Bipolarismo amoroso

Ognuno ha la sua icona, la mia è Barbra Streisand. Lei è la bruttina intelligente che tutte noi siamo state (o ci siamo sentite), è l’intellettuale che si lascia travolgere dal romanticismo senza mai perdere la dignità, è Baby che non si può mettere in un angolo, è Carrie Bradshaw prima di Sex and the City, è quella che ha fatto innamorare Robert Redford e Jeff Bridges, che sembra sempre fragile e da salvare, ma poi alla fine strisciano tutti ai piedi del suo nasone storto mai ritoccato con la chirurgia, perché chissenefotte di voi e dei vostri perfezionismi globalizzanti.

L’altra sera ero in vena di commedia romantica non troppo cretina e così mi sono guardata L’amore ha due facce, filmone di 25 anni fa, in cui la nostra eroina è non solo protagonista ma anche regista perché – dicevamo – non sarò sta gran figa ma so fare persino due cose insieme. La trama è incentrata sull’incontro tra un razionalissimo e noiosissimo (e fichissimo) professore di matematica interpretato da Jeffone Bridges in tutto il suo splendore, ed una simpaticissima, brillantissima, coltissima (e inchiavabile) prof di letteratura con il volto della adorata Streisand-I-am-a-woman-in-love-and-I’ll-do-anything. Lui, inasprito e deluso da relazioni incentrate soltanto sull’aspetto esteriore e sull’attrazione fisica, decide di escludere il sesso dall’equazione, convinto di poter costruire una relazione d’amore adulta e duratura evitando completamente il contatto fisico. Guarda caso per l’esperimento sceglie la Barbra, la quale – dicevamo – ha avuto anche l’autoironia di piazzarsi nel ruolo del bagaglio a mano Ryanair che devi pure pagare per imbarcarlo.

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Alla fine la commediola del 1996 non mi ha lasciata dormire (quella o la pizza con le melanzane fritte, non saprei), e ho trascorso la notte a domandarmi se l’amore non sia davvero una moneta con due facce destinata a ruotare eternamente su se stessa. Da un lato c’è l’ottimo compagno sempre presente, quello che te lo porti alle cene di famiglia, che ti accompagna ai compleanni delle amiche, quello che vedi seduto sull’apposito divanetto appena fuori dai camerini di Zara con 97 sacchetti intorno, quello che ad ogni Natale ti regala un gioiello, che se resti a piedi con la macchina ti viene a prendere, che ti porta al cinema a vedere Harry Potter, che ti abbraccia nelle foto, quello che il sesso è una seduta di yoga dinamico che pratichi unavolta/massimodue all’anno con lo stesso trasporto con cui riponi i sacchetti dell’umido nello specifico bidone, e quello che – con ogni probabilità – nei giorni in cui non sta seduto sul divanetto ad aspettare che tu esca col vestito a fiori, si tromba con passione la segretaria e anche tutto l’ufficio vendite.

Dall’altro lato della medaglia c’è la segretaria. O meglio, c’è il sesso quello che non riesci a fare a meno di toccare l’altra persona, c’è il gioco di sguardi, c’è il profumo che riconosci tra mille, ci sono le lettere, gli sms, le frasi sottilmente ambigue, i lascio intendere, i lascio intravedere, ci sono le corse per un abbraccio e i baci appassionati, ci sono i film che non sei mai riuscita a vedere perché si finisce sempre per pomiciare, ci sono le attese davanti al telefono, le tachicardie dietro alla porta, ci sono i vestiti che volano, le candele che bruciano, c’è la voglia costante di condividere il proprio tempo, il proprio sguardo, il proprio corpo con un’altra persona. La difficoltà della relazione e l’impossibilità di una vita condivisa contribuiscono in maniera esponenziale ad alimentare la passione folle, che altrimenti si spegnerebbe in un mare di noia e consuetudine.

Le due facce della moneta non si mostrano mai insieme, ma si alternano nella ruota di sfighe che chiamiamo vita. Personalmente, per una questione di vecchiaia/esperienza, le ho sperimentate entrambe. Sono stata accompagnata a cene di famiglia e compleanni, ho mostrato abiti a fiori uscendo da un camerino di Zara, sono stata recuperata nelle vie impervie dove lo scooter mi aveva abbandonata, ho ricevuto in regalo anelli, ho avuto la sicurezza di un uomo buono, paziente e comprensivo, con cui il sesso era un dovere semestrale giusto per ricordarci che non eravamo cugini. Poi sono stata la destinataria di lettere appassionate, la musa di canzoni d’amore, l’oggetto del desiderio di uomini bellissimi ed impegnati, con occhi solo per me e mani calde a stringermi in loro possesso. Illudersi di avere accanto il compagno perfetto con cui invecchiare o vivere di grandi passioni ed invecchiare da sola? Scegliere un matrimonio senza sesso oppure buttarsi tra le braccia di Jeff Bridges, fosse anche solo per una notte?

Io ancora non ho capito cosa sia per me l’amore. Ho capito che sicurezza e consuetudine alla lunga mi annoiano; eppure spesso (spessissimo) mi capita di lasciarmi andare ad una passione fine a se stessa, per poi cedere alla lusinga della dolcezza, della condivisione, delle coccole, della proposta di compagnia, che riesce quasi sempre a farmi dimenticare l’impossibilità di una relazione. In pratica sfuggo da un tipo di rapporto, che poi cerco costantemente di innestare su un altro, ottenendo solamente mostri a due teste che possano dirmi due volte che non imparo mai dai miei errori. Sono la moglie che si è rotta le scatole della sua vita sicura e vorrebbe essere la segretaria appassionata, oppure sono la segretaria appassionata che vorrebbe essere la moglie con la vita sicura. Non ce l’ho mai pari – è vero – ma del resto nemmeno Barbra alla fine si accontenta di un matrimonio senza sesso, sia pure con uno come Jeff Bridges.

(P.S.: Nessuna segretaria è stata maltrattata per la stesura di questo articolo)

Il punk bello

Quando avevo 11 anni mia sorella stava con un punk. Un punk vero, di quelli con la cresta blu, le braghe militari dentro agli anfibioni, le magliette strappate e tutti i crismi. Si chiamava (spero si chiami ancora) Nicola, e a dispetto della sua estetica ribelle e aggressiva era un ragazzino estremamente tenero. Aveva circa 18 anni, i capelli biondi rasati ai lati della cresta tenuta insieme dalla Fanta essiccata, e un paio di occhioni azzurri dietro agli occhiali da vista tondi: un Harry Potter adolescente travestito per Halloween.
Quando avevo 11 anni condividevo la stanza con mia sorella di 16, che stava con un punk. Le mie coetanee avevano alle pareti i poster dei New Kids On The Block, io avevo quello dei Led Zeppelin e il calendario dei Sex Pistols. Ogni mese una foto diversa, ma io me le ricordo tutte nel dettaglio: Johnny Rotten con un maglione a righe sghembe e maglia larga e quei capelli rossi spettinati, Sid Vicious con catena da cane e lucchetto al collo mentre scende una scalinata con la pistola in mano (cantando My Way, di Sinatra ma questo l’ho scoperto in seguito), oppure a cavallo di una moto sgangherata con le maniche della camicia alzate ed i buchi sulle braccia in bella vista («Lisa ma cosa sono quelle ferite?» – «Non rompere, sono le droghe» – segue trauma infantile grazie al quale probabilmente non ho mai assunto droghe pesanti in vita mia).

Al contrario di mia sorella all’epoca, Nicola mi voleva abbastanza bene, o almeno così mi ricordo. Mi considerava, mi parlava anche se io avevo 11 anni e lui guidava la macchina ed era un punk vero. Un giorno gli chiesi cosa fosse quella A cerchiata. «Essere anarchici vuol dire non sottostare alle regole di nessuno – mi disse serissimo -, non accettare compromessi, vivere al di fuori della legge, credere nell’indipendenza del proprio pensiero». A volte spari due cazzate per fare il figo con la sorellina della tua fidanzata e le cambi la vita per sempre.
Per me – che ero cresciuta tra L’isola del tesoro di Stevenson e Moby Dick di Melville, i punk erano i pirati della musica. Da undicenne me li immaginavo tutti insieme in una comune in cui ognuno poteva vivere come gli pareva, rispettando gli altri per innato senso di civlità e non perché lo dice lo Stato; fantasticavo su queste Holiday in Cambodia tutti amici come fricchettoni con le creste colorate; pensavo che i cani che abbaiano nell’intro di Been Caught Stealing fossero quelli del cantante dei Jane’s Addiction, una persona tanto carina coi capelli lunghi che viveva in campagna e allevava bastardini. Quando uno dice “fervida”, non ha presente dove può arrivare la mia fantasia.
Quell’immaginario oscuro e rivoluzionario ma altruista e creativo ha accompagnato tutta la mia esistenza. Non quella di mia sorella, che un paio di mesi dopo ha lasciato il buon Nicola e chiuso per sempre in un cassetto il punk, in favore di una fase depressiva acuta in cui ascoltava solo Pink Floyd, piangendo alla guida della nostra 126 gialla.

Negli anni successivi ho rivissuto quella “sensazione punk” nei posti più sporchi e sgangherati di Bologna: nelle notti al Bestial Market, nei giovedì al Candilejas, qualche volta anche nei sabato sera a Ca’ de Mandorli, dove arrivavamo in motorino in due, senza casco, senza soldi, senza benzina, ma soprattutto senza un solo pensiero triste in quella testa piena di speranze. Mi sono sentita punk nell’attraversare l’Europa in treno, con uno zaino pieno di magliette decolorate con la candeggina ed una scatola di musicassette registrate minuziosamente a mano; o quando, ancora minorenne, mi sono fatta accompagnare a fare il primo tatuaggio da una nonna di Berlino conosciuta grazie ad un lavoretto estivo in Germania. Ho vissuto quella sensazione ribelle dietro al bancone del bar del Covo, dove ho servito cocktail per quasi un decennio a gente che ancora oggi si dice innamorata di quel mio modo di fare scontroso e inavvicinabile, e dove ho conosciuto il mio grande amore, il “punk bello”, quello che indossava maglioni glitterati e jeans strappati e non invecchiava mai.
Mi sono sentita punk anche ieri, quando ho deciso di non accettare il compromesso di un lavoro che non mi dà soddisfazione, o il mese scorso, quando al termine di una lunga videochiamata con una cara amica ho comprato un biglietto aereo per andarla a trovare. Sono passati trent’anni da quando Nicola mi ha spiegato il suo concetto di anarchia, ma io a compromessi non sono mai scesa. E anche se ho scoperto che quel giovane Harry Potter usciva di casa ben vestito e pettinato per poi travestirsi da Johnny Rotten lontano dallo sguardo dei genitori, lo devo ringraziare per aver indirizzato la mia vita verso quella musica, quell’estetica, e quel modo di vivere fuori dagli schemi che mi permette ancora oggi di sentirmi libera e independente dal giudizio altrui.

(Ah, e ringrazio anche mia sorella per avermi tenuta lontana dalle droghe pesanti e dai pezzi più depressivi dei Pink Floyd).

Previously on Fedeland

Ormai non ho più vent’anni nemmeno io che li ho sempre avuti. Allo scoccare della mezzanotte la carrozza si è trasformata in Panda a metano e gli anni compiuti sono diventati 40. Vissuti pericolosamente non saprei, intensamente di sicuro.
Non ricordo bene (del resto sono vecchia) come mi aspettassi di essere a questa età quando ero una ragazzina. Probabilmente mi visualizzavo (vecchia) con una carriera avviata ed un matrimonio da favola, un marito con gli occhioni azzurri che mi sorridesse la mattina porgendomi il caffè. Diciamo che la carriera avviata si è interrotta qualche anno fa, così come la convivenza da favola. E il sorriso con caffè dagli occhioni azzurri per un periodo ce l’ho anche avuto, peccato fosse il marito di un’altra. Non tutto è andato come previsto, diciamolo pure. Ma sono convinta che non siano state sbagliate le scelte, piuttosto che fossero sbagliate le previsioni.

Compio 40 anni senza rimpianti. Cazzo che liberazione scriverlo. Compio 40 anni e me ne impippo degli sguardi impietositi e guidicanti sul fatto che non ho messo al mondo marmocchi urlanti, che un domani incolperanno me per le loro scelte sentimentali sbagliate. Compio 40 anni e sono consapevole delle scelte fatte. Il che mi permette di ignorare le critiche costanti e i giudizi non richiesti. Non ho mai desiderato figli nemmeno quando ero innamorata e fidanzata da una decade, non ho voluto sposarmi neanche quando me l’hanno chiesto in ginocchio con un anello in mano, non voglio mangiare carne perché preferisco che nessuno muoia per sfamarmi, non voglio fare carriera perché non reggo lo stress e la competitività, non voglio vivere a Milano perché divento triste. Forse non so bene cosa voglio, ma di certo so cosa non voglio. Non voglio una vita piatta e monotona, non sono fatta per questo. Sono una lunatica, capricciosa, istintiva rompicoglioni che ha sempre bisogno di botte di vita per non deprimersi o annoiarsi.

Mia madre dice che a me capita in una settimana quel che agli altri succede mediamente in una decina d’anni. La settimana scorsa, per esempio, mi sono trovata testimone di un triangolo amoroso imbarazzante, ho cominciato e concluso un’intensissima corrispondenza via messenger con un amico che vive dall’altra parte del mondo, ho rivisto un uomo che avevo conosciuto a Barcellona a settembre e che aspettavo di rivedere da allora, e il mio grande amore impossibile si è presentato a sorpresa nell’osteria in cui lavoro. Tutto questo in soli cinque giorni, al modico prezzo di un paio di notti insonni. Fortunatamente nella stessa settimana sono andata a Parigi per il weekend, e la prima sera ho conosciuto un ragazzo che si è appena trasferito ad Atene, dove – guarda caso – mi trovo ora per un viaggio-regalo di mia sorella. Se la mia vita sentimentale fosse una serie tv, il “previously” sarebbe più lungo della puntata stessa.
Sono una specie di catalizzatore naturale di disavventure: ho un talento innato per la complicazione di cose semplici, una propensione per le irregolarità, una passione sfrenata per gli imprevisti, i colpi di testa, le cazzate. Gli amici mi aspettano al bar di quartiere per la nuova stagione di Fedeland, dove ogni settimana combino qualche casino in qualche parte del mondo. E ridono come pazzi delle mie storie (vere).

Non credo sia un caso che le cose siano andate così. La vita uno se la costruisce come la desidera, e anche se qualche volta mi lascio confondere dal retaggio culturale di “quel che avrei dovuto essere”, sono abbastanza soddisfatta di quel che sono. E della mia storia, intensa e divertente, a tratti incredibile. Ho un sacco di avventure da raccontare, e la cosa più sconvolgente, è che sono tutte realmente accadute in questi 40 anni.

La donna cresciuta dai buzzurri

Gli uomini vengono da Marte, le donne non si sa da dove vengano ma hanno fantasie dettagliate su dove vogliono andare. Mia madre – delicatissima come sempre – mi chiama “la donna cresciuta dai buzzurri”, perché dai 17 anni in avanti ho frequentato una compagnia di soli uomini, a cui sporadicamente si aggiungevano le fidanzate di turno. In un ventennio di alcolismo e fantacalcio, ho capito che le differenze tra generi si originano tutte da una sola, misera ma terrificante, caratteristica femminile: la capacità di crearsi aspettative.

Il divario si crea perché gli uomini hanno una mente semplice ma efficace, il cui ragionamento si basa esclusivamente su fatti realmente accaduti. In pratica, se lei dice A, allora è A. Per una donna, se lui dice A probabilmente intendeva C, perché quella volta in cui è capitato B, lui aveva capito D ma gli sarebbe piaciuto G, però poi se succedesse F probabilmente preferirebbe H. Più che “dolcemente complicate”, siamo una rottura di coglioni. Gli uomini vivono il presente, un po’ come i cani. Le donne vivono il presente solo come trampolino di lancio per una serie di eventi futuri che sono in grado di immaginare nella più minuziosa delle sfumature.

Nel labirinto emotivo in cui tentiamo costantemente di mettere ordine alle cose che ci succedono – a parte il ciclo, il pre-ciclo, l’ovulazione, la pre-ovulazione, la post-ovulazione – c’è una variabile che accomuna tutte le donne: l’incapacità di mettere un freno alla fantasia. Un uomo ci offre la birra al pub e noi ci immaginiamo figli con i nostri occhioni e la sua abilità nell’aggrottare le sopracciglia, stalkeriamo uno su Facebook e per prima cosa scatta la ricerca della data di nascita per verificare l’affinità tra segni zodiacali, quel tizio ci ha sorriso e chissà come verrebbe bene nelle foto delle vacanze in Polinesia. Ovviamente più un uomo concede terreno, più la nostra immaginazione corre libera nelle praterie dei futuri possibili. Se ci messaggia tutti i giorni siamo ad un passo dall’altare, se ci manda una foto del suo cane possiamo spedire gli inviti al matrimonio, se ci presenta agli amici possiamo cominciare a scegliere il nome per il primogenito.

Fantasticare sull’onda dell’entusiasmo non sarebbe nemmeno così grave di per sé, se non fosse per le fottutissime aspettative. Le aspettative sono quella roba per cui nessuna situazione andrà mai e poi mai nel modo in cui te la sei immaginata. Andrà sempre e comunque peggio, per il semplice motivo che tu non l’avevi prevista in quel modo, quindi comunque non va bene. Si chiama mania del controllo, e – molto piacere – io ne sono la regina. Diciamo che all’innata capacità femminile di costruire futuri immaginari, contribuisce in maniera esponenziale la quantità di delusioni sentimentali subite: in pratica più sono disillusa e sfiduciata, più cercherò di calcolare minuziosamente ogni singolo avvenimento, in modo da arginare la sofferenza il più possibile.

Nel Fedemondo la vita procede per “bolle” temporali. Di solito si comincia dalla bolla positiva, dove tutto è felice, amore, bubicachiluli, fiorellini e sorrisoni. In questa fase un uomo potrebbe dire o fare più o meno qualsiasi cosa, tanto per me (cieca/sorda/inebetita) sarebbe comunque un segnale di affetto. Non vergognandomi più di nulla dagli anni Ottanta, sono disposta ad ammettere che in fase bolla positiva mi sono convinta che potesse funzionare con un fan sfegatato dei Pooh (“Perché insistere a cercare uno rock’n’roll come me / la felicità è nell’essere diversi”); ho fatto progetti con uno che sbranava fiorentine sanguinolente ogni volta che cenavamo al ristorante (“In fondo l’animalismo è una mia scelta personale / si impara dall’altro”); ho fantasticato sul futuro con un alcolizzato che spariva per tre giorni di fila e al risveglio ricordava a malapena chi fossi (“Non si vive mica col telefono in mano / alla fine torna sempre da me”).

La bolla positiva viene sempre interrotta bruscamente dall’epifania, ovvero quel ceffone sordo che ti arriva quando capisci che stai veramente pensando di passare il resto della tua vita con uno che intona sotto la doccia Dio delle città e delle immensità. La bolla si è bucata, l’incantesimo è rotto. Seguono delusione, disperazione, pianti a fontana. Poi si entra in una nuova fase.

La bolla negativa è quella in cui rileggo tutto l’accaduto in chiave (secondo me) obiettiva, ovvero dal punto di vista di Darth Vader: la vita è una merda, il genere umano è l’orrore, voglio farmi chiudere le tube, nessuno mi vuole bene, il mondo finisce domani, non ho alcuna ragione per protrarre questa agonia che chiamano vita.

Le donne e l’equilibrio. Sarà il titolo del mio best seller.

Non siamo cattive. È davvero la fottuta Disney che ci ha disegnate così. Sono stati anni di favole romantiche e lieto fine e illusioni sul fatto che l’affetto di un principe azzurro sul cavallo bianco ci avrebbe salvate da streghe cattive, invidie, solitudini, prigioni e avvelenamenti. È la ricerca spasmodica di affetto a renderci cieche di fronte a uomini anaffettivi che ascoltano i Pooh: proiettiamo su di loro quello di cui noi abbiamo bisogno. Poi un giorno ci accorgiamo che quel foglio – senza le nostre fantasie – è candido e immacolato.

Ma poi cosa sarebbe la vita senza fantasia. Non ci sarebbe la musica, non esisterebbero opere d’arte, film, libri, nessuno farebbe sogni, sarebbero svanite le speranze. Fantasticare è il motore del mondo, non rinuncerò a farlo per qualche delusione. Ecco, magari se mi trovassi di fronte un bel quadro di Basquiat avrei meno spazio su cui proiettare.

Eh, lo fa, lo fa

Ci sono donne che pensano che l’amore sia fatto di mazzi di fiori e scatole di cioccolatini, picnic sul panno a quadri in un prato di margherite, lui che le accarezza i capelli al tramonto e le fa trovare un anello nel calice di prosecco. Poi ci sono io. Che probabilmente berrei anche l’anello.

Per me l’amore è l’incastro perfetto di due patologie psichiatriche che si compensano: è un tetris di disagi mentali. C’è la coppia perfetta formata da lei eterna vittima e lui unico vero carnefice, quella in cui lei è sempre malata/fragile/cagionevole e lui costantemente eroe/salvatore/brucewillis; c’è la donna adulta ed autonoma che passa la vita a cazziare il compagno peter pan che a 50 anni si ubriaca con gli amici e vomita per tutta la casa; c’è quella che io chiamo “piccola vecchia”, che fa la ragazzina con la baby vocina anche se è già in menopausa e ha le rughe di Riccardo Fogli, e che generalmente frequenta toy boy che preservino la sua illusione di essere ancora bambina. Ognuno di noi ha una serie di mancanze e conseguenti bisogni più o meno consci (e anche più o meno gravi), e cerca la metà della mela che si incastri perfettamente con la sua, riempiendo quei vuoti come le nocciole tra due quadretti di cioccolato Novi.

Le persone mi chiedono spesso come mai sia finita tra me ed il mio ex dopo dodici anni insieme in cui sembravamo/eravamo la coppia perfetta. Se voglio davvero conversare con il mio interlocutore (tutti sanno che se non mi interessa una discussione adoro rispondere alle domande con frasi fatte stupide tipo “è finito l’amore” o “dai tempo al tempo”, “eh, lo fa, lo fa”, ma questo è un altro post), se davvero desidero parlarne – dicevo – allora cerco di spiegare che probabilmente ci eravamo troppo cristallizzati in ruoli definiti, che questa dinamica, alla lunga, finisce per diventare una gabbia. Dedu ed io ci siamo conosciuti quando io avevo 23 anni e lui 39. In pratica io ero una bambina e lui un uomo. E così è stato per dodici anni: io una bambina e lui un uomo. Quei 16 anni di differenza tra noi, a dire il vero, non mi hanno pesato mai. Fino a quando io, a 35 anni, non ero più tanto una bambina, e non avevo più nessuna voglia di esserlo. Fine dei giochi.

L’amore dura finché dura la patologia. Ci si sveglia una mattina che non si ha più voglia di essere salvate, non si ha più lo stimolo per cazziarlo davanti alle 14 lattine di birre lasciate ad imputridire sul divano, non si ha più voglia di lavargli i calzini e tirarlo giù dal letto, non ci si sente più bambine: si desidera altro. E allora avanti con un nuovo disagio mentale.

Da quando è finita con Dedu mi sono chiesta spesso per quale delle mie patologie sto cercando un compagno: mi domando se ho frequentato uomini iperattivi per vincere la mia pigrizia, se i fricchettoni sono la compensazione degli anni fighetti a Milano, se la lontananza fisica sia la soluzione che trovo per non impegnarmi veramente con qualcuno, se l’indisponibilità come denominatore comune non sia forse – la butto lì – lo specchio della mia inadeguatezza rispetto ad una relazione seria, adulta e matura. A quanto pare, insomma, non sono loro che sono egocentrici, sfuggenti ed incapaci di affezionarsi; sono io che sono accogliente, presente e troppo desiderosa di amare, ma allo stesso tempo impaurita all’idea di relazionarmi davvero con qualcuno, tanto da proiettare tutti i miei bisogni su persone indisponibili. Mi sto auto-sabotando per non riuscire nell’impresa, in un nichilismo amoroso che fa di me una non-principessa moderna: difficile vivere per sempre felici e contenti se lui sta con la moglie o vive a 6mila chilometri di distanza.

La scarpetta, comunque, non è ancora venuto a provarmela nessuno.

Non c’è cosa più divina

Gli uomini sono sempre creativi nell’approcciarsi a me, forse perché ho la faccia da stronza, e quindi pensano che per attirare la mia attenzione ci voglia chissà quale show pirotecnico di parole. Ricordo una serata in discoteca con le amiche in cui indossavo una collana etnica con elefantini, giraffine e pappagallini; la mattina mi trovai nella tasca della giacca un biglietto con scritto “Vorrei far parte del tuo zoo”. Seguiva numero di telefono. Non l’ho mai chiamato, e quindi il nostro eroe non è entrato a far parte del circo Togni che è la mia vita, ma a sua insaputa è tra i protagonisti di questo post, e direi che la cosa – a livello di soddisfazioni esistenziali – lo possa ripagare totalmente dello sforzo creativo fatto un paio di decadi fa.
Capisco: non è affatto facile avere pochi secondi a disposizione per fare colpo su qualcuno. Anche a me è capitato di fare gesti bizzarri per impressionare il malcapitato di turno. Una volta ad esempio, mi ero presa una sbandata per un ex compagno di liceo, ma in un paio di occasioni in cui l’ho beccato insieme ad amici se n’è andato casa con un gran mal di testa. Così ho cercato il suo indirizzo (erano i tempi delle Pagine Gialle, ovvero il Pleistocene) e gli ho spedito una bustina di Aulin con su scritto “Quando ti passa il mal di testa chiamami”. Sono trascorsi vent’anni ma non sono affatto cambiata. L’altra sera sono andata ad ubriacarmi nel solito pub con i soliti amici, dove il solito fichissimo barista appende il cappotto al lato del banco per indossarlo ogni volta che esce a fumare una sigaretta. Al momento di andarmene gli ho detto: “Stavo per mettermi la tua giacca, estrarre 20 euro dalla tasca ed offrirti da bere nel tuo locale”. Io mi sarei limonata sul posto, lui ha risposto “Eh?”. Classic.


Generalmente gli uomini utilizzano come scusa per parlarmi qualcosa che li colpisce del mio aspetto fisico, e avendo la decenza di non fare una battuta diretta sulla quarta di reggiseno, di solito passano ai tatuaggi. Dal classico “Posso toccarli?” (ma perché mai dovresti????), fino al leggendario bagnino romagnolo della spiaggia in cui svernano ogni anno i miei genitori: “Ma che begli uccelli dela paradiso che hai sulle spalle” mi ha detto sornione. “Grazie, veramente sono rondini”, gli ho risposto io. “Sì, ma a stare su di te sono in paradiso!”. Fantastico. Un altro mi ha spiegato invece di non essere particolarmente fan dei tatuaggi. “Non me li vedo addosso”, mi ha detto. “E addosso a me come li vedi?” gli ho chiesto. “Beh, addosso a te ci vedrei meglio me”. Quei momenti in cui non sai se innamorarti o mollargli un ceffone.


Anche l’Osteria è, come sempre, fonte infinita di gag ed approcci creativi. “Ti ho vista scendere le scale con tre scodelle di tortellini in brodo e mi sono innamorato di te”, oppure ieri uno mi ha vista in difficoltà con il torcicollo e mi ha detto “Pensa che io indosso sempre la maglia della salute, ovviamente imbottita nei punti giusti per sembrare il tuo eroe Marvel”.

Il vincitore indiscusso, però, è il mio adorato collega:
“Ma perché mi chiami sempre cugina?”
“Ovvio teso’, perché non c’è cosa più divina…”.

Mostri Aniba

Sono la bambina grassa nella famiglia (magra) del Mulino Bianco. Mia madre era un’adolescente anoressica in tempi in cui l’anoressia non si sapeva nemmeno cosa fosse, e così le sue sorelle la curavano a ricostituenti che poi – dice lei – le hanno fatto effetto tutti insieme a 50 anni. A me – figlia grassa – ricorda sempre con grande orgoglio che al suo matrimonio primaverile mia nonna le impedì di indossare un abito smanicato per via delle braccia troppo scheletriche; poi a quel punto del racconto mi mostra il micro polso e spiega che l’orologio che indossava allora, oggi non entrerebbe nemmeno a mia nipote di 6 anni.

Mia sorella, invece, è una di quelle (stronze) che a colazione mangiano TRE bomboloni alla crema, ma poi entrano in una 38 e pesano 45 chili con gli anfibi: mai avuto il culone, mai avuto cellulite, mai avuto la panza, eccezion fatta per le due volte in cui è stata incinta, ovvero gli unici momenti in 40 anni in cui è stata temporaneamente più “grassa” di me. Lei apre una scatola di saccottini al cioccolato e li mangia tutti e dodici, e probabilmente li caga interi perché addosso non le resta nulla. Mistero.

Io sono la bambina grassa nella famiglia magra. Ho preso tutto da “zio Raffaele” (mai visto, ma comunque ’tacci sua). Sono quella che nell’album di famiglia fa ridere per le pieghe da Shar Pei nelle cosce, che a 2 anni non stava in braccio alla sorella di 7, che a 5 anni prendevano a sassate all’asilo, che a 12 faceva più sport di Alex Zanardi, che a 14 era così complessata da vestirsi come Kurt Cobain (ok, in mia difesa va detto che erano anche gli anni ’90) con maglioni di sei taglie più grandi e i pantaloni militari di mio padre. Io sono sempre stata “quella rotondetta”, “in carne”, “un po’ grossa”, “robusta”, e tutti gli altri appellativi finto-edulcorati che feriscono come lame nella carne, anche e soprattutto quando di carne addosso ne hai parecchia. Mia madre non mi ha mai risparmiato il suo ribrezzo per il mio aspetto fisico, mia sorella ha cercato sempre di consolarmi con frasi tipo “sarai anche grassa, ma almeno hai un bel viso”. Grazie. Grazie al cazzo.

A 17 anni vivevo completamente nell’ombra delle donne della mia famiglia, per me bellissime ed irraggiungibili. Convinta di non meritare attenzioni maschili e approvazione femminile, puntavo tutto su intelligenza e simpatia, e sopravvivevo nel conforto di una schiera di amici (uomini) amorevoli e mai giudicanti. Fu uno di loro a cambiarmi la vita. Un giorno, chiacchierando tra i sedili dell’autobus, mi disse con ingenua spontaneità: “Chissà come se la vive male tua sorella che tu sei più bella di lei”. Una frase di merda, mi rendo conto adesso che la scrivo, ma a me ribaltò la visione di ogni cosa. Perché il punto non era tanto la competizione con mia sorella (instillata in me dall’ossessione per la magrezza di mia madre); il punto era che c’era qualcuno al mondo che mi trovava bella. Non solo di un bello paragonabile alla mia inarrivabile famiglia, persino di più. Una cosa incredibile.

Esiste un disturbo psicologico che si chiama dismorfismo corporeo: chi ne soffre vede nello specchio un’immagine distorta del proprio corpo e non riesce ad accettarla. A 17 anni ero convinta di essere il mostro Aniba. Guardo le mie foto di allora e penso a quanto tempo ho sprecato a complessarmi negli anni in cui ero più giovane (e magra) che mai. Il mostro non era nello specchio, ma dentro di me. E la cosa assurda è che nonostante tutte le consapevolezze e maturità e gran pipponi da quasi 40enne, il mostro c’è ancora. Oggi porto una dignitosissima taglia 44, ma ogni volta che vado a comprare un paio di jeans mi porto in camerino la 48; il cappotto lo compro sempre L anche se le amiche cercano di convincermi che la M mi sta da Dio, e sento ancora una stilettata al cuore quando qualcuno mi chiama “ciccia”. Stamattina, in osteria, ho chiesto ad un cliente di spostare la sedia perché non riuscivo a passare per raggiungere un tavolo. “Scusami, sono io che devo dimagrire” ho detto. “Non mi pare proprio” ha risposto lui.
Sono quello che sono: imperfetta e unica come tutti gli altri essere umani, diversa dalla mia meravigliosa sorella e dall’ideale di bellezza di mia madre, ma meritevole di amore, affetto, attenzioni e complimenti. Per questo chiamo tutti i miei amici “amore”, per non correre il rischio di dare soddisfazione al mostro che vive dentro di loro.

Racista de mierda

Nessuno mi toglie dalla testa che il ristorante in cui lavoro sia in realtà un esperimento sociologico, e che io non sia davvero una cameriera, ma l’ignara protagonista di uno studio alieno sull’idiozia del genere umano.
Posizionata nel cuore di Bologna, inserita nelle più note guide della città, frequentata soprattutto da turisti provenienti da ogni angolo del globo (cadenzati in maniera autistica dalla tabella arrivi di Ryanair) l’Osteria è aperta 360 giorni all’anno, dalle 12 alle 12, 7 giorni su 7. E in queste 4320 ore di tagliatelle fumanti e bestemmie del personale, c’è sempre, costantemente, inevitabilmente, la fila fuori.

Quando attacco il turno a mezzogiorno, capita che i clienti in attesa si mettano in competizione e cerchino in ogni modo di ostacolare il mio ingresso: tocca alzare i gomiti, spostare zaini, scusate/permesso/excuseme/perdona, spintonare un po’ e – in casi estremi – sfoderare in diverse lingue la minaccia “se non mi fate passare non apriamo il locale”. Quando invece comincio alle 11, siamo costretti a sistemare i tavoli, apparecchiare, tagliare i dolci e scrivere il menù sempre sotto lo sguardo vigile ed inquietante della parata di zombie accalcati contro i vetri del locale. Ma è solo all’apertura delle porte che comincia il vero spettacolo. Tutti hanno fretta di sedersi, tutti hanno fretta di ordinare, tutti hanno fretta di ricevere i piatti, ma nessuno mai ha fretta di andarsene, per lasciare il posto ai prossimi walking dead che li guardano sbavando dalle finestre.


I clienti sono studenti, anziani, stranieri, bolognesi, siciliani, campani, manager, punkabbestia, veneti, famiglie, coppie. Tutti accomunati da una sola caratteristica: l’incapacità di fare domande intelligenti. “Scusa, il bagno è dove c’è scritto bagno?”, “Per andare al piano di sotto bisogna scendere le scale?”,“La torta al cioccolato è al cioccolato?”, “Se la porta della toilette è chiusa significa che è occupata?”; intervallate da invenzioni metafisiche come la famosissima caraffa di vino da due quarti (evidentemente più capiente di quella da mezzo litro che appare in menù), il fondamentale cucchiaio per mangiare le tagliatelle al ragù, il cappuccino come bevanda ideale per accompagnare i tortellini in brodo.
Nessuno di noi camerieri è razzista: noi odiamo tutti con la stessa intensità. Però è vero che clienti di origini diverse hanno caratteristiche e comportamenti diversi. I cinesi, ad esempio, arrivano in grandi tavolate, mostrano le foto di quel che vogliono ordinare, ci rimangono male perché non facciamo gli spaghetti alla carbonara. I tedeschi sono scioccati dal fatto che esiste il vino bianco sia fermo che frizzante, mangiano le tagliatelle col pane, ci rimangono male perché non facciamo gli spaghetti alla carbonara. I giapponesi sfoderano una strana lente attaccata al telefonino, traducono il menù con google translate, ci rimangono male perché non facciamo gli spaghetti alla carbonara. Poi ci sono gli spagnoli. Che oltre a rimanerci male perché non facciamo gli spaghetti alla carbonara, sono di una maleducazione peculiare e sconvolgente. Nonostante padroneggino la lingua europea in assoluto più simile all’italiano, non ne conoscono una sola parola: né un misero “ciao”, né un utile “grazie”, figuriamoci il “buonasera”. Entrano urlando hola come se fossero in un locale qualunque di Barcellona, chiedono una mesa para seis, e anche di fronte al più resiliente di noi, pronto a fingere di non capire, continuano a vomitare parole a raffica in castellano stretto, vogliono una cuchara, un cazzo di plato para compartir, e dicono che il postre està muy rico. L’assoluta risolutezza con cui insistono a non piegarsi ad alcuna lingua straniera ha costretto tutti noi ad apprendere la loro. E se ti opponi all’egemonia, beh allora sei un racista de mierda. Non fai i conti separati? Racista de mierda. Non accetti prenotazioni? Racista de mierda. Non importa se in Osteria vigono le stesse regole da 50 anni per chi arriva da Berlino come per chi vive in Cirenaica: se non fai quello che si aspettano, allora ce l’hai su con tutta la loro stirpe.


A me questo sembra il più aggressivo degli atteggiamenti. Impongono la loro presenza, la loro lingua, le loro abitudini e le loro esigenze, e chi si permette di obiettare, viene offeso. E nel più subdolo e doloroso dei modi, ovvero avvallando quell’idea di italiano razzista ed ottuso diffusa in Europa grazie al fatto che abbiamo la Lega al governo. Mi chiedo perché non si possa viaggiare e conoscere l’altro affrontando con apertura e curiosità le differenze, accettandone la logica e le regole, facendo proprio quel che ci piace, vivendo con distaccata consapevolezza quel che non ci sentiamo di condividere. Perché non imparare a dire “ciao”, “cucchiaio e “tavolo”, perché non assaggiare i piatti davvero tipici invece di lamentarsi per l’assenza di quelli ritenuti tipici. Perché non ascoltare il nuovo, invece di procedere assordati dalle proprie convinzioni. Le cose belle della vita sono una sorpresa, non il riempimento automatico delle nostre aspettative. E magari se smettessero di chiederceli con insistenza potremmo persino mettere in menù gli spaghetti alla carbonara.

‘A ggiornalista fallita

Di solito la gente tira le somme della propria vita in punto di morte; a me capita ogni anno alla cena di Natale milanese. Generalmente la ospita quella tra noi che ha la casa più grande e meglio arredata (io vivo in un bilocale con i muri azzurri ed i mobili gialli), le altre lasciano a casa i loro figli o i figli dei loro compagni (io ho un cane nero con le sopracciglia bionde), si parla per qualche decina di minuti delle loro adultissime scelte di vita (io non so decidere se fare un nuovo tatuaggio a colori o in bianco e nero), poi si voltano tutte verso di me e attendono con ansia che io racconti per il resto della serata di quella volta in cui per sbaglio ho dato appuntamento a due tizi nello stesso posto, o di quello che mi sono dimenticata al ristorante e sono tornata a prendere dopo dieci minuti.


Il giorno dopo, di solito, mi sveglio con un filo di depressione, vado ad una mostra, compro un pellicciotto sintetico da H&M e chiamo Daria, la mia ex collega ed ex migliore amica (ex soltanto perché vive a Barcellona, ha due bambine, un neo marito, scrive, traduce, ha un bellissimo blog e persino il tempo di farsi sfrangiare i coglioni dalla sottoscritta). Al mio generico sproloquio sul fatto che conduco una vita adolescenziale mentre tutti intorno fanno figli, hanno lavori serissimi e case arredate Kartell, mentre io ho appesa in salotto una foto autografata di David Copperfield per ricordarmi di quella volta in cui mi fece sparire, la saggia Daria risponde che io in una casa arredata Kartell con figli e marito mi romperei le palle dopo 20 minuti. Poi mi ricorda che un lavoro serissimo ce lo avevamo anche noi – in un passato nemmeno troppo remoto – che ricevevamo inviti a feste ambitissime, intervistavamo gente famosissima, subivamo mobbing violentissimo, piangevamo tanto, scrivevamo sempre meno, cliccavamo ogni giorno su migliaia di e-mail, odiavamo la suoneria del telefono aziendale che interrompeva ogni fottuto pensiero. “Io avevo i brufoli in faccia e tu prendevi le gocce per dormire”, conclude Daria. Chiudo la telefonata e penso che non è poi così male avere 20 anni a 40 anni.


Da bambina sognavo di diventare giornalista o camionista: pensandoci bene credo di aver realizzato entrambi i desideri. Il giornalismo è stato un mestiere per gran parte della mia vita, il camionismo uno stile di vita per sempre. E proprio il mio essere una grezza giramondo, capace di dormire in qualsiasi posizione ed adattarsi a qualunque circostanza, mi ha salvata dalla depressione quando il giornale per cui lavoravo con Daria è fallito miseramente, lasciando me una disoccupata qualunque. Non sapendo bene come scassinare il ponte levatoio del mio castello di autocommiserazione, ne sono uscita dall’unica strada che conoscevo: quella che avevo percorso a 20 anni. E così, risparmiandovi i dettagli sul tragitto, oggi faccio la cameriera in un’osteria del centro: un locale storico e trafficatissimo, in cui lavora gente tatuata e stilosa che casualmente ha qualcos’altro da dire ma un sacco di bollette da pagare. Il mio capo è uno scrittore, il mio collega un noto musicista, poi c’è l’editore, il cantante, l’artista. Io – per definizione dello scontroso magazziniere di Avellino – sono ‘a ggiornalista fallita.
Punti di vista. Perché al lavoro ci vado in motorino cantando a squarciagola mentre sorpasso le auto bloccate nel traffico, metà settimana la passo a casa, ho turni flessibili, un contratto di lavoro, la libertà di scrivere solo ed esclusivamente quello che mi piace, una ventina di colleghi che sono per me una famiglia, la notte dormo tranquilla e – non ultimo – posso sfoggiare tutte le magliette dei gruppi comprate in decenni di concerti. E sì, vivo in un bilocale con i muri azzurri ed i mobili gialli in compagnia del mio cane sosia di Paul Weller, ho un sacco di storie divertenti da raccontare alle cene di Natale milanesi, e non so quanti di voi possano vantarsi di quella volta in cui David Copperfield li ha fatti sparire.

Leoni da tastiera

Quando avevo 16 anni – nel Pleistocene – le mie amiche ed io aspettavamo con ansia che arrivasse una dedica per noi su Radio Tombo “lafinedelmondo” e studiavamo per mesi l’outfit adatto alla trimestrale festa al Bar Charlie, in cui possibilmente si finiva per limonare col figo del paese, che poi poteva stupirti con la leggendaria musicassetta piena dei suoi pezzi preferiti, con i titoli scritti a mano solo per te.
Oggi limonare è sopravvalutatissimo, le lettere d’amore sono una perdita di tempo (perché sprecare tempo e carta quando puoi comodamente mandare un messaggio vocale di 47 minuti?), se va bene uno ti gira il link alla sua playlist Spotify e le feste non si organizzano più, tanto il figo del paese lo puoi beccare su Tinder (e forse anche su Grinder). Oggi funziona che conosci uno, ti chiede l’amicizia su Facebook, e da lì in avanti fortunate quelle che sono riuscite ad incontrarlo dal vivo.

Le nuove tecnologie hanno dato vita a quella categoria di uomini che io chiamo “Leoni da tastiera”: ipercomunicativi dietro lo schermo illuminato del loro telefonino, evanescenti nell’interazione dal vivo. Con loro la vita è tutto un tintinnare di messaggini, è tutta una condivisione di oggi ho fatto questo (foto), oggi ho mangiato quello (foto), guarda il mio gatto che dorme (foto), guarda mio figlio che gioca (foto, possibilmente di lui con la prole, generalmente scattata dalla moglie), guarda il tiramisù che mi hanno servito al ristorante (foto). Ti svegli la mattina e c’è già la notifica di un bel messaggio, con allegata la foto del panorama dalla finestra del bagno, nel quale probabilmente ha appena cagato il tiramisù di cui sopra.
Ai whatsapp costanti si aggiungono follow di qua, mi piace di là, cuoricini a destra e sinistra, utilissimi poke: il tutto orchestrato con una professionale padronanza dello psicomarketing dei social, dove il like è strategico ma la sua assenza persino di più.

Il Leone da tastiera si concede dal vivo il minimo indispensabile per lasciarti intendere di avere una relazione con lui: requisito base per poter mandare avanti il teatrino dell’assillo telematico. Poi – solitamente – sparisce. Inspiegabilmente e improvvisamente interrompe la sfrangiatura di coglioni quotidiana per volatilizzarsi da qualche parte nel cosmo, lasciandoti orfana delle sue attenzioni virtuali, a cui alla fine (ma dai!) ti eri pure affezionata. Niente più buongiorno, addio buonanotte, finite le foto, spariti i like, i poke, i follow, scomparsi i vocali di 20 minuti, no more cuoricini per te. Se fino ad ora sembravi essere l’unica ragione di esistere del suo telefonino e dei suoi social account, all’improvviso sei stata gettata nel bidone dell’oblio telematico come un sacchetto di avanzi nell’umido. E questa cosa – diciamolo pure – accende il pulsante di una disperazione senza fine (e senza motivo). Ti manca lui, il suo gatto che dorme, suo figlio che gioca, il tiramisù nella tazza del cesso con panorama. Ti struggi nel senso di colpa, ti domandi cosa può averlo spinto a sparire senza spiegazioni, il tuo cervello cerca con ansia il finale di un’informazione che resterà per sempre incompleta. Ti senti annullata come la modifica ad un file fatta per sbaglio.
Ai tempi delle feste al Bar Charlie, se il figo di turno smetteva di essere interessato a te era costretto a portarti dietro qualche muretto e dirtelo in faccia. Poi c’erano i fifoni (per nulla fighi) che semplicemente ti ignoravano. Oggi il procedimento è più o meno lo stesso, con la differenza che i mezzi a disposizione di un vigliacco che vuole evitarti sono tantissimi, ed invadenti tanto quanto quelli con cui si è virtualmente insinuato nella tua vita e nella tua quotidianità.

Non si può cambiare la natura di un codardo narcisista, si può solo decidere di schivare la pioggia di meteoriti di tutti quelli che non rischiano nulla, che non osano, che non regalano un fiore vero invece di un emoticon, che non vengono a prenderti invece di mandarti 50 messaggi, che non scrivono un biglietto invece di un vocal, che non ti portano a vedere un panorama per abbracciarti, davanti a quel panorama. I Leoni da tastiera offrono dimostrazioni d’affetto effimere e virtuali così come il loro interesse. Lasciamoli regnare su quel piccolo smart-mondo che sono in grado di padroneggiare, e usciamo con un figo vero.

(Se volete approfondire l’argomento, leggete l’articolo che ho scritto su IoDonna)