Il lupo solitario

A tutte noi diversamente sbarbe nate negli anni Settanta è capitato di uscire a bere una sciocchezza con uno che dichiaratamente ci trova bellissime, intelligentissime, brillantissime, simpaticissime, sexyssime. Poi è capitato che i drink diventassero due, o tre (o dodici per chi come me ha fatto la barista in adolescenza e regge più di un camionista), e allora che fai non ci mangi qualcosa per fare il fondino? E un Cynar con ghiaccio non ce lo metti per digerire la cena vegan? E l’alba al Pratello non la vuoi vedere? Insomma, dopo sette ore di complimenti superlativi e dopo aver esaurito le riserve alcoliche del Lussemburgo, ti trovi davanti al motorino – ove lui cavallerescamente ti ha accompagnato – ad attendere il limonissimo che ti faccia dimenticare tutti i casi umani su cui stai scrivendo un tomo di 900 pagine.

E invece no.

Goffo abbraccio con accenno di stretta in vita e bacino sulla guancia sono quel che ti meriti per aver volontariamente ignorato i segnali che ti avrebbero risparmiato l’ennesima uscita inutile. Il messaggino successivo “Grazie per la serata, sono stato benissimo” è il resto che ti meriti per non avergli fracassato il cranio sul quadrante dello scooter al primo accenno di diniego.

Il lupo solitario è un altro grande classico over 40. Nell’80% dei casi vive ancora con mamma o se ne è separato da poco (per trasferirsi comunque in una sistemazione temporanea/impossibile, che gli permetta di tornare da lei tutti i weekend, pur mantenendo una parvenza di autonomia). Bello e single fin dagli anni Settanta, il caso umano in questione di solito ha una quantità illimitata di interessi che aggiorna con costanza e che sono tutti accomunati da un’unica caratteristica: si praticano in solitudine. Surf, tennis, ciclismo, arrampicata, jogging e snowboard sono gli sport preferiti, portati fino al limite della boxe e delle arti marziali varie, di cui però sopporta a fatica il grave peso degli allenamenti collettivi. È esperto di alberi, piante, fiori, animali, vita delle api, musica rock, metal, pop, suona 85 strumenti (ma mai fatto parte di un gruppo), conosce i cocktail, i cani, le montagne, guarda tutte le partite di calcio, basket, hockey su ghiaccio e paddington, sa tutto su spiagge e boschi, ha sofferto di attacchi d’ansia o di panico e le sue vacanze preferite – ovviamente – sono in moto. Il lupo solitario di solito lavora il minimo indispensabile per mantenersi, ma in tutto il resto del tempo è impegnatissimo con i suoi IRRINUNCIABILI ventimila hobby, i suoi settecento amici bisognosi alcolizzati ed ogni fine settimana – va da sé – DEVE cmq trovare una scusa per tornare a casa (da mamma).

In genere dichiara con stupefacente sicumera di volersi innamorare perdutamente, poi però – chissà come mai – nessuna donna è mai all’altezza degli standard (di mamma) che si è auto-imposto. La conquista di questo esemplare maschile è la più difficile, poiché la sua attenzione è sempre rivolta esclusivamente ai suoi amici, alla sua birra, ai suoi messaggi (di mamma).

Una volta attirato con forza nella trappola della seduzione, bisogna agire con fermezza e sbatterlo al muro e limonarlo duro, prima che lui possa cominciare a pensare che “in fondo boh, vorrei che si vestisse diversamente” (come mamma), “non voglio convivere e lasciare casa mia” (e mamma), “cazzo, questa non mangia carne quindi niente lasagne” (di mamma) e così via, in un turbine di paranoie che ci riporta irrimediabilmente a quel goffo abbraccio davanti al motorino: il momento preciso in cui tu ti rendi conto di aver schivato un precipizio.

Il lupo solitario, come il vino buono, migliora col tempo: di solito diventa un fascinoso cinquantenne brizzolato e abbronzato, con un buon profumo e la camicia stirata leggermente aperta. Nonostante i numerosissimi flirt, non avrà mai avuto una vera fidanzata, perché in fondo lui non ha mai voluto impegnarsi davvero. Un giorno tornerà da una vacanza solitaria con la moglie cubana, che lo lascerà dopo pochi mesi gettandolo nella disperazione. E – guarda un po’ – di nuovo tra le braccia di mamma.

Ah.

In questa sospensione della vita reale che chiamiamo convenzionalmente quarantena, il concetto di “binge watching” ha sfiorato nuove vette di malattia mentale. Anche io ho dato il mio contributo alla scienza, lasciando che Netflix avanzasse in automatico per due stagioni di Master Of None, una di Tiger King, la seconda di AfterLife, le tre di Narcos (raga, qui c’è l’aggravante dell’agente Peña che ha turbato il mio sonno già tormentato dall’isolamento), un paio di film cretini, tre o quattro documentari colti (per non diventare proprio il fighino con cervello sul comodino che guarda Uomini e Donne e passa le giornate a sfogliare il “New In” di Zara).

Esaurite le novità su Netflix, ho guardato in streaming Normal People (perché avevo letto un libro della Rooney, ma per fare l’alternativa non era quello), la 195esima stagione di Grey’s Anatomy (solo perché ho cominciato a guardarlo quando avevo otto anni e voglio sapere come va a finire), e la versione serie Tv di un grande classico letterario per musicofili: High Fidelity.
Se escludiamo la fighitudine incommensurabile di Zoe Kravitz ed il fatto che il suo personaggio gestisce un negozio di dischi, per il resto mi sono rivista in quasi tutti gli episodi. Io che mi chiudo in casa a mangiare cereali e compiangermi ascoltando Prince (certo: lei a New York, io al Trappolone, ma non è questo il punto), io che vado a concerti con capi di abbigliamento che forse non sarebbero destinati all’esterno, io che alla fine raggiungo sempre gli amici anche dopo aver detto no a tutti gli inviti, io che bevo e mi ubriaco da sola al bar, io che limono con un gran figo per poi scoprire che ha il 2 davanti all’età, io che annovero tra gli ex uno con cui ho passato un weekend, io che uso le emozioni di altri per comporre playlist che sono lettere d’amore.

Non ho mai capito se i segnali arrivano tutti insieme per darmi un ceffone secco, oppure sono io a non sapere di avere i germogli di un’idea in testa, a cui cerco di ricondurre tutto quello che mi capita. Sto cercando di sfruttare questo periodo di pausa dalla vita sociale per conoscermi meglio, per scoprire chi sono al di là della Fede “in funzione” di qualcuno o qualcosa, per smettere di cercare un uomo che dia un senso alla mia presenza sulla terra oltre che alla ceretta all’inguine. Ammetto che il più delle volte mi trovo scorbutica e irritante, non uscirei con me stessa e non riesco a dare una spiegazione alla quantità di amici ganzi che nonostante tutto mi restano intorno, ma questo periodo di isolamento insieme a quella stronza di me stessa mi ha fatto ricordare com’ero quando mi volevo bene. Ero dolce, solare, entusiasta, ingenua, credulona, sfrontata e affascinante nel mio essere me stessa fregandomene altamente del giudizio degli altri.

C’è una cosa di High Fidelity che mi ha colpita più delle canzoni di Bowie e dei poster dei Wu-Tang Clan: un dialogo tra Robyn ed il suo fidanzato (che poi diventerà il migliore amico gay – story of my life), in cui lui le dice che non conta ciò che pensi di essere; è quello che ti piace a definire chi sei. A me piacciono i maglioni dei vecchi, i tatuaggi e i libri sui pirati, la montagna, gli scheletri, mi piace la frangetta corta corta e i porcini fritti, mi piace essere quella a cui gli amici chiedono consigli sulle band e si fanno trascinare dalla mia follia a Marina di Ravenna per vedere l’alba sul mare.

Tra una puntata e l’altra mi arriva un messaggio del Biondo: «Come stai? Che fai?». Gli scrivo che sto pensando di partecipare al concorsone scuola e «magari divento una prof di filosofia, mi ci vedi?». «Magari – scrive lui – la prof di filosofia che faceva la barista al Covo, scriveva su Rolling Stone e andava ai concerti al Freakout». Il mio amico mi vede così e mi vuole bene (anche) per questo. Forse allora anche gli altri. Forse allora anche io. Forse allora non è tardi per essere quello che mi piace. Forse lo sono sempre stata.

Guardo altri due episodi e mi chiama un fotografo che lavora con Sara e che ho promesso di aiutare per un progetto. Parliamo spontaneamente di qualsiasi cosa per circa un’ora, poi in un momento di silenzio mi chiede: «Ma tu chi sei?». Dunque, boh, non saprei, sono amica di Sara dall’università, facevo la giornalista, ma ora non più, ora faccio la cameriera, però insomma, mi è rimasto il fiuto per le storie interessanti. «Beh – dice lui con un adorabile accento romagnolo – ma tanto per fare la giornalista sei sempre in tempo: puoi tornare ad esserlo quando vuoi».

Ah.

Le cose che ti dice uno sconosciuto: quelle di cui avevi bisogno. Quelle che annaffiano i germogli dell’idea che non importa cosa c’è scritto sul tuo curriculum o sul campanello: io sarò sempre quella che ascolta musica nella sua testa 24 ore al giorno, che va ai concerti in pigiama, che scrive lettere d’amore di notte e fa playlist per ogni stato d’animo. E questo sarà sempre l’unico punto fisso di tutta la mia storia: il resto sono sfumature che cambiano a seconda della luce e di quanta voglia di andare a fondo ha chi le guarda.

Pantone Cadavere

Ci si abitua a tutto. Alle mancanze, alle presenze, ai difetti propri e degli altri, a vivere insieme, a stare soli. Il tempo non cura tutte le ferite, è l’abitudine a permetterci di convivere con le cicatrici. Passano i giorni, le settimane, e quello che sembrava straordinario e inedito diventa la regola, diventa normale.

Dopo un mese e mezzo di quarantena la mia quotidianità si snoda tra gli angoli azzurri della camera da letto e quelli gialli del salotto (sì, lo so, vivo nella casa dei puffi), con qualche pausa giardino, ma breve perché sono Pantone Cadavere e perché tra le gioie di questa splendida annata posso annoverare la mia prima esplosione di allergia.
In un percorso a tappe fatto di letto-divano-sdraio-divano-letto-tavolo-letto, cominciano e finiscono giornate eterne consumate perlopiù a cucinare prelibatezze vegane (e fotografare, e inviare, e promettere ad amici entusiasti, che nel frattempo stanno grigliando costolette e arrosticini), a prendermi cura di me stessa per non precipitare nel girone estetico Controlla (barbona uoma sciatta con capello unto), a guardare serie Tv che tutti mi avevano consigliato («Chi cazzo sei, la Corea del Nord che non hai visto niente?»), a intrattenere rapporti telematici per non alimentare il Mauro Corona che è in me.

Nella nuova routine da isolamento forzato, è diventato normale vedere gli amici solo attraverso lo schermo del Mac o quello crepato del telefonino, ed è normale attendere le videochiamate con l’ansia con cui un tempo aspettavo di intervistare Peter Gabriel. Con la stessa eccitazione, del resto, vivo i minuti che mi separano dal portar fuori la spazzatura, per non parlare di quello straordinario giorno della settimana in cui torno a guidare l’auto e arrivo fino alla Coop del Comune limitrofo per fare la spesa: una vera fuorilegge.
Le giornate si aprono con la rassegna stampa Instagram e si chiudono con una breve videochiamata ai miei genitori, che per l’occasione hanno imparato ad usare whatsapp.
Tutto il resto è rimuginare.

Rimugino sul passato e sul presente, mentre cerco con tutte le mie forze di evitare il futuro per non concludere la quarantena in una vasca di Xanax. E ora che l’abitudine ha reso non solo accettabile, ma normale questa spaventosa situazione, ripenso a quante volte, nella vita, mi sono dovuta assuefare a situazioni straordinarie, inevitabili, terrorizzanti. E a quante volte la consuetudine sia stata la salvezza ma anche la vera fregatura. Perché il bello della quotidianità è che si rende evidente proprio quando ti viene sottratta, e in questo periodo più che mai ci troviamo a corto di tutto quello che fino al 7 marzo davamo per scontato.

Io, per esempio, mi sono sempre abituata a vivere in funzione di qualcun altro: la figlia di Bertino, la sorella della Lisa, la fidanzata di Dedu. Essere il riflesso di qualcun altro non ha certo agevolato la sicurezza in me stessa e nelle mie capacità, ma sicuramente ha alimentato la convizione di essere completa soltanto in presenza di qualcun altro. Così gli ultimi anni li ho spesi a cercare di riabituarmi a vivere in funzione di me stessa: ad ascoltarmi, a conoscermi, a capire chi sono e cosa voglio, a fare cazzate (soprattutto a fare cazzate) e ad imparare dagli errori per non finire come Meredith Grey, che alla 59esima stagione di Grey’s Anatomy continua a imperterrita a fare le stesse stronzate.
Forse mi ero assuefatta anche a vivere di questa ricerca senza fine, perché ora che mi trovo davvero sola, a fare i conti con me stessa, a pranzare e cenare da sola, a cavarmela con le mie uniche forze, non mi sembra di essere davvero preparata. Mi manca l’idea di poter prendere un aereo e andare a Barcellona da Daria, da Tobi e dalla Manu, o a Parigi dalla Fra, o ad Amsterdam da Jenni; mi mancano le Augustiner fresche al Mutenye, mi mancano i neon di Zara, i pranzi da Bio’s, la pizza di Totò, mi manca il consumismo. Ieri, in coda per entrare alla Coop, chiacchieravo di antropologia con un anziano signore (sì, perché tra le nuove consuetudini da quarantena ci sono amabili simposi con i vecchi davanti ai supermercati) e ci auguravamo che tutto questo potesse insegnare qualcosa all’umanità. Lui, sorridendomi con gli occhi rugosi mentre il vento gli sompigliava ciuffi di capelli candidi, ha detto «Quando finirà, torneremo a prendere aerei, comprare vestiti: ricominceremo a spendere soldi. Torneremo dritti tra le braccia del consumismo, perché questo è quello che normalmente ci fa sentire completi».

La normalità fino al 7 marzo era fatta di birre, straccetti di seitan e jeans nuovi: il consumismo ci rendeva completi. La normalità oggi è fatta di risotti, skypecall e pigiami: chissà cosa ci rende completi. Forse l’illusione di poter tornare esattamente a quello che avevamo lasciato, il miraggio di potersi infilare nuovamente nell’avvolgente routine a cui eravamo abituati. O forse dovremmo lasciare che il passato sganci l’ormeggio e ci lasci esplorare una nuova quotidianità, fatta di meno cose e più dialoghi, di delfini a Marina di Ravenna e cinghiali in via San Mamolo, di pranzi vegan cucinati da me mentre Sandro griglia arrosticini, di lunghe chiacchierate con gli anziani del quartiere e videochat con i miei genitori, di volersi bene a prescindere dal giudizio degli altri, di riempirsi la testa di cose belle e non gli armadi, di stare vicini anche quando si è lontani. La quarantena mi ha insegnato che le cose importanti non sono materiali, ma così sottili e trasparenti da trovare sempre un modo per entrare nella mia casa e scaldarla.

Urbi et orbi (ma soprattutto orbi)

Quando vivevo a Milano assistevo sempre ai saluti tra i miei due amici toscani: «Sicché?» domandava Jacopo, «Sicché niente» rispondeva Gilberto, poi si partiva verso il Frida con una sigaretta in bocca.

Ecco la mia quarantena è una lunga serie di “Sicché niente”, intervallati da qualche (non) contatto con umani dalla pelle pixelata e lunghi scambi di consapevolezze con le mie amiche romagnole, che di tempo per rimuginare direi che ne abbiamo in abbondanza.

Tralasciando i miei profondi e non richiesti pensieri sul cosmo e le infamate ai casi umani che frequentano le app per incontri, la cosa che mi ha stupito di più dell’isolamento forzato è che si è trasformato un po’ per tutti in una sorta di indulto sentimentale, una benedizione urbi et orbi (ma soprattutto orbi), uno spargimento di seconde possibilità neanche fossero granaglie ai piccioni.

Al giro di boa della quarta settimana chiusa in casa da sola con quel martire del mio cane, comincio ad aspettare con ansia i saluti da giardino a giardino col mio vicino geppo, che fino ad oggi avrei sempre preso a sprangate nella schiena perché lascia che suo figlio sociopatico giochi a pallone in casa, facendomi rivivere ogni fottuto giorno il terremoto dell’Irpinia. Si parla sempre e solo di argomenti futili e poltica livello base, ma tra uno «Speriamo che i no vax abbiano imparato qualcosa» e i consigli non richiesti sulle aziende agricole della zona «Che è sempre meglio comprare dagli italiani», mi verrebbe quasi voglia di tirare giù il muro di lauro che ho fatto crescere negli anni proprio per non guardare in faccia il poveretto.

Poi c’è il pelatone che vive sopra ai geppi, che io ho sempre snobbato perché è il classico palestrato color cuoio con i rayban a goccia, però al giorno 28 di reclusione, ho cominciato a sistemarmi prima di uscire in giardino la mattina, perché il geppo sarà anche sepolto da una siepe di quattro metri, ma il manzo muscoloso dal terzo piano mi vede e mi sorride ogni mattina mentre suda a torso nudo sulla cyclette sistemata sul terrazzino di un metro quadro e prende il sole, che non sia mai che si sbiadisca senza lampade. (Ecco, diciamo che con lui potrei aver rovinato tutto quando l’altro giorno mi sono addormentata sulla sdraio ancora ubriaca dalla skype call della sera prima, e temo abbia anche zoomato sulla striscia di bava che ho lasciato sull’edizione economica di Please Kill Me).

Non parliamo poi di amici che non sentivi dal tempo in cui eri nei lupetti e ti insegnavano cose utilissime per la tua vita adulta come cagare in un cesso chimico o incidere il tuo nome su un tappo di sughero, o quelli che hai conosciuto ad una dancehall in Salento 185 anni fa, quando nemmeno ti ricordavi il tuo di nome, figurarsi quello del fricchettone con i cani: in questo periodo sono tutti grandi amici bubicachiluli, e stavolta davvero la cena la facciamo, e poi prometto che vengo a trovarti, e ti posso garantire che ti ho pensato sempre in questi 93 anni di assenza, no – ma scherzi – tvb tantissimo anche io. Da quando non puoi parlarci, ogni essere umano sta davvero combattendo una battaglia di cui non sai nulla, ma ora vorresti conoscerne anche il minimo dettaglio. Qualsiasi voce non “metallizzata” dal segnale di merda del WiFi è una possibile interazione umana, ogni sorriso scambiato dietro la mascherina mentre imprechi in coda alla Coop è un segnale che ancora non sei un vampiro, ma un animale sociale che sta soffrendo la totale mancanza di convivialità.

Di contro – e qui lascerò di stucco i miei quattro fan accaniti – tutta questa mancanza di abbracciatone con i miei colleghi polacchi, tutto questo non toccarsi, non parlarsi, non annusarsi, tutto questo bisogno di amicizia e condivisione, tutta questa nostalgia delle chiacchiere a notte fonda davanti ad una pinta di Augustiner fresca (e al barista figo), ha preso il sopravvento sulla mia ricerca spasmodica del grande amore. Ho cominciato a bloccare gli stalker da social network (ah raga è una dipendenza, una volta imparato volevo bloccare anche il mio medico di famiglia), ho aperto e chiuso dopo sole otto ore il mio primo profilo su una app per il dating online (i dialoghi erano fantastici: «Ah fai l’infermiere, sarai impegnatissimo immagino» – «Sì. Quanto sei alta?»), e ho accettato l’idea che posso sopravvivere anche se non ho qualcuno a cui mandare la buonanotte.

Del resto il buongiorno posso darlo al vicino geppo di là dalla siepe, posso sorridere al pelato col petto lucido del terzo piano, e magari hanno ragione le mie amiche e finita la quarantena la daremo a tutti quelli che ce la chiederanno, ma per ora quel che mi manca di più sono i sorrisi, la complicità, le carezze, e forse anche la splendida casualità con cui fuori da qui puoi incrociare lo sguardo benevolo di qualcuno senza doverti dare appuntamento su Zoom.

Mostri cattivi

Grazie a questa quarantena, anche gli uomini avranno capito come ci si sente in pre-mestruo. Il mio umore cambia radicalmente da una stanza all’altra, e faccio notare che vivo in un bilocale. Entro in bagno euforica, pronta per truccarmi e acconciarmi che manco alla cresima, e ne esco con gli occhi di panda e le chiappe quadrate dopo essere stata venti minuti seduta sulla tazza a piangere disperata. Cucino ballando le mie verdurine, per poi condire con le lacrime le zucchine al curry e il riso basmati. Radiosa e brillante (ubriaca) in videochat, gattara senzatetto in cameretta.

(Questa foto è stata scattata a novembre 2019)

Visto che in questi giorni quasi nessuno ha una cippa da fare, ecco che proliferano online gli inutili e non richiesti articoloni di espertoni sulla qualsiasi. Ogni situazione ha un nome, ogni emozione un’etichetta, ogni tragedia una ragione (generalmente da ricercare in un’infanzia drammatica, fatta di cioccolatini negati e barbie rasate a zero). Ieri mi è dunque capitato tra le mani (o meglio tra i giga) il testo imprescindibile che spiegava l’ormai conclamata “depressione da quarantena”: un sentimento di sconforto, dovuto al fatto che la nostre psiche sta affrontando un evento completamente inedito che non ha idea di come fronteggiare, e quindi ha bisogno di tempo per adattarsi alla nuova condizione. Mi è sembrata la cosa più cretina che ho sentito nelle ultime settimane, e posso garantire che fra complotti, 5G, disinfettanti con gli elicotteri e tedeschi che non si ammalano ne ho sentite davvero parecchie.

Vorrei capire quali sono gli eventi “editi” della nostra carriera sulla terra; a cosa siamo realmente preparati psicologicamente; quale evento gioioso o drammatico siamo pronti ad affrontare perché ne conosciamo l’entità e le conseguenze; quando cazzo mai. Vorrei sapere se qualcuno si è mai sentito sereno nel seppellire un suo parente perché tanto dai, alla fine è già morta anche la nonna, cosa vuoi che sia. Vorrei mi dicessero se posso smettere di cercare la felicità, tanto a 40 anni sono già stata felice altre volte, cazzomene: sarà sempre la stessa storia.

Ci sono cose che davvero non capisco della psicologia e degli psicologi, ma altre che mi sono estremamente chiare. Ieri è morta mia zia da sola, in un letto di ospedale. Aveva 80 anni ed era malata da tempo, ma nessuno di noi ha potuto salutarla, nessuno di noi potrà seppellirla, ed io non potrò abbracciare mia madre che sta a cinque chilometri da casa mia e che ha perso sua sorella. E questo è indubitabilmente TRISTE.

La mia migliore amica da giorni ha tutta la famiglia in ospedale: la mamma allettata con l’ossigeno, il papà intubato, il nonno tenuto in vita per miracolo e la nonna ci ha lasciati la notte scorsa. Lei, a casa da sola in isolamento forzato, aspetta ogni sera la chiamata di uno dei tre ospedali per avere notizie delle persone più importanti della sua vita. E non ha nemmeno la possibilità di recuperare la fede nuziale della nonna. E questo è incredibilmente, indubitabilmente TRISTE.

Ci sono eventi in questa vita che sono oggettivamente drammatici e difficili da affrontare, quello che sta succedendo là fuori dal mio bilocale è uno di questi. E per quanto io ami fare la cogliona superificiale che fa ridere con le battute sagaci, ci sono momenti in cui mi siedo sulla tazza e tutto questo dolore prende il sopravvento sui buoni propositi, i manicaretti salutisti, le chiappesode, la casa splendente e la rinascita dal fango.
Poi mi appare in videochiamata mia nipote Bianca, 3 anni, che non capisce perché piango e mi chiede se può guardare Harry Potter: “Stai tranquilla zia, i mostri cattivi io li ho già visti e non mi fanno paura”.

Quaranteen

Non esco di casa da tredici giorni. I primi sette li ho trascorsi deambulando in pigiama tra letto e divano, immersa quasi costantemente in un Instagram-mondo fatto di gente con fiori in faccia, lune in fronte, pelle di pesca, guance luminescenti, orsetti gommosi sulla testa, e raga se avessi saputo che andavano tanto di moda le lentiggini avrei fatto l’influencer.

Ho alternato Netflix a piantarelli insensati, skypato la mia disperazione alle amiche all’estero che ancora non avevano idea di cosa stesse succedendo, ho persino creato un profilo in un sito di incontri con la speranza di trovare qualcuno con cui fare quattro chiacchiere in quarantena (profilo cancellato dopo sole otto ore all’ennesima richiesta di “foto tette”). Ho versato qualche lacrima pensando al compleanno che passerò in casa ad ubriacarmi da sola invece che in Giordania con mia sorella, e al 50esimo anniversario di matrimonio dei miei genitori, per il quale avevo preparato album fotografici e cenoni con i parenti. Ho corretto tutti i congiuntivi nei testi delle canzoni dei Lunapop, che il mio vicino si ostina a cantare a squarciagola ogni pomeriggio alle 18, e lasciato che il mio cane trasformasse il giardino in un campo minato di merde.

Poi una mattina mi sono svegliata presto e ho capito che solo io posso decidere se questo tempo indefinito di reclusione che ho davanti è un’opportunità oppure una condanna. Ho indossato la mia maglietta leopardata preferita (ragazze, quando avrete 40 anni capirete) e ho stabilito un piano serrato per sfruttare al meglio la nullafacenza. In cinque giorni ho messo insieme tante di quelle nuove abitudini da dovermi segnare in agenda le conference call con gli amici. Ho imparato grazie ad un tutorial a farmi le fondamentali “beach waves” con la piastra per capelli, sto cucinando piatti equilibrati e leggeri che mai avrei pensato di essere in grado di realizzare; faccio pilates tre giorni a settimana con un workout in diretta su Instagram che si chiama “chiappasoda”, e ieri sono caduta per terra praticando yoga davanti al computer (livello flessibilità: Maria De Filippi). Ho pulito tutta la libreria, spolverando volume per volume, e riordinato i libri per contenuto: musica, arte, narrativa prefe, narrativa a caso, pirati, poesie, guide. Ho messo a posto tutte le foto e districato fili elettrici nel leggendario scatolone “cavi” che tutti noi teniamo da qualche parte nell’armadio; ho sentito e consolato gli amici, anche quelli che vivono lontano, ho scoperto di amare lo yogurt di soia e di avere tantissimo bisogno di mollette colorate per i capelli.

Ho ascoltato musica che non sentivo da anni, e poi ho scritto: favole, racconti, diari, battute divertenti, messaggi d’amore. Ho scritto per me, mi sono vestita e truccata per me, voglio essere in forma per me, voglio imparare cose nuove per me. Questo isolamento forzato lontano da tutti è forse il momento perfetto per reimparare a conoscermi ed eventualmente reinnamorarmi. Capire cosa desidero e dove vorrei arrivare, libera dal giudizio e dalle opinioni dei miei genitori, di mia sorella, degli amici, dei conoscenti. Siamo io ed io in questa vacanza introspettiva alla ricerca delle mie qualità, e sono certa che da questa esperienza assurda uscirò migliore di come ci sono entrata. Di sicuro avrò una casa pulitissima e capelli molto più alla moda, conoscerò mio malgrado tutti i testi dei Lunapop e – se sopravvivo allo yoga – avrò le chiappe più sode del west.

Holiday On Ice

Da sei giorni non ho alcuna interazione umana “reale”, eccetto il cassiere della Coop che giovedì scorso, borbottando dietro una mascherina chirurgica, mi ha chiesto se colleziono i bollini, e mia madre che gesticola attraverso la vetrata del pianerottolo in cui le lascio la spesa: un paio di minuti al massimo, poi scappo in auto perché mi viene regolarmente da piangere senza motivo.

Solitudine, isolamento. Concetti che in questi anni ho temuto ed agognato, disprezzato e desiderato. Oggi obbligatori e fatti di telefonate lunghissime, vocali eterni, flash mob, facetime, dirette su Instagram, shopping online, ti chiamo dopo, ci vediamo su Skype, aperitivo in conference call.
Io stamattina mi sono alzata col mal di schiena, ho aperto le finestre, fatto colazione, una doccia calda, ho asciugato i capelli e li ho persino spazzolati, ho infilato i leggings neri e la felpa nera (che non c’è un cazzo da stare allegri). Mi sono guardata nello specchio e ho pensato che forse dovrei farmi una maschera, o truccarmi un po’, o magari mettere lo smalto rosso che fa tanto figa francese stilosa. Poi ho anche pensato: ma per chi. Non sono una farmacista, un’influencer di Instagram che fa le dirette con gli amici fighi, una personal trainer intelaiata che pubblica gli esercizi per rassodare le chiappe, non faccio la cassiera della Coop dove riesco almeno a propinare bollini. Non posso uscire dal mio bilocale se non per far fare al cane il giro dell’isolato (tanto poi mi caga in giardino), e il vestito di paillettes in stile Holiday On Ice potrebbe intralciarmi nel cammino.

Va da sé che lo scenario apocalittico è ideale per rimuginare sugli errori del passato, imparanoiarsi sul presente e deprimersi per il futuro. L’eventuale fine del mondo scatena il rimpianto per non aver chiesto il numero al barista carino (e il rimorso di averlo dato al caso umano al bancone), la voglia di aprire un account Tinder, la necessità smodata di fare sexting con uno sconosciuto a caso così, tra la tisana e le chips di cavolo nero, per poi non sentirsi mai più. Ma soprattuto la pandemia ha acceso in me il fottuto pulsante del bisogno di affetto e di attenzioni. Così in una settimana di isolamento (e ovulazione, temo) ho mandato a puttane tutti gli sforzi fatti in cinque anni da gran signora a guardar tutti dall’alto del mio cuore di pietra / non vi cago merde.

Nell’ordine ho chiamato il mio ex storico, che ovviamente non ha risposto al telefono. Allora, per paranoia ma soprattutto per principio, gli ho mandato un sms preoccupato, a cui ha fatto seguito risposta telegrafica rassicurante, che ha scatenato il mio sfogo “sono triste, cassintegrata, a casa col cane”, e allora lui giustamente ATREYU, IL NULLA. Poi ho frantumato i coglioni a Giulio, che per sua fortuna vive dall’altra parte del mondo, ma ha fatto l’errore di abituarmi ad un rapporto a tratti morboso fatto di chat notturne (le mie) e vocal ventosi (i suoi), tenuti insieme dal reciproco “ci sono sempre per te”, che quando un uomo ti dice così vorresti non vivesse in Australia per sfidare la quarantena e farti arrestare mentre corri a dargliela, così senza neanche un velo di correttore per le occhiaie. Poi ho scritto al fratello della mia migliore amica: mai visto dal vivo, ma colto e gentile al punto da entrare ad honorem nella rosa dei candidati alla mia prossima ossessione virtuale. Infine sono anche riuscita a rendermi ridicola cercando invano di recuperare il numero del barista carino, che nel frattempo sta però trascorrendo la quarantena in compagnia di un’altra, probabilmente con una ventina d’anni in meno di me e sicuramente una manciata di dignità in più.

Poiché l’isolamento è previsto almeno per altre due settimane, mi riservo la possibilità di mandare un sms al mio ex miglior amico con cui non parlo da otto mesi ma di cui sento la mancanza, di chiamare l’uomo sposato di cui sono stata l’amante per quasi un anno e del quale mi sono liberata a suon di lacrime e terapia, di compilare un profilo su OkCupid e accettare i bollini dal cassiere della Coop, che sostiene di essere svedese di padre arabo e madre pure.

Purtroppo essere consapevoli delle proprie fragilità non basta a tenere insieme i pezzi. So bene di aver tentato tutte queste strade per sfuggire alla solitudine e non rassegnarmi all’idea che non ho nessuno in testa e nel cuore (con cui per altro fare una bella videochiamata in ghingheri), ma ho anche la certezza che quei sentieri mi riportano sempre qui. Al mio bilocale, al mio cane morboso (da chi avrà mai preso?), alle mie occhiaie da intonacare ogni mattina, alle mie lacrime senza senso, alle videochiamate, alle conference call con le mie amiche, alla mia mamma che mi manda i baci dietro il vetro, alla mia voglia di amore e attenzioni, che qualche volta mi fa perdere completamente il lume della ragione, ma per la maggior parte del tempo mi fa essere la pazza dolce e romantica che porta fuori il cane con addosso un vestito da sera.

Candy Candy dell’amore

E così anche quest’anno San Valentino lo festeggiamo l’anno prossimo.

In realtà pensavo sarebbe stata una tortura fatta di cuoricini trafitti (di altri) e dichiarazioni melense (ad altri), invece – nonostante io non mi innamori dagli anni Settanta – la festa degli innamorati non mi ha resa malinconica e triste, almeno non più del solito.

Ho festeggiato il 14 febbraio con un compagno per dodici anni: eravamo il genere di coppia illuminata/punk/hipster/cazzomene per la quale si tratta soltanto di una ricorrenza commerciale per arricchire ristoratori e negozianti, e poi a me fanculo piacciono solo gli anelli che dico io con le pietre da intellettuale di sinistra new age, e lui manco lo mangiava il cioccolato, e a cena fuori ci andavamo quando ci pareva. Però ecco, quando il mio ex tornava a casa con un mazzo di fiori e un tubo di baci Perugina mi scappava sempre un sorrisone compiaciuto.

Da allora mi sono chiesta più volte cosa sia l’amore. Ho frantumato i coglioni alle mie amiche, sviscerato il tema con gli amici, ho persino creato questo blog per condividere pubblicamente l’annosa questione e tutte le correlate riflessioni che hanno occupato il mio tempo negli ultimi anni (“Ecco perché non hai un fidanzato, stai sempre lì a rimuginare” ha commentato mia madre). Non ho trascorso le giornate soltanto a fare introspezione, mammina, purtroppo le ho passate a fare un sacco di stronzate e POI a riflettere sui miei errori.

I miei follower più assidui (cioè sempre mia madre e qualche amica irriducibile che evidentemente non ha un cazzo di meglio da fare) sanno già che in un quinquennio sono riuscita ad attraversare quasi tutte le brutture sentimentali che chiunque altro vive finché la sua età anagrafica ha il 2 davanti. Io in quegli anni ero fidanzata e convivevo e lavoravo serissimamente ed ero felicemente adulta. Poi a 35 anni sono tornata in pista – per forza e per amore – Candy Candy delle relazioni sentimentali. Ho dovuto passare in rassegna tutti gli orribili casi umani dai quali le amiche (quelle con esperienza nei vent’anni) mi avevano messa in guardia con scarsi risultati: c’è quello che ti corteggia come fossi la principessa Sissi ma fuori dal letto nessuna pietà, l’uomo dotato di compagna e figli che non può vivere senza di te ma evidentemente neanche con, quello pigro e svogliato, quello che non vuole una relazione, il morto di figa che ci prova con tutte, quello che ne vuole lui ma a te non frega una cippa, tantissimi amanti della pesca sportiva (uomini fidanzati o sposati che ci provano solo per confermare a se stessi che possono ancora farcela, salvo poi ributtare il pesce in mare una volta pescato il numero di telefono), svariati ragazzini in cerca della donna matura, e poi alcolizzati, drogati, rimbabiti dagli psicofarmaci, Peter Pan, mammoni, fascisti e spero di potermi un giorno fermare qui.

Così, mamma cara, tu che ami Achille Lauro anche se “è tutto scritto in faccia”, dovresti sapere che dopo essere sopravvissuta alla valanga di escrementi che mi ha travolta nella mia singlitudine, mi sono fermata a riva a pensarci un po’ su. Followers gonna unfollow, ma purtroppo non sono arrivata ad una conclusione illuminante; non ho scoperto la ricetta dell’amore reciproco, non ho ancora capito se esista la mia metà della mela e soprattutto dove cazzo si nasconda. Piuttosto ho chiarito a me stessa cosa non desidero: non voglio uscire più con nessuna delle categorie di cui sopra, né aggiungere nuove voci al listone degli orrori. Preferisco starmente in riva al fiume con uno spritz in mano a guardare la merda scorrere, trasportando i cadaveri di quelle più ingenue di me.

Buon San Valentino a chi ha trovato qualcuno abbastanza coraggioso da uscire dalla melma ed aggrapparsi a qualche ramo. Buon San Valentino a chi ha qualcuno che gli porta un tubo di baci Perugina, ma anche a chi ha un cane che gli porta le ciabatte, una mamma che ama Achille Lauro, amiche come le mie che quando sono triste mi regalano biglietti aerei per raggiungerle, ingressi a concerti che amo, supporto e comprensione. Tutti i giorni dell’anno, compreso il 14 febbraio.

Cazzomene

Il Cosmo ed io abbiamo sempre avuto una maniera bizzarra di dialogare. A volte mi sveglio la mattina e pongo una domanda precisa, e lui mi risponde facendomi trovare per terra un oggetto-segno che ridicolizza mostruosamente la mia richiesta. Chessò: una volta mentre limonavo ubriaca con il mio migliore amico contro lo sportello dell’auto, chiedendomi con l’ultimo barlume di razionalità se fosse la cosa giusta da fare, ho intravisto per terra una carta da gioco con su scritto “Per un punto Martin perse la cappa”. Ovviamente – cazzomene – non ho dato peso alla cosa e ho continuato a limonare, e così per una sola notte di follia ho perso per sempre il mio migliore amico.
L’anno scorso, invece, quando ho cominciato ad ossessionarmi con il desiderio di una casetta in montagna, durante un lungo trekking nel bosco ho trovato tra le foglie una casetta del Monopoli, a ricordarmi che devo stare bene attenta a formulare le mie richieste perché persino il Cosmo si diverte a prendermi per il culo.

Ultimamente, non avendo nessuna annosa questione da risolvere, nessun dramma da dipanare, ma soprattutto nessun caso umano da interpretare a suon di screenshot alle mie amiche (quando va bene e non li invio al caso umano medesimo per errore), ho avuto tempo per riflettere sul tema desideri. Ho letto una roba su Instagram (sì, lo so, è da Millennials, ma cerco di adattarmi) sul fatto che la maggior parte delle persone crede di volere intensamente qualcosa, ma finisce sempre per concentrarsi sulla sua assenza. In pratica, se siamo convinti di desiderare ardentemente di dimagrire, ma ci limitiamo a lamentarci ogni giorno di quanto siamo grassi e fuori forma, le nostre energie cosmiche – per i fricchettoni in ascolto – e pratiche – per i pragmatici in ascolto – rimarranno sempre e comunque concentrate sulla nostra vecchia immagine e non ci aiuteranno mai a raggiungere l’obiettivo. Adattando questa illuminante Instagram Story alla vita reale (madre perdoname por mi vida loca), ho provato a chiedermi se non sia vero che ho incastrato tutta la mia forza di volontà in un limbo di lamentele e insoddisfazioni, senza mettere il focus sull’obiettivo finale, forse perché – rullo di tamburi – al pensiero di realizzare i miei desideri mi cago nelle mutandine leopardate di Tezenis.
Mi sono concentrata per esprimere un desiderio abbastanza chiaro da non permettere al Cosmo di trasformarlo in un fallimento epico e ho scoperto che non è affatto facile. Io non lo so cosa desidero. O almeno non lo so con precisione. Penso che vorrei innamorarmi, ma poi ho il terrore che il Cosmo mi spedisca l’ennesimo caso umano che mi fa perdere la testa ma non mi corrisponde / è sposato / è alcolizzato / è testa di minchia, dimostrandomi che il mio desiderio puà dirsi realizzato ma che no, non basta. Allora penso che vorrei grandi soddisfazioni lavorative, ma so che mi arriverebbe una nuova illusione di carriera fatta di stress, responsabilità, notti insonni, pianti disperati e rimpianti per la pacata serenità che ho faticosamente conquistato.
Gli haters diranno No pain / No gain. E avranno pure ragione. Però io sono stanca di dover imparare una lezione da ogni cosa e per una volta vorrei una ventina di crediti gratuiti.
Per me la montagna è un po’ la metafora di tutto: vuoi goderti il panorama, raggiungere la cima, ritornare a casa. Sai esattamente quello che desideri, ti procuri tutti gli strumenti necessari per arrivare alla meta (scarponi, mappa, borraccia), e la fatica non ti spaventa affatto, anzi, sei ben cosciente che più impegnativa è la scalata e più intensa sarà la visione una volta a destinazione. Nella vita non so bene dove andare. Ho perso la cartina, il sentiero è tortuoso, il bosco è fitto e mi spaventa. Continuo ad innestare quelli che credo siano i miei desideri su situazioni e persone sbagliate, e – forse – quando ho davanti le situazioni e le persone giuste mando tutto all’aria per essere sicura di non arrivare in cima.

La settimana scorsa ho ospitato un amico carissimo che non vedevo da mesi. È bello, intelligente, fa ridere, ascoltiamo la stessa musica, soprattutto è la persona più buona e gentile che io conosca, che per me è la caratteristica madre di tutto ciò che posso amare in un uomo. Mi sono trovata a (non riuscire a) dormire nel letto accanto a lui, ad ascoltare il suo respiro (alternato a quello del mio cane che russava come un trattore) e chiedermi perché non posso innamorarmi di un uomo così perfetto per me, invece di inseguire gli scappati di casa con cui solitamente riempio le pagine di questo blog. Perché non riesco a desiderare la persona che è accanto a me nel lettone, ma preferisco intrattenere relazioni a distanza con gente che sta a a mille chilometri da casa mia. Perché non provo a relazionarmi con qualcuno che vuole bene a tutte le mie paranoie e che mi scrive per sapere se sono guarita dalla tosse, invece di farmi costantemente redarguire da qualche stronzo che non sopporta il mio modo di vivere.
È più forte il desiderio di essere felice o quello di dimostrare a me stessa che non merito la felicità? È più forte la voglia di realizzarmi professionalmente o quella di confermare a me stessa che non sono brava in niente? È più importante avere vicino qualcuno a cui voglio bene e che mi ricambia o dirmi ancora una volta che non sono abbastanza perché qualcuno ami proprio me?

Vorrei poter risolvere tutti i miei drammi interiori con la filosofia del cazzomene (e spesso comunque lo faccio), ma ci sono momenti in cui non posso fare a meno di fermarmi a riflettere sul fatto che è difficile imboccare il sentiero giusto quando non hai ben chiaro dove vuoi andare. Certo, può essere piacevole anche vagare senza meta per boschi e godersi la passeggiata, ma il rischio di perdersi è parecchio alto, e la foresta è popolata di animali fascinosi ma non necessariamente amichevoli, e gli amici non sono sempre liberi per venire a cercarti e riportarti a casa.
Se dovessi scegliere un desiderio in questo istante, vorrei essere pronta ad accogliere la felicità, in qualsiasi forma essa arrivi. Magari con un aspetto diverso da quello che io ho sempre immaginato, forse in una veste inaspettata e sorprendente, ma vorrei essere in grado di capire che si tratta comunque della mia felicità e addormentarmi tra le sue braccia.

Let It Be

Se gli ultimi anni della mia vita fossero trascritti nella sceneggiatura di un film, il regista sarebbe Lars Von Trier. E ne ricaverebbe un’opera delle sue, in cui un’accozzaglia più o meno casuale di sfighe e nonsense farebbe impazzire la protagonista-casoumano (io), e tutti gli spettatori che uscirebbero dal cinema con la schiena da bidone dell’umido per la tensione.

Avevo una vita piena, io. Fino a cinque anni fa. Poi si è rotto l’incantesimo, Saturno è entrato in qualche trigono di merda, il Signore si è ricordato che una volta a 6 anni ho spinto mio cugino, il karma ha cominciato a farmi pagare la vita precedente (in cui evidentemente dovevo essere Hitler), invidie e gelosie del passato si sono unite in un turbine di sfortuna che ha travolto la mia esistenza fatta di fiori e farfalline.

Avevo una vita piena. Un fidanzato buono e amorevole, con cui convivevo dall’età di 23 anni, un lavoro figo per il quale avevo studiato e fatto sacrifici per vent’anni, avevo amici, soldi, viaggiavo, andavo ai concerti, compravo cose, mi divertivo. Ero felice, o almeno così mi sembra di ricordare, perché nella mia storia – come nei film degli scandinavi – è tutto talmente sfuocato che non percepisco più il confine tra sogno e realtà.


Era quasi l’alba al bancone del vecchio Link, quando Max mi disse che Let It Be dei Beatles era proprio la sua canzone. «Devi lasciare che le cose facciano il loro corso, Fede: lascia che sia». Avevo 21 anni, e al tempo quelle sue parole mi sembrarono il delirio alcolico del mio amico strambo con le occhiaie. Perché io avevo tutto e nessunissima intenzione di mollare niente. Anni dopo, quando Max morì per una stupida polmonite, capii che quelle sue parole profetiche avrebbero segnato la mia vita, e al suo funerale, con in mano un vecchio walkman e le casse del pc bagnate di lacrime da cui uscivano le note di Let It Be, diedi inizio ad una lunga serie di addii.

Avevo una vita piena, poi ho dovuto lasciare andare. Avevo una carriera avviata che si è interrotta bruscamente in lacrime (mie) e sangue (sempre mio), avevo un’idea di famiglia perfetta che ho dovuto abbandonare quando ho scoperto che mio padre non era il supereroe che credevo, ma una persona come tutte le altre, con difetti e brutture e persino debolezze. Avevo una storia d’amore straordinaria, che ad un certo punto non sembrava più tanto straordinaria, e così è finita. Avevo un’amica che mi tirava fuori di casa quando ero triste per portarmi a passeggiare, poi una notte si è tolta la vita e ora sono triste anche quando esco per passeggiare.


Ho capito, Max. Let it be. Ci provo, ma non è che sia così facile affrontare una crisi di mezza età, quando l’età anagrafica è quella giusta ma il cuore è ancora un adolescente che vuole tenersi stretti tutti gli amici scomparsi, tutti i fidanzati lasciati, tutti i sorrisi lontani e tutte le soddisfazioni irripetibili. Avevo una vita piena che non voglio dimenticare, così mi trovo qui, in un limbo di attesa e insoddisfazione, dove mi aggrappo capricciosa al passato mentre il futuro mi allunga le braccia.

Negli ultimi cinque anni la mia esistenza è andata in frantumi, le mie certezze si sono scardinate, tutto quello che conoscevo è stato travolto e spazzato via da un’ondata nera di dolore che ha sradicato ogni speranza. Non sapevo bene cosa fare, così ho preso tempo, raccolto le macerie, costruito una zattera per non affondare: sono sopravvissuta. Ora sono pronta per scendere a terra e provare a ricostruire.