Caso (umano) risolto

Ci sono momenti in cui capisco come si sente un attore di Grey’s Anatomy quando gli consegnano un nuovo copione. La (pacata) reazione dev’essere più o meno “Ma come stracazzo è possibile, raga? Ma ANCORA? Ancora la stessa, stupidissima minchiata che il mio personaggio ha fatto in circa 469 episodi delle 167 stagioni andate in onda?”. La mia vita è un’eterna puntata di un medical drama americano, in cui la protagonista non impara mai dagli errori commessi nelle mille puntate precedenti. Con la banale differenza che nella mia grama esistenza non c’è manco un Patrick Dempsey della Cirenaica con cui consolarsi. 

Sono riuscita nell’ardua impresa di farmi ghostare di nuovo. Mentre ero sdraiata con la gamba rotta in scarico e un rosario di oppioidi al collo, mi sono lasciata intortare dal caso umano di turno, che mi ha, nell’ordine, contattata-corteggiata-chiesto il numero-invitata ad uscire-confessato di avere un debole per me da tempo-trombata-lusingata-esortata a pisciare sul (mio?) territorio, per poi sparire nel nulla in una tiepida mattina di maggio, mentre zoppicavo ignara nel reparto ortofrutta della Coop di San Ruffillo. 

Been there, done that. Nella puntata precedente di Fede’s Anatomy la storia era stata decisamente più lunga e intensa, io ero una persona decisamente più cretina e ingenua, e così avevo passato parecchi mesi a imbottirmi di fiori di Bach e piangere disperata, perché chissà cos’avevo fatto di sbagliato per MERITARE di essere scaraventata nell’oblio, mentre sorridevo dal finestrino dall’auto in corsa dell’ammmore. Questa volta non ho versato una lacrima. Ho lasciato passare i primi 4 o 5 giorni di sbigottimento, ne ho passati altri 3 a rimuginare. Ora sono incazzatissima con me stessa per aver speso quelle 72 ore a mettere in dubbio il mio valore, di fronte ad un uomo così egocentrico e infantile da non avere nemmeno il coraggio di dire a voce alta che non ha voglia di frequentarmi.

Il problema dell’essere ghostati è che in automatico si cerca (in noi) una ragione valida che tappi con forza il senso di vuoto lasciato dalla sparizione improvvisa, quella ragione che il fantasma non ha ritenuto fosse il caso di dare. La verità è che un gesto così vile e irrispettoso non ha mai motivazioni sufficienti: una persona che si comporta in questo modo non merita che si perda tempo a domandarsi perché. Le vie dei casi umani sono infinite, conta soltanto che corrano parallele alla mia, e – salvo fermarsi per qualche rapido picnic panoramico – proseguano nella loro direzione senza incontrarsi mai più.

Quando ero bambina avevo un debole per un ragazzino del paese più grande di me: era sempre sorridente, con un’aria un po’ folle, sportivo e pieno di interessi. A 20 anni stava con la ragazza più bella e stilosa che io avessi mai visto; avrei voluto essere lei per limonare con lui diventare quel tipo di donna così piena di personalità e carattere da ammaliare un uomo tanto intelligente e inarrivabile e limonare con lui. L’altra sera – in una pausa tra un caso umano e l’altro – l’ho incontrato per caso. È sempre sorridente, con quell’aria un po’ folle, sportivo e pieno di interessi. Abbiamo chiacchierato un po’ mentre mi guardava fisso negli occhi, che in quel momento sentivo fin troppo grandi. Poi, con un filo di imbarazzo, mi ha detto “Ti seguo sempre, mi fai ridere un sacco”. Se n’è andato voltandosi un’ultima volta per sorridermi e lasciarmi lì, a fissare il fondo della birra media e chiedermi per quale cazzo di motivo ho sempre pensato di non meritare uno come lui. Uno che mi guardi negli occhi mentre mi parla, che sia capace di fare un complimento a voce alta, che sia interessante, brillante, bello e abbastanza adulto da non doversi nascondere dietro lo schermo del telefonino, così coraggioso da girarsi a guardarmi mentre mi volta le spalle.

La codarda mi sa che sono io. Sono la leonessa da tastiera che ha deciso di rifugiarsi nella comfort zone di casi umani conclamati con cui non è stato mai necessario mettersi in discussione. Mi sono svalutata e scontata, buttata al collo di gente che avrebbe dovuto gioire per avermi conosciuta e frequentata, e invece si è permessa di sparire nel nulla, instillando in me – anche solo per un secondo – quel senso di umiliazione da rifiuto adolescenziale. La festa delle medie è finita e io non sono più una bambina in costante ammirazione degli altri; ora sono la donna da ammirare perché piena di personalità e carattere, e cerco un uomo non troppo concentrato su se stesso da accorgersene.

E se picnic deve essere, che sia almeno in prato bellissimo vista stronzi.

Boulevard Nostalgia

Oggi in piscina – oltre ad aver scoperto che nuoto molto più velocemente io con una gamba distrutta delle vecchie che si ostinano ad occupare la corsia VELOCE – ho ascoltato la playlist da boomer che mi sono fatta per ricordare come si stava meglio quando si stava meglio, e che ho intitolato “Boulevard Nostalgia” (e chi coglie la cit godrebbe sicuramente anche del mix).

Niente come la musica è capace di riportarmi emotivamente ad un momento preciso: ci sono canzoni che ho smesso di ascoltare con frequenza per non compromettere il ricordo a cui sono fissate. Così, tra una bracciata e l’altra (le ho doppiate tutte, ste vecchie), tra un pezzo dei Blink-182 e uno dei Jimmy Eat World, ho rivissuto i mille concerti, le grigliate, le serate in cui ci siamo dovuti fermare a far sboccare qualcuno a bordo strada e quelle in cui abbiamo rinunciato e ci siamo messi a dormire all’autogrill di Imola. Ho riso sott’acqua ripensando a quella volta in cui appena sveglia ho trovato Sandro con addosso la mia giacca di tartan e gli occhiali gialli seduto al piano a suonare Elton John, al giorno in cui Salo è ruzzolato giù dalla collina del Parco Nord durante il live dei No Use For a Name, alla seratona dei Too Many Djs in cui nessuno si è ricordato di rimanere sobrio per guidare il furgone, a quante volte ho costretto il mio miglior amico a cantarmi “I miss you” imitando le voci e gli accenti di Tom DeLonge e Mark Hoppus. E poi i festival, i tatuaggi, i concerti, fare i baristi in tutti i locali, fare l’alba tutte le sere, piangere, ridere, parcheggiare la 126 gialla nei luoghi più impensati. Non sarei quella che sono se non avessi avuto quelle cassette dei Green Day che nove volte su dieci si incastravano nell’autoradio, e che comunque a malapena riuscivo a sentire a causa del rumore assordante che faceva il motore.

Sono un paio di mesi che ripenso a chi sono. Non so se sia dovuto al fatto che sono anch’io una vecchia di merda che crede di nuotare veloce, a tutto quel tempo a disposizione per guardare il soffitto e rimuginare, a questo anno strambo appena iniziato in cui ho già rischiato di morire un paio di volte.

Prima di essere travolta da un insolito destino ho conosciuto un ragazzo che vive e ragiona con dinamiche completamente avulse dalla consuetudine e dalle aspettative. Ovviamente – non essendo lui un caso umano – non abbiamo nessuna relazione sentimentale, non so nemmeno se possiamo dire di essere amici, o se esiste un’etichetta per tutti i barattoli relazionali che questa pandemia ha riempito, ma credo comunque che le lunghe settimane isolata a parlare con lui siano state per me illuminanti. Lui è se stesso sempre. Non ha filtri, non ha vergogna: ride, piange, si incazza per delle stronzate, a volte è un bambino, a volte super saggio, lo appassionano un sacco di cose diverse e non si imbarazza nemmeno quando sono antitetiche tra loro. E a me piace. Sono rapita da questa totale demolizione di ogni modello, l’anarchia rispetto a interazioni consolidate, il fregarsene delle coerenza perfezionistica dei personaggi costruiti. Si può essere se stessi. Sempre. Lui lo fa.

Gli ultimi anni li ho spesi a cercare di essere qualcun altro, ho fatto di tutto per appartenere a gruppi dai quali mi sentivo esclusa, ho cercato di adattarmi, di misurarmi, di censurarmi quando le mie richieste mi sembravano illegittime. Mi sono vergognata dei miei desideri, qualche volta anche della mia casa, del mio cane, della mia famiglia, mi sono sentita spesso non all’altezza del ruolo in cui mi ero ficcata da sola. Ho scelto di accettare relazioni in cui io non ero neanche considerata, a piangere sparizioni, ad accontentarmi, svilirmi, sentirmi insicura perché privata di qualsiasi attenzione, a mettere da parte me per fare spazio all’ego smisurato di qualcun altro. Si può essere se stessi. Sempre. Lui lo fa.

Nel limbo tra l’adolescenza selvaggia e la saggezza della mezza età mi sono fatta un sacco di male per riuscire a ricordarmi chi ero e tornare a volermi bene. È bizzarro che succeda ora, in uno dei periodi apparentemente più bui e difficili della mia esistenza, ma forse questo è il proverbiale fondo da cui comincio a risalire. Sono felice di essermi ritrovata, un po’ ammaccata ma ancora felicemente polemica e testarda come quella ragazzina che ascoltava i Social Distortion su una 126 gialla. E se vi va bene così ok, altrimenti spostatevi che ho delle vecchie da superare.

Teladicoiolaverita.com

La preziosa filosofia del cazzomene – che ha guidato la mia esistenza so far come un’oasi nella nebbia delle responsabilità – si è un po’ rovinata strisciando sull’asfalto di porta San Donato insieme alle mie vertebre. Diciamo che perdere d’un tratto la propria autonomia, trovarsi in ospedale con un infermiere di 25 anni che ti lava con una spugna e trascorrere mesi a dover chiedere aiuto per qualsiasi cosa sono ragioni abbastanza convincenti per fermarsi un attimo a riflettere su cosa cazzo sto facendo della mia vita. Mentre io sono qua dentro a piagnucolare perché non posso affrontare il ciottolato del Pratello in stampelle, là fuori c’è la guerra, la pandemia, la gente che mette le ciglia ai fari delle auto e quelli che “Stefano Cucchi era un tossico e meritava di morire”. Sopravvivere è stato figo, è sul vivere che faccio un po’ fatica.

La mia voglia di esistere (ma soprattutto di bere) oscilla tra la drammaticità della situazione mondiale e il ‘carpediemismo’ che ti coglie quando rischi di schiattare un paio di volte in un mese: non faccio altro che sognarmi al sole, felice, magra, sorridente, mentre mangio circondata dai miei amici, magra, con una birra in mano, a fare le solite gag con la balotta, magra. Peccato solo che la mia già notoriamente bassissima soglia di tolleranza nei confronti dell’umanità sia passata in questi mesi dal cancellare un contatto al primo congiuntivo sbagliato a “non ti azzardare a rivolgermi la parola”.

Due anni di pandemia non hanno agevolato chi come me aveva fondato la propria esistenza sulla socialità: 24 mesi di uscite di casa soltanto per andare al lavoro e rientrare attraversando una città deserta, cenare in solitudine e guardare Netflix col cervello sul comodino; due anni di incontri e flirt virtuali consumati dal conoscersi troppo senza essersi mai annusati; due compleanni a brindare su zoom con le mie amiche sparse per il mondo. Ci si abitua a tutto, anche alla noia. Così, adesso che il covid non fa più così paura, nessuno di noi riesce a stare sveglio oltre le 11 di sera, chi ce lo fa fare di uscire dalla capanna, c’è una serie da finire, una cena solitaria a cui partecipare, un tizio nuovo con cui chattare senza troppo entusiasmo. Chi era già abituato a vivere nel celeberrimo bilocale vista stronzi (che uno specialista chiamerebbe comfort zone) ora ci ha fatto il nido con rametti di tre “s”: streaming, smartworking e sexting. Figuriamoci io che mi sono pure tutta rotta.

Mai come nell’ultimo periodo ho capito che il tempo a disposizione non è infinito: è chiuso in una clessidra già capovolta e dipende solo da me se sguazzare nella sabbia che mi resta e costruire qualche castello, oppure continuare a tirarmela negli occhi per non vedere con chiarezza le cazzate che mi ostino a fare. Ho davvero voglia di continuare a litigare sui social con casi umani che non riescono mai una volta a mettersi dalla parte giusta della storia? Sono ancora convinta che la mia felicità sia in un mestiere sottopagato, sottostimato, sepolto da una coltre di siti acchiapaclick e da una lunga serie di fake news esilaranti da leggere su teladicoiolaverita.com. E – sentimentalmente speaking – penso ancora che rispondere alle avance di uomini sposati che giurano di puntare solo e unicamente alla mia amicizia sia una buona idea? Ho intenzione di continuare a dedicare gli ultimi granelli di sabbia in cui la quarta di reggiseno si oppone con fatica alla forza di gravità a gente che mi rende insicura sparendo per settimane? Davvero ho voglia di relazionarmi con cinquantenni a cui non posso mai dire quello che provo per paura che scappino impauriti tra le braccia di mamma?

Basta raga, io non ho più tempo per oppormi. Siate tranquillamente no vax, no pass, no cazz, filo Putin, nazi cattolici. Informatevi serenamente su quellochenontidicono.dev, custodite la verità che più vi piace. E poi tradite le vostre mogli raccontandovi che era solo un’amicizia, ghostate pure la gente, costringete le donne ad essere algide e stronze per paura di perdervi. Io sono stremata da questa mia insensata battaglia per cambiare gli altri. Facciamo una prova: voi restate come siete e cambio io. La smetto di fare polemiche, di spiegare, di litigare, di far cadere le mie idee in un abisso di ignoranza. La finisco anche di aspettare, di elemosinare, di proiettare la comprensione che vorrei su egocentrismo e immaturità. Invece di fare tutta questa fatica per nuotare contro corrente, me ne starò ferma sulla riva del fiume a mettere in piedi castelli con la sabbia che resta nella mia clessidra. Perché stavolta l’infantile convinzione di essere invincibile si è spezzata con le mie ossa, e mi sono resa conto che nel giorno della fine non solo non serve l’inglese, ma nemmeno la quantità di volte in cui hai avuto ragione, o il numero di stronzi a cui hai fatto cambiare idea: serve solo il pensiero della felicità che hai cercato dentro e costruito apposta per te, e quella resiste a tutte le tempeste.

Gimme oppioidi I am pretty

Tornare a stare con i miei dopo 25 anni è un po’ come saltare 56 sedute di psicoterapia e passare direttamente dalla stretta di mano a mangiare penne al sugo a tavola con le mie nevrosi (penne di cui – ovviamente – mia madre conterà le calorie).

Due settimane fa stavo andando al lavoro in scooter, una daltonica in auto ha confuso il semaforo rosso, ha attraversato la carreggiata e mi ha centrata in pieno, spedendomi a trascorrere i successivi due mesi a casa con qualcuno che possa fare per me quel che io non riesco a fare da sola: tutto.

La prima settimana l’ho passata in ospedale, in stanza con la signora Michelina che mi illustrava i suoi centrini in molisano stretto e accendeva Canale 5 alle 6.30 per spegnerlo alle 22.30 (se esiste un inferno me lo immagino composto da: incomprensione – dolore fisico – Barbara D’Urso a volume da rave).

La seconda settimana l’ho passata in uno stato di semi-coscienza, in cui il rincoglionimento da oppioidi si alternava a feroci momenti di rabbia. Di questa fase ho vaghi ricordi, addolciti dalla bambagia degli antidolorifici e dalle visite e telefonate degli amici, di cui purtroppo ho pochissima memoria.

La terza settimana comincia ora, con il sole fuori dalla finestra della mia cameretta di bambina, rimasta intonsa mentre io attraversavo una vita; solo gli angoli arricciati delle foto attaccate con lo scotch alla scrivania e giocattoli delle mie nipoti riposti tutt’intorno a me: Madonna della sfiga e dei canali Mediaset.

Insieme alla stanza è rimasto immutato anche il comportamento dei miei genitori, acuito dalla vecchiaia e arricciato su ste stesso come le foto dei miei innumerevoli inter-rail. Mia madre è da sempre ossessionata dalla superficie. Le persone si dividono in belle e brutte: le belle sono magre, le brutte sono dal ricovero per anoressia in su. Ultimamente ho visto lievi miglioramenti quando l’ho sentita dire “Sarebbe una bella ragazza, peccato sia così grassa”, mentre guardava un’esibizione di Gaia, cantante italo-brasiliana poco più che ventenne, taglia 42. Le cose si dividono in sporche e pulite: le sporche sono tutte, le pulite sono quelle che escono dalle tre lavatrici fisse al giorno, dalla rivoluzione architettonica quotidiana della casa, dalla disinfezione ossessiva di angoli, oggetti, parti del corpo. Il giorno dopo l’incidente ha recuperato i miei effetti personali, e ha lavato IL CASCO. Ha disinfettato, pulito e lucidato quello che non solo era la prova di un incidente stradale, ma un oggetto che probabilmente non utilizzerò più nella vita, e soprattutto: chi mai laverebbe un casco? Nei rari momenti in cui non è dedita a siflarmi il pigiama mentre dormo (indossato fresco di bucato la mattina stessa), passa il tempo a programmare i pasti, in cui mette in tavola una quantità di cibo sufficiente a sfamare la popolazione del Lussemburgo, per poi cazziarmi qualsiasi cosa io tocchi: “Quella lì fa ingrassare eh”, mi fa notare mentre inforco la bietola al vapore.

Mio padre è il classico bullo di quartiere che ha sempre risolto tutto prendendo a pugni la gente. “Se questo incidente fosse successo dieci anni fa gliel’avrei fatta vedere io alla signora”, per fortuna è capitato adesso e il buon avvocato si pagherà il riscaldamento della piscina con la mia percentuale, limitandosi a mandare qualche mail all’assicurazione. Il bullismo di mio padre diventa ingestibile in compagnia, quando si trasforma in giullare che tenta di far ridere umiliando i commensali. Durante le recenti visite dei miei amici, ha messo in scena tutto il repertorio, suggerendo che mi sarei data varie martellate da sola per mettere in mostra i lividi, che starei facendo la vittima per una “piccola caduta dal motorino”, invece lui sì che è stato male spezzandosi una gamba durante una gara di motocross, e poi sembro confusa ma in realtà guardo la tv tutto il giorno, e così via, in una escalation di sminuimento che non interessa (più) né a me né tantomeno a persone che mi danno così tanto valore da venire a trovarmi fino qui, in questo paesino dove giornate tutte uguali sono scandite dalle lavatrici di mia madre e dal profumo di disinfettante.

Ed eccomi qui, seduta a tavola con l’origine di ogni mia più recondita paranoia. Io che mi vanto della mia indipendenza e autonomia, che ho sempre faticato a chiedere aiuto agli altri e ad appoggiarmi a qualcuno, sono qui a dover chiedere a mia madre se per favore può versarmi un bicchiere d’acqua e a mio padre se può sorreggermi mentre mi alzo dal letto. Io che vivo completamente sola da otto anni, sono stata investita e catapultata nella vita di due 77enni, a cui ho stravolto le giornate e le abitudini, a cui ho chiesto lo sforzo di accogliermi e la fatica di accudirmi: un’adulta immobilizzata nella stanza dei ricordi di bambina.

Nella mia esistenza gli eventi si incontrano in quel brevissimo istante di raccordo in cui mi lasciano rotolare da un estremo all’altro. Ci sono state due settimane di “vita vera” tra il mese di isolamento totale a causa del Covid e la convivenza forzata a causa dell’incidente: quindici giorni in cui ho tentato di rimettermi in pari con una quotidianità che ciclicamente viene stravolta, con il lavoro che cambia annualmente, con potenziali relazioni che riesco sempre a sabotare. Quando ho raccontato a Fiammetta dell’incidente e delle conseguenze mi ha detto: “Fede, ora con il gambone non potrai scappare”. Forse questo chiodo nell’osso è il modo (di merda) che ha la vita di dirmi “Adesso basta, adesso ti fermi”?

Sono una donna che ha paura di diventare adulta imprigionata nella mia infanzia, dove nulla è cambiato se non la consapevolezza delle cose che succedono intorno. Sono qui per dare un senso alle mie insicurezze nascoste dietro la faccia di bronzo, alle mie dipendenze emotive barricate dietro a muri di indipendenza. Ed è qui, nella stanzetta in cui dormo circondata dalle barbie, che ho riconosciuto la mia incapacità di sentirmi vittima anche quando sono oggettivamente la vittima, il non vedermi mai abbastanza bella da volermi bene, il sentirmi sempre in difetto in una casa sempre troppo sporca e disordinata. Credo che il chiodo nell’osso che mi ha piantata qui serva a farmi capire che ora devo essere io a stabilire per me stessa il livello di accettabilità delle cose, senza lasciare che a darmi valore sia la visione deforme di qualcun altro.

Goonies never say Covid

Ho il Covid e sono isolata nel mio bilocale al Trappolone dal 27 dicembre. Eviterei di dedicare più dell’introduzione alla saturazione a 93, al Capodanno passato a letto a guardare i Goonies (never say die, ma qualche chitammuort mi è scappato), alla mattina in cui sono svenuta cercando di alzarmi e risvenuta cercando di prendere il telefono (ok, ho capito, non c’è bisogno di insistere), al periodo in cui non sentivo i sapori e mio padre mi faceva la spesa a caso al discount, comprandomi le copie cheap delle cose che mi piacciono e facendomi sentire come le adolescenti che sfoggiano chanel di cartone per emulare la Ferragni. A voi frega solo delle mie peripezie sentimentali, ed eccovi serviti.

Naturalmente l’isolamento è l’ecosistema ideale in cui piantano radici gli amati Leoni da tastiera: non puoi uscire, non puoi vederli, non puoi sorprenderli a cena con la moglie che cerca di ingozzare i figli cresciuti ad ipad e anaffettività. Del resto la cosa ha il suo tornaconto, visto che loro non possono vedere te, non possono soprenderti con il taglio di capelli di Toto Cutugno e i peli sulle gambe di Patti Smith, mentre ti ingozzi di gallette di mais che non sanno di un cazzo, e non puoi nemmeno dare la colpa al Covid.

In queste tre settimane (trascorse prevalentemente a raccogliere merde del mio cane in giardino cercando di non svenirci sopra), ho sentito con sorprendente costanza tre tipologie di uomini sbagliati, per i quali vedo già formarsi le tifoserie tra i miei amatissimi (quattro) followers.

A) L’uomo sposato con figli: in crisi con la moglie, belloccio, mi ama, battute sconce quanto basta per mettermi in imbarazzo, messaggi teneri da ubriaco, un paio di telefonate quando la moglie è al lavoro. Già sfanculato ma insistente. Che è belloccio l’ho detto?

B) L’ex redento: un milione di cose in comune, improvvisamente “issimo” (dolcissimo, preoccupatissimo, amorevolissimo). Mi ha già sfanculata lui, ma chi sono io per non concedere un’ottantaseiesima possibilità a uno che mi ha ghostata? Che è issimo l’ho detto?

C) Lo sconosciuto: single, visto solo una volta ad un concerto, poi ognuno per sé e Covid per tutti. Intelligente, presente, molte cose in comune, compreso l’isolamento. State già gridando all’uomo ideale, ed io potrei guidare il coro, se solo non ci fossimo visti dal vivo per un totale di 8 minuti, in mezzo a circa 400 persone. Che è single l’ho detto?

Ora, prima di dare la soluzione al quiz delle personalità (non è capovolta a fondo pagina solo ed esclusivamente perché non lo so fare), mi permetto di aggiungere un piccolo siparietto “cogliona racconta”, confessando che al giorno 8 la malattia ha avuto la meglio sulla mia dignità (spoiler: mi sto giustificando) e ho mandato un messaggio all’ex (un altro) di cui mi auto-convinco against all odds di essere ancora innamorata da anni. La sequenza è stata più o meno: “sto male, ho bisogno di parlarti” – visualizza e non risponde – due giorni dopo scrive “dai che passa tutto” – seguono 25 foto di suo figlio “guarda che bello che è diventato” – io smiley con sorriso passivo-aggressivo per la rabbia di averla data a uno che pensa sia ok mandarmi le foto del figlio fatto con un’altra nei rari intervalli in cui non russava sotto al mio piumone. No Phil Collins, I can just walk away from him.

Tornando alle cose serie (sì certo, come no). Lo so raga, la A non è una soluzione. Flirtare col belloccio di turno che mi manda messaggi d’amore mentre la moglie è impegnata a lavargli le mutande non è un’opzione. So anche che è sciocco e ipocrita da parte mia pretendere che lui capisca perché lo sfanculo e non voglio continuare a sentirlo: dovrei smettere e basta. Ma nonostante stia cercando di diventare adulta, sono sempre quella che ha coniato la filosofia del Cazzomene e ammetto che qualche volta è ancora elettrizzante perdersi nello spettacolo d’arte varia di uno innamorato di me.

L’opzione B più che minestra riscaldata sembrano i passatelli che mi ha mandato mia madre per il cenone del 31, che quando ho aperto il termos traboccavano fuori come schiuma dopo aver assorbito tutto il brodo. Per quanto rassicurante sia l’idea di riavvicinarsi a qualcuno di cui conosci l’odore, è altrettanto frustrante vivere una relazione con il terrore che la storia si ripeta, che quell’odore sparisca, che tornino lacrime e abbandono al posto della dolcezza e della preoccupazione. Non c’è più fiducia: si è asciugata come il brodo in mezzo a tutte quelle promesse non mantenute.

Mi ci sono voluti 42 anni e tre settimane di isolamento per capire che le opzioni A e B sono il mio consueto modo di guardare la vita che passa dal mio bilocale vista stronzi, senza mai avere il coraggio di scendere per fare una passeggiata con uno che non debba correre a casa dalla fidanzata o a grattarsi le palle h24.

La passeggiata è contenuta nell’opzione C, che mi terrorizza e che sto già tentando in ogni modo di sabotare. Perché non ci conosciamo, perché è un odore nuovo e sconosciuto, perché potrebbe non piacermi come cammina o come mi guarda, e a lui potrei non piacere io (soprattutto se non riesco a tagliarmi il caschetto da Johnny Ramone prima di vederlo). La paura più grande deriva dal fatto che, come le opzioni A e B, anche la C potrebbe andare male, ma al contrario delle altre potrebbe anche andare bene. E allora cosa farei della mia vita? Come dice sempre mia madre, non posso mica smettere di frequentare dei casi umani, poi cosa scriverei sul blog?

Tutti i giorni della nostra vita rompiamo i coglioni per avere qualcosa che semplicemente abbiamo paura di prenderci. Basterebbe il coraggio di accettare la sconfitta e continuare a scrivere di casi umani e stronzi egoisti, oppure ci vorrebbe la forza di accettare di essere felici, ogni tanto. Giusto per cambiare aria al bilocale vista stronzi.

Toto, I have a feeling we are not in Kansas anymore

In una settimana della mia vita succedono cose che agli altri capitano in una decina d’anni. O anche mai.

Nell’ultimo mese hanno arrestato l’editore della testata per cui lavoravo, messo tutti i dipendenti in solidarietà, minacciato morte e pestilenze, stabilito che tutti i contratti a termine sarebbero stati terminati. Game over. Tutto questo a circa 5 settimane dal rinnovo del mio contratto.

Mentre cercavo di calcolare quanta disoccupazione NON avrei potuto prendere con lo splendido cococo che mi avevano fatto, e facevo un rapido elenco delle bestemmie note e di quelle che avrei potuto rapidamente inventare, ho ricevuto l’inaspettata chiamata di qualcuno che cercava me. Per un lavoro. In un teatro. Toh.

La settimana successiva – un paio di colloqui dopo – è passata all’insegna di pianti disperati con i miei (ex) capi e gli (ex) colleghi, lettere strappalacrime, baci perugina lasciati sulle scrivanie, io che singhiozzo alla Coop di San Ruffillo dove ormai c’è la mia foto segnaletica nel reparto ortofrutta, io che penso che la vita sia una merda, morte e pestilenze e cococo da terminare come Daniel La Russo quando Johnny gli rompe una gamba e non esiste la pietà in questo dojo, no sensei.

Ho cominciato il lavoro nuovo a sole 11 ore di distanza dallo straziante addio a quello vecchio. E no, non è l’inizio di una serie Netflix sulle droghe psichedeliche. A metà mattina ancora mi scendeva una lacrima mentre pensavo alla tazzina sporca che simbolicamente mi ha regalato il mio (ex) capo, per ricordarmi – ha detto – il grande affetto che ci lega, o forse per non dimenticare – dico io – che tutte le mattine gli facevo il caffè dopo aver scrostato quella tazzina dallo zucchero caramellato del giorno prima.

Le consapevolezze arrivano all’improvviso esattamente come le sfighe. Ed entrambe segnano il momento dopo il quale non riuscirai più a sentirti esattamente come ti sentivi prima. In un momento imprecisato di quel primo giorno, essere lì, dentro a quel teatro con i soffitti altissimi e i pavimenti a scacchi di Twin Peaks, mi è sembrato semplicemente giusto; mi sono sentita al mio posto.

Magari – dopo aver inondato di lacrime amare il banco frigo della Coop – l’uragano che è la mia esistenza doveva lasciarmi cadere proprio ad Oz, dove con tre colpi di tacco dei Dr Martens ricomincio tutto da capo e imparo qualcosa di completamente nuovo e inesplorato, del mondo e di me stessa.

Chissà perché ci risulta sempre così difficile lasciarci trascinare da quello che succede. Chissà perché facciamo l’immane fatica di opporci alla vita nel tentativo inutile di controllarla. Gli esseri umani sono talmente presuntuosi da credere di poter decidere il proprio destino, da pensare che sia più semplice, o forse meno doloroso, illudersi di tenere le redini di questa passeggiata sulla terra. Eppure sofferenze, lutti, pandemie avrebbero dovuto insegnarci che non controlliamo proprio una beata fava.

Io in questa tarda adolescenza pre-menopausa ho deciso che sono troppo stanca per trattenere la vita sui binari della mia volontà: lascerò che il treno vada dove vuole – magari deragli – mentre io mi godo il viaggio il più serenamente possibile. Accetterò quello che succede, affronterò sfighe e problemi, troverò il bello nelle cose che mi capitano. Del resto l’ho sempre fatto, solo con addosso la fatica di aver cercato invano di condurre il gioco.

No, no, no, grazie a te

L’altro giorno un amico mi ha chiesto qual è il mio “tipo”. E siccome sono una persona estremamente equilibrata e serena, l’innocente domanda ha scatenato in me una spirale di riflessioni che mi hanno tenuta in casa a guardare il soffitto tutto il weekend (quello e il fatto che il mio cane ha pensato bene di mangiare un’ape, diventando la versione canina di Sloth dei Goonies) (e un pochino anche il fatto che sono uscita a ubriacarmi tutte le sere della settimana tornando a casa in condizioni pietose al grido “Sono il diavolo, sono Bin Laden”).

Tutti noi abbiamo in testa un’idea di quello che ci piace e che ci renderebbe felici, ma proprio perché è una NOSTRA idea, forse non dovremmo fidarci. O meglio: siamo sicuri di sapere che tipologia di persona potrebbe renderci sereni e appagati, farci trascorrere momenti indimenticabili, prendersi cura di noi e di un cane divora-insetti, passare i weekend al nostro fianco mentre rimuginiamo sul senso della vita?

I miei amici, ad esempio, sono inspiegabilmente convinti che il mio uomo ideale sia lo spacciatore-delinquente-ipertatuato-rozzo-sporco-motociclista-“ma guarda picchia i bambini, è proprio il tuo tipo” kind of guy. E inclusa quella volta in cui mi hanno presentato un signore di 67 anni con i capelli lunghi, lisci e candidi in stile Gandalf, “perché è un uomo maturo come piace a te”, non credo abbiano mai centrato i miei gusti.

Innamorarmi dell’idea che mi ero fatta di qualcuno è stato il mio sport preferito per anni. Meno li conosci e più puoi fantasticare, meno li frequenti e più li ami, e seguitemi su questo blog per altre ricette. Meno personalità hanno e più facile sarà innestare su quel corpo inerme il modello di partner perfetto, creato in anni di commedie romantiche, libri di De Carlo e canzoni dei Beatles (ok, boomer).

Tra i miei (vani) tentativi di abbandonare l’adolescenza in favore dell’età adulta – sì lo so, la storia di Bin Laden non aiuta, ma è stata DAVVERO una settimana di merda – ho deciso di cercare di mettere in pausa il mio film mentale ed attenermi ad una cosa terribilmente spaventosa e disarmante: la realtà. Potrebbe non essere facile accettare che il nostro uomo ideale non è bello e dannato come Johnny Depp ma più pacato e rassicurante come l’ingener Filini.

A me sono sempre piaciuti i bravi ragazzi. La cosa stupisce un po’ tutti, forse per il mio aspetto rock’n’roll, il caschetto, i tatuaggi e gli anni di formazione dietro ai banconi dei club di mezza Bologna, ma credo di aver sempre – come ogni bambina – cercato di riprodurre il grande amore e l’ammirazione che provavo per mio padre. Poi un giorno, per caso, mi è arrivato il solito ceffone sordo che mi dà la vita quando vuole per forza rompere la mia bolla e farmi cadere di culo sul cemento della realtà, e ho scoperto che mio padre è uno stronzo egoista e menefreghista. E potrei continuare con la lista di complimenti per altre dieci pagine di wordpress.

Essendo io una persona estremamente equilibrata e serena, la cosa ha soltanto mandato in frantumi tutto quello che avevo costruito in una trentina d’anni di vita. Scoprire che l’idea che mi ero fatta di mio padre era soltanto un’illusione infantile mi ha fatto mettere in discussione un po’ tutto quello in cui credevo, come se improvvisamente non fossi più in grado di distinguere la realtà dalle mie ingenue fantasie, come se avessi capito che la vita intorno a me era un insieme di cartonati hollywoodiani in cui girare la fiction scadente della mia esistenza felice, fatta di fiorellini, farfalline e delusioni mortali. Ho (banalmente) smesso di credere nell’amore e nella capacità delle persone di ricambiare il mio affetto, ho chiuso con il lasciarsi andare, il far entrare qualcuno nel proprio spazio, accordandogli la fiducia che ci vuole per vivere.

Per anni ho scelto di frequentare soltanto uomini fidanzati o sposati, accompagnandomi a persone già stronze per definizione nel tentativo di prevenire la delusione. Potresti mai sentirti tradita da uno che tradisce sua moglie con te? Potrebbe mai rompersi qualcosa dentro di te se sei al sicuro dentro una matrioska di infedeltà ed egoismo? Non ne vado fiera, sia chiaro. Ma ognuno si difende dalla vita come può.

Nel mio viaggio verso il fondo del barile emotivo, ho mantenuto solo una variabile degli anni precedenti: l’obiettivo. Sapevo che non avrei più trovato mio padre nei bravi ragazzi che mi hanno amata e rispettata per metà della mia vita adulta, così l’ho cercato nei narcisisti menefreghisti che più si avvicinavano alla mia recente visione di lui.

Alla fine credo pure di averlo trovato. Non nell’uomo perfetto, eroe senza macchia che idolatravo nella mia bolla adolescenziale, e nemmeno nello stronzo, egoista e manipolatore che ho pensato di meritare nella fase nichilista. Ho trovato mio padre nelle persone che sbagliano, quelle tendenzialmente di buon cuore ma poco coraggiose, quelle che non hanno gli strumenti per capirsi e cambiare le proprie vite, quelli che hanno fatto cazzate e tentato di riparare con pezze più evidenti dello strappo. Ho trovato mio padre in tutte le volte in cui non ho saputo cosa fare della mia vita, in quei momenti in cui senza convinzione mi sono buttata nelle cose al grido “cazzomene“, spesso anche nei rientri a casa poco stilosi e affatto sobri.

Ho trovato mio padre e ho capito che non è il mio tipo: ho perso il “modello” su cui fantasticare, ma ho trovato la realtà. E ho scoperto che conoscere qualcuno senza pregiudizi è decisamente più sorprendente di proiettare i miei desideri, ci si può scoprire innamorati di qualcuno che ci fa davvero stare bene, a volte anche contro la nostra volontà. Quindi non ce l’ho, un “tipo”: ho un cane con la testa deforme e un sacco di voglia di perdonare.

Qualcuno da stanare

Un tempo la domanda sul “fidanzato” era prerogativa della nonna al pranzo di Natale, che poi ti metteva in imbarazzo giusto quei dieci minuti davanti ai passatelli in brodo e ad un convegno di parenti divorziati male, ma del resto aveva ricamato le tue iniziali su un corredo quando avevi 4 mesi, quindi qualche diritto di sapere a che punto stava la tua vita sentimentale -la nonna- ce l’aveva pure. Oggi la disanima del nucleo famigliare degli altri sembra essere l’obiettivo comune di tutte le donne dai 40 in su, generalmente incastrate in un una famiglia con figli, marito bolso mononeurale e amante in ufficio che fuori dalla stanza delle fotocopie nessuna pietà. Prima ti guardano con gli occhioni pieni di ammirazione ed entusiasmo mentre ti chiedono con finta discrezione “e tuo marito cosa fa?”, poi quando scoprono che sei single a 40 anni parte la consueta catena di non richiesto salvataggio: prima lo sguardo contrito di compassionevole dispiacere, poi il brainstorming in tua presenza da cui carpisci solo alcune frasi come “amore, presentiamole quel tuo amico tatuatore visto che lei ha i tatuaggi!”, oppure “caro, ma dalle il numero di quel signore che fa il giardiniere che lei ha il giardino”, o ancora “tesoro secondo me starebbe benissimo con tuo cugino che va a pesca perché anche a lei piacciono gli animali”. La consolidata catena di eventi si chiude generalmente con una patetica stretta delle mani in segno di pseudo-sorellanza ed il più classico: “Vedrai che prima o poi troverai QUALCUNO anche tu”.

Per TROVARE qualcuno – sia chiaro – lo DEVI CERCARE. E quindi seguono gli accertamenti sulla vita che conduci. Sarai abbastanza concentrata sulla caccia? Sarai attenta ai segnali? Non sarai mica una di quelle con troppe pretese che non le va mai bene nessuno? Perché non ti fai tinder? E qui scatta il monito: guarda che se poi ti abitui a stare da sola finisce che ci rimani per sempre.

“Il fatto che tu sia single è inspiegabile” mi ha detto il barista porgendomi la birra (avevo una maglietta scollata, ok, ma comunque lo ha detto davvero). E non volendo certo fare la femminista cagacazzi di cui al post precedente me ne sono andata a casa con un trolley di punti ego. Poi ci ho pensato su – perché non sarò femminista ma cagacazzi senza dubbio – e mi sono chiesta: ma in che senso? Cioè è inspiegabile che gli uomini non ci provino con me perché sono carina? È inspiegabile che nessuno abbia ancora fatto la bazza del secolo portando a casa il premio della tombola? (Je suis i prosciutti della Festa de l’Unità). O forse è inspiegabile per più o meno tutti il fatto che io possa vivere una vita degna in totale solitudine, riuscendo addirittura a cambiare lampadine e fare il pieno di metano? Dove sta il mio potere decisionale nel fatto che “inspiegabilmente” non sono fidanzata?

Nel compendio della mia vita adulta sono stata molto più tempo fidanzata che single. E sono stata molto felice ed estremamente triste in entrambe le ‘condizioni’. Se dovessi fare un elenco delle cose che mi hanno dato più gioia e soddisfazione, nessuna di queste sarebbe legata ad una persona esterna da me. E nessun picco di dolore, insoddisfazione o amarezza sarebbe il risultato di qualcosa che ha vissuto qualcuno che non sono io. Del resto si chiama COMPAGNO, ed è una persona che abbiamo ACCANTO, e non al nostro posto, per un periodo più o meno lungo di questa esistenza. Certo, ho attraversato anch’io qualche anno buio, in cui mi ero lasciata convincere dall’insistenza di mia madre e di tutte le donne intorno che l’obiettivo fosse davvero quello di stanare l’esemplare giusto con cui accoppiarsi. Ed è stata quella l’epoca in cui ho dato più soddisfazioni ai followers di questo blog, costringendomi ad essere innamorata di gente inadeguata, indisponibile, incomprensibile, semplicemente incontrata sulla mia strada in un momento in cui pensavo che l’obiettivo fosse TROVARE QUALCUNO. E di “qualcuno”, care amiche, è pieno il mondo. Ma io non ho nessuna voglia di uscire con una persona con cui mi accoppia un algoritmo, e nemmeno con gli amici dei vostri mariti con cui ho in comune il segno zodiacale o la passione per Star Wars.

Essere single non è una colpa, né un motivo di vergogna, non è straordinario e a volte nemmeno inspiegabile, perché lo scopo della vita non è stare con un uomo, ma vivere la propria esistenza nel modo più degno e soddisfacente per sé. E – guess what? – io sono abbastanza soddisfatta del modo in cui cambio lampadine e faccio metano, all by myself. Per quanto “incomprensibile” questo possa risultare alle over 40 maritate o al barista con un debole per le scollature.

Una di meno

Gli estremismi, alla lunga, macchiano di ridicolo tutta la nobiltà di un argomento. Ci sono stati diversi momenti della mia vita (e credo tantissimi in quella di un uomo) nei quali avrei preferito inghiottire una manciata di chiodi piuttosto che ascoltare l’ennesimo sproloquio pseudo-femminista incentrato su Frida Kahlo, Alda Merini, il patriarcato, la fluidità di genere, i consigli di freeda. Ammetto candidamente di essere La donna cresciuta dai buzzurri, ma a me Frida Kahlo sembra una grandissima cagacazzi che ha trascorso tutta la sua (misera) esistenza ad elemosinare l’amore di un uomo che l’ha tradita persino con sua sorella. La povera Alda Merini, invece, ha passato la sua (misera) vita a fare dentro e fuori dagli ospedali psichiatrici che manco io al Mutenye, per poi sposarsi con un uomo assente e violento che la picchiava ogni volta che rientrava a casa urbiaco. E raga, davvero la coppetta mestruale è per voi il sacro graal del femminismo moderno?

Per non parlare dell’iconografia volgare e stucchevole che avvolge l’argomento: vagine di ogni forma e colore sventolate come bandiere dell’emancipazione, cordini di assorbenti che sbucano nelle fotografie, abiti bianchi macchiati di sangue mestruale. Non capisco il senso di questa battaglia cieca e superficiale, mi sfugge l’utilità di mettere in mostra un evento sì biologico, ma intimo e ben poco piacevole. Si vuole mostrare la naturalità del ciclo femminile? Allora perché non postare su Instagram le proprie feci, perché non sbandierare con orgoglio la sboccata ai piedi del water dopo una notte in discoteca al Mutenye a trangugiare shot di vodka Augustiner?

Mettete mutande sporche nei vostri cannoni, ragazze, che questa è la rivoluzione.

Ma la battaglia non è solo iconografica, oltre le gambe c’è di più, dicevano due che di femminismo se ne intendevano. La guerra passa attraverso tutta una serie di etichette in cui inscatolare le preferenze sessuali, l’emotività, l’empatia, la difesa dei diritti. Perché il genere deve essere fluido, ma la lotta è divisa in barattoli: transfemministe, postcolonialiste, femministe alla francese, terf, womaniste. Tutte con obiettivi diversi, e spesso anche in contrasto con quelli delle altre, non sia mai che ci mettiamo vicine alla manifestazione. Poi gli asterischi, la schwa, il linguaggio patriarcale, articoli che sembrano geroglifici per non turbare la sensibilità di tutti quelli che non si sentono di rientrare nel maschile/femminile/neutro, ma inneggiano al diritto di svegliarsi gamba del tavolo e avere una definizione confermata dall’Accademia della Crusca anche per quel sentimento lì.

Io nella vita sono stata fortunata e anche sul lavoro ho conosciuto persone eccezionali. Cioè ho conosciuto anche grandissim* stronz*, ma gli amici bellissimi erano sempre stati molti di più e hanno fatto scudo intorno a me contro ogni lancio di escrementi. In tutte le redazioni in cui ho lavorato negli ultimi vent’anni c’è SEMPRE stato qualcuno pronto a giurare che il posto me lo ero guadagnato lavorando sotto la scrivania e non sopra. E guess what? A mettere in giro voci maligne sui miei (mancati) meriti sono sempre state donne, proprio quelle in prima fila nella lotta per le quote rosa, il matriarcato, l’inclusività. Perché la sorellanza va bene finché sei meno brava di me, altrimenti troia.

Che le donne non siano in grado di fare squadra è una mezza verità, o meglio non è una questione di genere, ma di insicurezza: chi ha poca autostima, non crede nelle proprie capacità, è insicuro della sua posizione, difficilmente riuscirà a gioire per i successi degli altri, ma li giudicherà con invidia e cattiveria. E questo accade in tutti i mondi, maschili, femminili o neutri. Certo, va detto che dal punto di vista lavorativo sono spesso le donne a vivere in una posizione di svantaggio economico e contrattuale, che le porta ad essere più insicure e competitive. Ma non è questo che conta davvero, giusto? Non perdiamo di vista l’obiettivo: il problema qui è il linguaggio non binario, la desinenza fluida, i diritti delle donne, ma solo quelle che dite voi, le altre no; e gli uomini poi, tutti maschilisti a gongolare nel loro morbido patriarcato e insultarci con l’italiano sessista.

Ieri la mia collega ha detto una grande verità: il matriarcato fa schifo così come il patriarcato. E poco importa se lo ha scritto nella chat delle donne della redazione, che si intitola – non a caso – “Una stronza lo sa”.

Checrudezza.com

Si stava meglio quando si stava meglio. E si scriveva di stronzate, casi umani da interpretare, paturnie varie ed eventuali da risolvere con una damigiana di fiori di Bach. Poi le uscite sono diventate videochiamate, le serate pomeriggi, la priorità sopravvivere. Il mio blog si è macchiato di tutta la frustrazione intorno, ho cominciato a parlare (da sola) di quarantena e paura, di soddisfazioni e solitudine, emulando a parole l’altalena emotiva che avevo dentro. Oggi rallegratevi perché si parla di morte.

Uno dei primi incarichi che mi ha assegnato la mia nuova capa è stato scrivere un articolo su tutti i lutti celebri del 2020. Figo il fantamorto, ho pensato. Presa dall’entusiasmo ho subito aperto una bozza e cominciato un attacco su quanto funesto sia stato questo anno incredibile.
L’ispirazione si è interrotta a più riprese dalla polemiche sulle piste da sci chiuse a causa del coronavirus, da Zaia che si scaglia contro il governo, i negozianti che insorgono, i ristoratori che si lamentano, gli sciatori che inveiscono. Ho aperto e chiuso dieci volte la mia bozza salvata con la parola chiave “funesto”. Ho scritto un paragrafo su Maradona e l’entusiasmo ha cominciato a vacillare.
Ho dato un’occhiata al notiziario per distrarmi, c’era il bollettino della Protezione Civile: 993 morti. Tutti intorno a me hanno commentato “il giorno del record”, come se il primato potesse rendere ancora più impersonale quel numero, vite spente di persone, padri, madri, figli, zii, amici, amori di qualcuno che in quel momento sicuramente stava piangendo, mentre io cercavo foto di montagne innevate che quest’anno no, non si va a sciare. Il pezzo funesto non mi andava più di aprirlo, perché i famosi morti quest’anno saranno pure tanti, ma non sono 993 sconosciuti di cui non so il nome, finiti in un bollettino che tutti i giorni, puntuale, si infila nel notiziario tra il recovery fund e un presepe sommerso.
Un giorno di luglio in quel bollettino c’era una persona che conoscevo, o meglio che ammiravo attraverso gli occhi verdi di sua figlia, che da vent’anni mi guardano in faccia quando ridiamo e piangiamo (sempre e solo io) davanti a una birra (o dieci). Chissà cosa penserà lei del mio articolo sui morti famosi. Chissà se lei ha trovato la forza di dispiacersi anche per Ennio Morricone o Ezio Bosso, dopo aver lasciato andare l’essere umano che più amava in questo mondo, ed essere stata costretta a leggere in quel numero insignificante ed effimero la fine di una storia di vita.

Sono cresciuta in una delle quattro case coloniche di un minuscolo borgo nei pressi di Grizzana Morandi. Mio nonno era un contadino di poche parole che mangiava caramelle alla menta mentre zappava con i pantaloni di velluto a coste, mio zio allevava quaglie e fagiani, che poi lui, mio padre e i miei cugini cacciavano nei campi. Li facevano alzare dal cane e gli sparavano col fucile quando erano a mezz’aria, nel momento in cui assaporavano la libertà dopo una (breve) vita in gabbia. I setter vivevano anche loro in una gabbia tutti insieme, d’estate e d’inverno, quando non erano legati alla catena nell’aia davanti a casa, a guardare un mondo intorno che non potevano raggiungere.
Io ero la più piccola e per questo molto sola, con una testa immaginifica inspiegabilmente libera dai pregiudizi: per me la vita è sempre stata vita, non importa in quale forma. Gli animali erano i miei unici amici. Tutti. Avevo dato un nome alle galline che mi correvano incontro la mattina, avevo un’oca di nome QuiQui che mi seguiva ovunque, accarezzavo i coniglietti, vivevo in simbiosi con Aquila Nera, un piccione caduto dal nido che era cresciuto con me e si appollaiava sempre sulla mia spalla. Adoravo i topolini, davo il cocomero ai maiali e la sera raccoglievo rospi giganteschi che tenevo in braccio e portavo in cameretta terrorizzando mia madre e le mie zie.
C’è stato un momento, una specie di epifania, in cui mi sono chiesta che senso avesse far nascere animali, crescerli e accudirli, persino salvarli qualche volta, per poi un giorno – arbitrariamente – ucciderli senza pensarci troppo, ed eventualmente mangiarli. E quella crudezza, quella superiorità acquisita che ci permette di decidere quando e come interrompere una vita, mi sono resa conto molto presto che non mi apparteneva.

Domenica mi sono svegliata e ho cominciato ad ascoltare Cosmic Dancer dei T-Rex in loop, fino a quando mi sono intristita pensando a quanti altri capolavori avrebbe potuto scrivere Marc Bolan se non fosse morto in un incidente stradale a 29 anni. Lui non c’è più: la sua esistenza terrena si è spenta 43 anni fa. A noi è rimasto questo: la sua voce dolce e perfetta che ripete “dancing” con l’accento inglese, la chitarra che culla quel mantra e si increspa quando entra la batteria.

Stamattina ho trovato finalmente un momento per leggere (mentre salivo cinque piani di scale a piedi, che se vogliamo è una forma di morte) e ho estratto dalla borsa una copia de L’Espresso, che ogni anno dedica il numero dicembre al protagonista dei dodici mesi appena trascorsi. Il personaggio del 2020 – ma dai – è la morte. Ho girato la copertina inquietante con un fotogramma della partita a scacchi de Il settimo sigillo di Bergman, su cui hanno photoshoppato il primo bambino nato nel gennaio scorso. Mi sono fermata sull’articolo di Massimo Cacciari: “Aver cura di morire significa, allora, ‘lavorare’ la propria esistenza nell’attesa che la morte possa rappresentare per noi un compimento”. Per poter affrontare la morte, secondo il filosofo, bisogna non solo vivere la vita tanto intensamente da farsi trovare sempre pronti, ma soprattutto avere due cose: “un Fine e degli Eredi”.

Non avendo figli a cui trasmettere le mie innate qualità (chessò, la mia capacità di reggere l’alcool o l’utilissima maestria nell’afferrare gli oggetti con i piedi) mi sono partiti una serie di pensieri in stile Battiato su cosa resterà del mio transito terrestre. Magari sopravviverà questo blog come monito alle generazioni future, che sulle mie stronzate fonderanno un culto religioso. Forse resteranno i sorrisi che amo fare agli sconosciuti per strada, che prima o poi chiameranno un Tso e quindi lascerò in eredità le mie memorie da una clinica psichiatrica.

Non ho grandi certezze sugli Eredi, il Fine è certamente la felicità. Ed è un lavoro di costanza, fatto di piccoli momenti unici tenuti insieme proprio dalla consapevolezza che non siamo eterni. Forse il segreto per non temere la morte è semplicemente vivere. Guardarsi intorno, raccogliere impressioni, ma anche bere birre, ridere, ascoltare canzoni, diventare le persone che un giorno saranno ricordate da qualcuno che conosce l’esistenza dietro quel numero. Non ci si può pentire di aver dato il massimo, fa soffrire un po’ meno l’idea di separarsi da qualcuno che non avremmo potuto amare di più. Dare tutto per essere pronti al niente.

E ora andate e spargete il Verbo del fancazzismo.