiva acuta in cui ascoltava solo Pink Floyd, piangendo alla guida della nostra 126 gialla.

Negli anni successivi ho rivissuto quella “sensazione punk” nei posti più sporchi e sgangherati di Bologna: nelle notti al Bestial Market, nei giovedì al Candilejas, qualche volta anche nei sabato sera a Ca’ de Mandorli, dove arrivavamo in motorino in due, senza casco, senza soldi, senza benzina, ma soprattutto senza un solo pensiero triste in quella testa piena di speranze. Mi sono sentita punk nell’attraversare l’Europa in treno, con uno zaino pieno di magliette decolorate con la candeggina ed una scatola di musicassette registrate minuziosamente a mano; o quando, ancora minorenne, mi sono fatta accompagnare a fare il primo tatuaggio da una nonna di Berlino conosciuta grazie ad un lavoretto estivo in Germania. Ho vissuto quella sensazione ribelle dietro al bancone del bar del Covo, dove ho servito cocktail per quasi un decennio a gente che ancora oggi si dice innamorata di quel mio modo di fare scontroso e inavvicinabile, e dove ho conosciuto il mio grande amore, il “punk bello”, quello che indossava maglioni glitterati e jeans strappati e non invecchiava mai.
Mi sono sentita punk anche ieri, quando ho deciso di non accettare il compromesso di un lavoro che non mi dà soddisfazione, o il mese scorso, quando al termine di una lunga videochiamata con una cara amica ho comprato un biglietto aereo per andarla a trovare. Sono passati trent’anni da quando Nicola mi ha spiegato il suo concetto di anarchia, ma io a compromessi non sono mai scesa. E anche se ho scoperto che quel giovane Harry Potter usciva di casa ben vestito e pettinato per poi travestirsi da Johnny Rotten lontano dallo sguardo dei genitori, lo devo ringraziare per aver indirizzato la mia vita verso quella musica, quell’estetica, e quel modo di vivere fuori dagli schemi che mi permette ancora oggi di sentirmi libera e independente dal giudizio altrui.

(Ah, e ringrazio anche mia sorella per avermi tenuta lontana dalle droghe pesanti e dai pezzi più depressivi dei Pink Floyd).