Cazzomene

Il Cosmo ed io abbiamo sempre avuto una maniera bizzarra di dialogare. A volte mi sveglio la mattina e pongo una domanda precisa, e lui mi risponde facendomi trovare per terra un oggetto-segno che ridicolizza mostruosamente la mia richiesta. Chessò: una volta mentre limonavo ubriaca con il mio migliore amico contro lo sportello dell’auto, chiedendomi con l’ultimo barlume di razionalità se fosse la cosa giusta da fare, ho intravisto per terra una carta da gioco con su scritto “Per un punto Martin perse la cappa”. Ovviamente – cazzomene – non ho dato peso alla cosa e ho continuato a limonare, e così per una sola notte di follia ho perso per sempre il mio migliore amico.
L’anno scorso, invece, quando ho cominciato ad ossessionarmi con il desiderio di una casetta in montagna, durante un lungo trekking nel bosco ho trovato tra le foglie una casetta del Monopoli, a ricordarmi che devo stare bene attenta a formulare le mie richieste perché persino il Cosmo si diverte a prendermi per il culo.

Ultimamente, non avendo nessuna annosa questione da risolvere, nessun dramma da dipanare, ma soprattutto nessun caso umano da interpretare a suon di screenshot alle mie amiche (quando va bene e non li invio al caso umano medesimo per errore), ho avuto tempo per riflettere sul tema desideri. Ho letto una roba su Instagram (sì, lo so, è da Millennials, ma cerco di adattarmi) sul fatto che la maggior parte delle persone crede di volere intensamente qualcosa, ma finisce sempre per concentrarsi sulla sua assenza. In pratica, se siamo convinti di desiderare ardentemente di dimagrire, ma ci limitiamo a lamentarci ogni giorno di quanto siamo grassi e fuori forma, le nostre energie cosmiche – per i fricchettoni in ascolto – e pratiche – per i pragmatici in ascolto – rimarranno sempre e comunque concentrate sulla nostra vecchia immagine e non ci aiuteranno mai a raggiungere l’obiettivo. Adattando questa illuminante Instagram Story alla vita reale (madre perdoname por mi vida loca), ho provato a chiedermi se non sia vero che ho incastrato tutta la mia forza di volontà in un limbo di lamentele e insoddisfazioni, senza mettere il focus sull’obiettivo finale, forse perché – rullo di tamburi – al pensiero di realizzare i miei desideri mi cago nelle mutandine leopardate di Tezenis.
Mi sono concentrata per esprimere un desiderio abbastanza chiaro da non permettere al Cosmo di trasformarlo in un fallimento epico e ho scoperto che non è affatto facile. Io non lo so cosa desidero. O almeno non lo so con precisione. Penso che vorrei innamorarmi, ma poi ho il terrore che il Cosmo mi spedisca l’ennesimo caso umano che mi fa perdere la testa ma non mi corrisponde / è sposato / è alcolizzato / è testa di minchia, dimostrandomi che il mio desiderio puà dirsi realizzato ma che no, non basta. Allora penso che vorrei grandi soddisfazioni lavorative, ma so che mi arriverebbe una nuova illusione di carriera fatta di stress, responsabilità, notti insonni, pianti disperati e rimpianti per la pacata serenità che ho faticosamente conquistato.
Gli haters diranno No pain / No gain. E avranno pure ragione. Però io sono stanca di dover imparare una lezione da ogni cosa e per una volta vorrei una ventina di crediti gratuiti.
Per me la montagna è un po’ la metafora di tutto: vuoi goderti il panorama, raggiungere la cima, ritornare a casa. Sai esattamente quello che desideri, ti procuri tutti gli strumenti necessari per arrivare alla meta (scarponi, mappa, borraccia), e la fatica non ti spaventa affatto, anzi, sei ben cosciente che più impegnativa è la scalata e più intensa sarà la visione una volta a destinazione. Nella vita non so bene dove andare. Ho perso la cartina, il sentiero è tortuoso, il bosco è fitto e mi spaventa. Continuo ad innestare quelli che credo siano i miei desideri su situazioni e persone sbagliate, e – forse – quando ho davanti le situazioni e le persone giuste mando tutto all’aria per essere sicura di non arrivare in cima.

La settimana scorsa ho ospitato un amico carissimo che non vedevo da mesi. È bello, intelligente, fa ridere, ascoltiamo la stessa musica, soprattutto è la persona più buona e gentile che io conosca, che per me è la caratteristica madre di tutto ciò che posso amare in un uomo. Mi sono trovata a (non riuscire a) dormire nel letto accanto a lui, ad ascoltare il suo respiro (alternato a quello del mio cane che russava come un trattore) e chiedermi perché non posso innamorarmi di un uomo così perfetto per me, invece di inseguire gli scappati di casa con cui solitamente riempio le pagine di questo blog. Perché non riesco a desiderare la persona che è accanto a me nel lettone, ma preferisco intrattenere relazioni a distanza con gente che sta a a mille chilometri da casa mia. Perché non provo a relazionarmi con qualcuno che vuole bene a tutte le mie paranoie e che mi scrive per sapere se sono guarita dalla tosse, invece di farmi costantemente redarguire da qualche stronzo che non sopporta il mio modo di vivere.
È più forte il desiderio di essere felice o quello di dimostrare a me stessa che non merito la felicità? È più forte la voglia di realizzarmi professionalmente o quella di confermare a me stessa che non sono brava in niente? È più importante avere vicino qualcuno a cui voglio bene e che mi ricambia o dirmi ancora una volta che non sono abbastanza perché qualcuno ami proprio me?

Vorrei poter risolvere tutti i miei drammi interiori con la filosofia del cazzomene (e spesso comunque lo faccio), ma ci sono momenti in cui non posso fare a meno di fermarmi a riflettere sul fatto che è difficile imboccare il sentiero giusto quando non hai ben chiaro dove vuoi andare. Certo, può essere piacevole anche vagare senza meta per boschi e godersi la passeggiata, ma il rischio di perdersi è parecchio alto, e la foresta è popolata di animali fascinosi ma non necessariamente amichevoli, e gli amici non sono sempre liberi per venire a cercarti e riportarti a casa.
Se dovessi scegliere un desiderio in questo istante, vorrei essere pronta ad accogliere la felicità, in qualsiasi forma essa arrivi. Magari con un aspetto diverso da quello che io ho sempre immaginato, forse in una veste inaspettata e sorprendente, ma vorrei essere in grado di capire che si tratta comunque della mia felicità e addormentarmi tra le sue braccia.

Let It Be

Se gli ultimi anni della mia vita fossero trascritti nella sceneggiatura di un film, il regista sarebbe Lars Von Trier. E ne ricaverebbe un’opera delle sue, in cui un’accozzaglia più o meno casuale di sfighe e nonsense farebbe impazzire la protagonista-casoumano (io), e tutti gli spettatori che uscirebbero dal cinema con la schiena da bidone dell’umido per la tensione.

Avevo una vita piena, io. Fino a cinque anni fa. Poi si è rotto l’incantesimo, Saturno è entrato in qualche trigono di merda, il Signore si è ricordato che una volta a 6 anni ho spinto mio cugino, il karma ha cominciato a farmi pagare la vita precedente (in cui evidentemente dovevo essere Hitler), invidie e gelosie del passato si sono unite in un turbine di sfortuna che ha travolto la mia esistenza fatta di fiori e farfalline.

Avevo una vita piena. Un fidanzato buono e amorevole, con cui convivevo dall’età di 23 anni, un lavoro figo per il quale avevo studiato e fatto sacrifici per vent’anni, avevo amici, soldi, viaggiavo, andavo ai concerti, compravo cose, mi divertivo. Ero felice, o almeno così mi sembra di ricordare, perché nella mia storia – come nei film degli scandinavi – è tutto talmente sfuocato che non percepisco più il confine tra sogno e realtà.


Era quasi l’alba al bancone del vecchio Link, quando Max mi disse che Let It Be dei Beatles era proprio la sua canzone. «Devi lasciare che le cose facciano il loro corso, Fede: lascia che sia». Avevo 21 anni, e al tempo quelle sue parole mi sembrarono il delirio alcolico del mio amico strambo con le occhiaie. Perché io avevo tutto e nessunissima intenzione di mollare niente. Anni dopo, quando Max morì per una stupida polmonite, capii che quelle sue parole profetiche avrebbero segnato la mia vita, e al suo funerale, con in mano un vecchio walkman e le casse del pc bagnate di lacrime da cui uscivano le note di Let It Be, diedi inizio ad una lunga serie di addii.

Avevo una vita piena, poi ho dovuto lasciare andare. Avevo una carriera avviata che si è interrotta bruscamente in lacrime (mie) e sangue (sempre mio), avevo un’idea di famiglia perfetta che ho dovuto abbandonare quando ho scoperto che mio padre non era il supereroe che credevo, ma una persona come tutte le altre, con difetti e brutture e persino debolezze. Avevo una storia d’amore straordinaria, che ad un certo punto non sembrava più tanto straordinaria, e così è finita. Avevo un’amica che mi tirava fuori di casa quando ero triste per portarmi a passeggiare, poi una notte si è tolta la vita e ora sono triste anche quando esco per passeggiare.


Ho capito, Max. Let it be. Ci provo, ma non è che sia così facile affrontare una crisi di mezza età, quando l’età anagrafica è quella giusta ma il cuore è ancora un adolescente che vuole tenersi stretti tutti gli amici scomparsi, tutti i fidanzati lasciati, tutti i sorrisi lontani e tutte le soddisfazioni irripetibili. Avevo una vita piena che non voglio dimenticare, così mi trovo qui, in un limbo di attesa e insoddisfazione, dove mi aggrappo capricciosa al passato mentre il futuro mi allunga le braccia.

Negli ultimi cinque anni la mia esistenza è andata in frantumi, le mie certezze si sono scardinate, tutto quello che conoscevo è stato travolto e spazzato via da un’ondata nera di dolore che ha sradicato ogni speranza. Non sapevo bene cosa fare, così ho preso tempo, raccolto le macerie, costruito una zattera per non affondare: sono sopravvissuta. Ora sono pronta per scendere a terra e provare a ricostruire.

Gorilla silverback

Mia sorella sostiene che gli uomini sopra i quarant’anni sono come i cessi pubblici: quelli decenti sono già impegnati e quelli liberi sono pieni di merda. Mai sentenza fu più veritiera; per ambo i sessi, sia chiaro, ma noi siamo qui per infamare gli esemplari di sesso maschile. I nati negli anni Settanta – così mi piace chiamarli per aggiungere un alone di mistero ed esotico fascino ai bagni turchi dell’autogrill – sono quasi tutti composti per il 98% da paranoie e per il restante 2% da insicurezze infantili che una madre troppo presente ha instillato nei loro piccoli cuoricini di scimmia. Non corteggiano, non ci provano, non capiscono, non sorridono, non ti guardano neppure se indossi un abito così scollato che mentre li raggiungevi ti hanno fermata tre auto per chiederti quanto vuoi. Annichiliti dalla solitudine e dalle abitudini cavernicole che la vita da single ha insegnato loro ad apprezzare, i quarantenni di oggi vivono in un perenne stato confusionale auto-indotto da estenuanti sedute di Playstation, maratone di serie televisive, ore ed ore di fantacampionati di fantacalcio, uscite con amici buzzurri che millantano di aver trombato uno stadio di donnine, ma nell’ora della verità non sono nemmeno capaci di slacciare un reggiseno. Fantafenomeni, insomma.


Nella mia recente vita da single ho incontrato il monatanaro solitario che ti intasa la scheda sim con ottomila foto di funghi di ogni forgia e colore, ma guai a te se gli chiedi di uscire perché è sempre talmente impegnato che nemmeno il sarto di Elton John a cucire lustrini, poi il metallaro nostalgico, il depresso cronico, il manager motociclista che “A che ora stacchi? Ah no, mezzanotte è già troppo tardi”. Tutti accomunati dal fatto di essere uomini bellissimi, sulla quarantina, single dagli anni Ottanta e assolutamente incapaci di relazionarsi con una donna quanto basta da far sì che sia lei stessa a slacciarsi sto benedetto reggiseno. E no, il sesso non è più il motore del mondo, a quanto pare. Il suo posto devono averlo preso la libertà di non lavarsi, di ruttare a piacimento, di grattarsi le palle h24 e infilarsi sotto le coperte rigorosamente entro le 23,45. Non c’è tecnica di seduzione che possa convincerli, non c’è gattamortismo che li smuova dalla tana, non c’è biancheria abbastanza sexy da attrarli al concerto dei 400 colpi. Niente da fare.
Il mio collega (47enne ed impegnato) Andrea sostiene che gli uomini sopra i quarant’anni sono come i gorilla silverback: seduti mastodontici, a spulciarsi la pancia e pensare “E se poi non sono più capace di relazionarmi con una donna? E se poi vuole una relazione? E se poi a letto non sono più performante come un tempo? E se poi vuole fare progetti?”. Alle mie recriminazioni sul fatto che neanche una sana trombata è in grado di smuoverli, Andrea ha risposto ridendo: “Fede, ma hai mai provato a lanciare una banana ad un gorilla silverback? La banana lo colpisce in testa, gli cade davanti e lui la guarda continuando a rimuginare”. Un’immagine che vale più di cento cessi pubblici.


Io, che quando spiegavano lo spirito di crocerossina dovevo essere in bagno a fumare, mi stanco di lanciare banane ai buzzurri dopo una settimana in cui li ho riempiti di bernoccoli. Perché, cari gorilloni, tra le tante pretese che avanzo, vorrei addirittura sentirmi desiderata, e non rincorrere fungaioli, accalappiare motociclisti, o andare a lezione di gattamortismi da mia sorella per poi sentirmi dire che dovrei mettere una spilletta al vestito perché si intravede la biancheria.

+1

A rovinare la mia vita adulta è l’aver praticato sempre sport di squadra. Quello e l’essere stata un’adolescente negli anni Novanta, quando anche un cesso come Baby, in vacanza con gli insopportabili genitori in uno squallido resort vicino ad un fiume, finiva per ballare la samba sugli addominali di Patrick Swayze.
Gli sport di squadra mi hanno inculcato quell’idea malsana che la vittoria va conquistata insieme e perciò condivisa, che senza un progetto comune non c’è risultato, che anche nei momenti tristi, nelle sconfitte, nei colpi di sfortuna o negli infortuni, l’abbraccio delle compagne di squadra è morbido e avvolgente come il piumone in inverno.
Sono una da condivisione, io. Persino con le sigarette ero una fumatrice “sociale”: ne accendevo una solo se mi trovavo in compagnia. Ho sempre abitato con qualcuno (in certi picchi di povertà e fricchettonismo anche con altri quattordici studenti in una bettola di Amsterdam), viaggiato con le amiche, convissuto col fidanzato, mangiato in un angolo della lunga tavola da osteria dove mia nonna mi faceva tenere i comizi famigliari già dall’età di 2 anni. In fondo, poi, anche Dirty Dancing finiva con un ballo corale, perché nessuno può mettere (quel cesso di) Baby in un angolo.
Negli ultimi anni ho condiviso sempre meno. Ho dovuto imparare a godermi una cena da sola, a cucinare esclusivamente per me e scoprire che non esistono le fottute monoporzioni di praticamente nulla di commestibile. Ho faticato per godermi una vacanza in solitudine, ho guidato per ore con il mio cane sul sedile posteriore, ho pianto e riso, in un paio di occasioni sono andata al cinema all’aperto sprovvista di +1, e una volta ho partecipato ad un matrimonio senza accompagnatore (finendo poi in branda col fotografo, ma questa è un’altra storia).

Sono single da cinque anni. Da cinque anni non mi sveglio con qualcuno accanto (o perlomeno con qualcuno che non vorrei spingere fuori casa con lo spazzone appena apre gli occhi); cinque anni che quando torno a casa la sera ad aspettarmi c’è il mio Muttley, generalmente con una ciabatta in bocca, che sistematicamente mi sbatte in faccia sfregiandomi a vita. Cinque anni in cui mi sono abituata alle lampadine fulminate che non cambierò, all’erba del giardino bruciacchiata, al frigo vuoto, all’essere clemente con me stessa e con le piccole imperfezioni della mia casa, della mia vita, del mio corpo.
L’estate scorsa, per una serie di congiunzioni astrali e casi del destino, ho deciso coscientemente di prenotare le vacanze con la mia amica Ares. Ci conosciamo dai tempi del liceo, abbiamo girato insieme l’Europa zaino in spalla nelle estati che dai 17 ci hanno portato ai 22, in quegli anni fondamentali che vengono prima dei fidanzati “seri”, delle convivenze, del lavoro che porta via tempo ed energie ed esaurisce quell’ultima scorta di leggerezza adolescenziale. E sebbene non ci siamo mai realmente “perse”, ci siamo comunque “ritrovate” a quarant’anni, single, solitarie, un po’ ciniche e parecchio disilluse, decisamente meno leggere di quando dormivamo per terra nei corridoi di un treno verso Lisbona.
È stato bellissimo. È stato rilassante consultarsi un’amica prima di ogni decisione, confortante sapere che qualcun altro ama il mio cane quanto me, ed è disposto a mangiare insalata quasi tutti i giorni, è stato splendido condividere lunghe camminate e splendidi paesaggi con una persona che vede la meraviglia proprio là dove la vedo io. Mi ha tranquillizzata avere Ares accanto quando si è scaricata la batteria dell’auto in cima ad una strada tortuosa di montagna, ed è stato pieno di gioia il nostro abbraccio quando il vecchio carrozzaio è riuscito a rimettercela in moto; è stato bello anche sapere che entrambe avremmo preso a sprangate il fricchettone che si è fermato per imporre le mani sul cofano e riavviare la macchina con la sua energia psichica.

Negli ultimi anni mi ero talmente sforzata di imparare ad amare la mia solitudine, da dimenticare quanto mi piacesse condividere la vita con gli altri. Sono tornata dalle vacanze riposata, rilassata, piena di energia ma anche consapevole che posso ancora svegliarmi la mattina con qualcuno che mi fa piacere vedere quando apre gli occhi, e che al mondo esistono persone buone e speciali come la mia amica Ares, disposte a voler bene a me con tutte le mie piccole imperfezioni e al mio cane feticista fissato con le ciabatte.

Livin’ la vida rotta

Nanni Moretti mi capisce. Non è per fare l’intellettuale di sinistra che frequenta i centri sociali, non si depila le ascelle e legge I fratelli Karamazov al fiume con una pietra aguzza nella schiena perché Marina di Ravenna è il tempio del capitalismo; il fatto è che Nanni ed io ragioniamo proprio nello stesso modo. Ricordo una volta – agli albori della mia “carriera” giornalistica – in cui durante un’intervista rimasi bloccata dall’imbarazzo su bellaNanni-dottormoretti-signorregista, e così esordì con un altisonante, esageratissimo MAESTRO. E fu così, per puro caso e per goffaggine, che io feci ridere Nanni Moretti. 

Più che il mio Maestro lui è me. Un po’ più brillante di me, ok, ma è me quando vado in motorino e guardo tutte le finestrine e terrazzine e vasini e colonnine, è me quando mi alzo di notte e vorrei sprofondare i pensieri in un vaso di nutella da 50 chili, è tantissimo me quando ho voglia di litigare con qualcuno, peccato che io non abbia il set dell’amico su cui sfogare le frustrazioni. Ma c’è una scena che io amo particolarmente, in uno dei film più intensi del Maestro, La stanza del figlio, ed è quella in cui la tazzina è sbeccata, il vaso è è incrinato, tutto è rigato, e «la mia teiera preferita l’abbiamo rotta poi incollata bene e non si vede, ma invece anche questa è rotta».

Ci sono fasi della mia vita in cui tutto intorno a me è insopportabilmente imperfetto. E mi pesa. Mi sveglio la mattina nella mia camera da letto infantile, saluto il mio cane che abbaia quando suona il campanello, mi siedo nel salotto incasinato, guardo fuori dalla finestra l’erba alta del giardino, apro il frigo semi-vuoto, metto in tasca il telefono crepato, salgo sullo scooter scassato, e via verso la mia vita da 22enne a 40 anni, l’arrivare sempre a fine mese senza soldi, il non saper cucinare, non avere un obiettivo, una casa di proprietà, nessun oggetto intestato, non avere una famiglia, un compagno fisso, una vita lineare che mi abbia portata da qualche parte.

Quando attraverso queste fasi, succedono sempre tante piccole sfighe che mi fanno sentire ancora più fuori posto. Chessò, mi si rompe la lavatrice, mi arriva una multa da Brindisi dove non sono mai stata, pago due volte una bolletta del gas da 300 euro: piccoli, inutili ostacoli del tutto risolvibili, ma che stanno lì come cartelli sulla strada a ricordare a tutti la mia inadeguatezza verso il mondo degli adulti. Sono convinta che si tratti di questo: della paura di abbandonare un’adolescenza spensierata (e chi cavolo l’ha mai vissuta che avevo l’acne ed ero grassa e sono uscita di casa a 18 anni?) in favore di un’esistenza fatta di responsabilità e incastri e compromessi, senza mai poter contare sull’aiuto di nessuno. 

Quando attraverso la fase di inadeguatezza totale chiamo la Fra, che purtroppo per me (e per l’Italia) sta a Parigi, e che è la persona più autonoma ed adulta che io conosca, nonché una delle più sensibili ed intelligenti. Lei, col suo adorabile accento romagnolo, mi ricorda che siamo una generazione di sfigati perché siamo affogati nel precariato, abbiamo attraversato a nuoto la crisi economica, sguazzato nel consumismo, e ci siamo trovati su una zattera fatta di magliette di H&M di ogni colore e di tre lavori insoddisfacenti che ci possano traghettare fino alla fine del mese. «Il percorso lineare non ce l’ha nessuno di noi – mi rassicura la mia amica – ma la vita sgarruppata in cui ti sembra di trovarti ora è stata il frutto di scelte e decisioni, che ti hanno portata a privilegiare le tue ambizioni piuttosto che il confort di cui ora, a tratti, avresti voglia». 

Ah già, ho scelto io. Ho dipinto io la mia stanza da letto color “verde Polinesia” e ho comprato io il copriletto con i fenicotteri rosa. Ho sempre il salotto incasinato perché non trovo mai il tempo di riordinare i miei 8mila libri, e lo scooter sgarruppato lo amo perché mi porta dappertutto. Andando più a fondo della teiera sbeccata, io ho scelto di non avere figli, ho avuto un compagno fisso per una decade e ora sfuggo ad ogni genere di relazione seria; io ho scelto di fare la cameriera tre giorni a settimana per dedicare il resto del tempo a scrivere e alla musica.

Ah già, ho scelto io. Non c’è altra vita che avrei potuto vivere, non c’è villa, salotto pulito, famiglia perfetta, armadio ordinato che avrebbe potuto rendermi più triste o felice di così, perché quello che mi ha portata qui, alla mia vita sgarruppata, è stata proprio la mia libertà, l’autonomia di sapersi scegliere un percorso. Che sarà anche crepato in vari punti, ma in fondo Nanni ed io l’abbiamo incollato bene e non si vede.  

Bipolarismo amoroso

Ognuno ha la sua icona, la mia è Barbra Streisand. Lei è la bruttina intelligente che tutte noi siamo state (o ci siamo sentite), è l’intellettuale che si lascia travolgere dal romanticismo senza mai perdere la dignità, è Baby che non si può mettere in un angolo, è Carrie Bradshaw prima di Sex and the City, è quella che ha fatto innamorare Robert Redford e Jeff Bridges, che sembra sempre fragile e da salvare, ma poi alla fine strisciano tutti ai piedi del suo nasone storto mai ritoccato con la chirurgia, perché chissenefotte di voi e dei vostri perfezionismi globalizzanti.

L’altra sera ero in vena di commedia romantica non troppo cretina e così mi sono guardata L’amore ha due facce, filmone di 25 anni fa, in cui la nostra eroina è non solo protagonista ma anche regista perché – dicevamo – non sarò sta gran figa ma so fare persino due cose insieme. La trama è incentrata sull’incontro tra un razionalissimo e noiosissimo (e fichissimo) professore di matematica interpretato da Jeffone Bridges in tutto il suo splendore, ed una simpaticissima, brillantissima, coltissima (e inchiavabile) prof di letteratura con il volto della adorata Streisand-I-am-a-woman-in-love-and-I’ll-do-anything. Lui, inasprito e deluso da relazioni incentrate soltanto sull’aspetto esteriore e sull’attrazione fisica, decide di escludere il sesso dall’equazione, convinto di poter costruire una relazione d’amore adulta e duratura evitando completamente il contatto fisico. Guarda caso per l’esperimento sceglie la Barbra, la quale – dicevamo – ha avuto anche l’autoironia di piazzarsi nel ruolo del bagaglio a mano Ryanair che devi pure pagare per imbarcarlo.

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Alla fine la commediola del 1996 non mi ha lasciata dormire (quella o la pizza con le melanzane fritte, non saprei), e ho trascorso la notte a domandarmi se l’amore non sia davvero una moneta con due facce destinata a ruotare eternamente su se stessa. Da un lato c’è l’ottimo compagno sempre presente, quello che te lo porti alle cene di famiglia, che ti accompagna ai compleanni delle amiche, quello che vedi seduto sull’apposito divanetto appena fuori dai camerini di Zara con 97 sacchetti intorno, quello che ad ogni Natale ti regala un gioiello, che se resti a piedi con la macchina ti viene a prendere, che ti porta al cinema a vedere Harry Potter, che ti abbraccia nelle foto, quello che il sesso è una seduta di yoga dinamico che pratichi unavolta/massimodue all’anno con lo stesso trasporto con cui riponi i sacchetti dell’umido nello specifico bidone, e quello che – con ogni probabilità – nei giorni in cui non sta seduto sul divanetto ad aspettare che tu esca col vestito a fiori, si tromba con passione la segretaria e anche tutto l’ufficio vendite.

Dall’altro lato della medaglia c’è la segretaria. O meglio, c’è il sesso quello che non riesci a fare a meno di toccare l’altra persona, c’è il gioco di sguardi, c’è il profumo che riconosci tra mille, ci sono le lettere, gli sms, le frasi sottilmente ambigue, i lascio intendere, i lascio intravedere, ci sono le corse per un abbraccio e i baci appassionati, ci sono i film che non sei mai riuscita a vedere perché si finisce sempre per pomiciare, ci sono le attese davanti al telefono, le tachicardie dietro alla porta, ci sono i vestiti che volano, le candele che bruciano, c’è la voglia costante di condividere il proprio tempo, il proprio sguardo, il proprio corpo con un’altra persona. La difficoltà della relazione e l’impossibilità di una vita condivisa contribuiscono in maniera esponenziale ad alimentare la passione folle, che altrimenti si spegnerebbe in un mare di noia e consuetudine.

Le due facce della moneta non si mostrano mai insieme, ma si alternano nella ruota di sfighe che chiamiamo vita. Personalmente, per una questione di vecchiaia/esperienza, le ho sperimentate entrambe. Sono stata accompagnata a cene di famiglia e compleanni, ho mostrato abiti a fiori uscendo da un camerino di Zara, sono stata recuperata nelle vie impervie dove lo scooter mi aveva abbandonata, ho ricevuto in regalo anelli, ho avuto la sicurezza di un uomo buono, paziente e comprensivo, con cui il sesso era un dovere semestrale giusto per ricordarci che non eravamo cugini. Poi sono stata la destinataria di lettere appassionate, la musa di canzoni d’amore, l’oggetto del desiderio di uomini bellissimi ed impegnati, con occhi solo per me e mani calde a stringermi in loro possesso. Illudersi di avere accanto il compagno perfetto con cui invecchiare o vivere di grandi passioni ed invecchiare da sola? Scegliere un matrimonio senza sesso oppure buttarsi tra le braccia di Jeff Bridges, fosse anche solo per una notte?

Io ancora non ho capito cosa sia per me l’amore. Ho capito che sicurezza e consuetudine alla lunga mi annoiano; eppure spesso (spessissimo) mi capita di lasciarmi andare ad una passione fine a se stessa, per poi cedere alla lusinga della dolcezza, della condivisione, delle coccole, della proposta di compagnia, che riesce quasi sempre a farmi dimenticare l’impossibilità di una relazione. In pratica sfuggo da un tipo di rapporto, che poi cerco costantemente di innestare su un altro, ottenendo solamente mostri a due teste che possano dirmi due volte che non imparo mai dai miei errori. Sono la moglie che si è rotta le scatole della sua vita sicura e vorrebbe essere la segretaria appassionata, oppure sono la segretaria appassionata che vorrebbe essere la moglie con la vita sicura. Non ce l’ho mai pari – è vero – ma del resto nemmeno Barbra alla fine si accontenta di un matrimonio senza sesso, sia pure con uno come Jeff Bridges.

(P.S.: Nessuna segretaria è stata maltrattata per la stesura di questo articolo)

Il punk bello

Quando avevo 11 anni mia sorella stava con un punk. Un punk vero, di quelli con la cresta blu, le braghe militari dentro agli anfibioni, le magliette strappate e tutti i crismi. Si chiamava (spero si chiami ancora) Nicola, e a dispetto della sua estetica ribelle e aggressiva era un ragazzino estremamente tenero. Aveva circa 18 anni, i capelli biondi rasati ai lati della cresta tenuta insieme dalla Fanta essiccata, e un paio di occhioni azzurri dietro agli occhiali da vista tondi: un Harry Potter adolescente travestito per Halloween.
Quando avevo 11 anni condividevo la stanza con mia sorella di 16, che stava con un punk. Le mie coetanee avevano alle pareti i poster dei New Kids On The Block, io avevo quello dei Led Zeppelin e il calendario dei Sex Pistols. Ogni mese una foto diversa, ma io me le ricordo tutte nel dettaglio: Johnny Rotten con un maglione a righe sghembe e maglia larga e quei capelli rossi spettinati, Sid Vicious con catena da cane e lucchetto al collo mentre scende una scalinata con la pistola in mano (cantando My Way, di Sinatra ma questo l’ho scoperto in seguito), oppure a cavallo di una moto sgangherata con le maniche della camicia alzate ed i buchi sulle braccia in bella vista («Lisa ma cosa sono quelle ferite?» – «Non rompere, sono le droghe» – segue trauma infantile grazie al quale probabilmente non ho mai assunto droghe pesanti in vita mia).

Al contrario di mia sorella all’epoca, Nicola mi voleva abbastanza bene, o almeno così mi ricordo. Mi considerava, mi parlava anche se io avevo 11 anni e lui guidava la macchina ed era un punk vero. Un giorno gli chiesi cosa fosse quella A cerchiata. «Essere anarchici vuol dire non sottostare alle regole di nessuno – mi disse serissimo -, non accettare compromessi, vivere al di fuori della legge, credere nell’indipendenza del proprio pensiero». A volte spari due cazzate per fare il figo con la sorellina della tua fidanzata e le cambi la vita per sempre.
Per me – che ero cresciuta tra L’isola del tesoro di Stevenson e Moby Dick di Melville, i punk erano i pirati della musica. Da undicenne me li immaginavo tutti insieme in una comune in cui ognuno poteva vivere come gli pareva, rispettando gli altri per innato senso di civlità e non perché lo dice lo Stato; fantasticavo su queste Holiday in Cambodia tutti amici come fricchettoni con le creste colorate; pensavo che i cani che abbaiano nell’intro di Been Caught Stealing fossero quelli del cantante dei Jane’s Addiction, una persona tanto carina coi capelli lunghi che viveva in campagna e allevava bastardini. Quando uno dice “fervida”, non ha presente dove può arrivare la mia fantasia.
Quell’immaginario oscuro e rivoluzionario ma altruista e creativo ha accompagnato tutta la mia esistenza. Non quella di mia sorella, che un paio di mesi dopo ha lasciato il buon Nicola e chiuso per sempre in un cassetto il punk, in favore di una fase depressiva acuta in cui ascoltava solo Pink Floyd, piangendo alla guida della nostra 126 gialla.

Negli anni successivi ho rivissuto quella “sensazione punk” nei posti più sporchi e sgangherati di Bologna: nelle notti al Bestial Market, nei giovedì al Candilejas, qualche volta anche nei sabato sera a Ca’ de Mandorli, dove arrivavamo in motorino in due, senza casco, senza soldi, senza benzina, ma soprattutto senza un solo pensiero triste in quella testa piena di speranze. Mi sono sentita punk nell’attraversare l’Europa in treno, con uno zaino pieno di magliette decolorate con la candeggina ed una scatola di musicassette registrate minuziosamente a mano; o quando, ancora minorenne, mi sono fatta accompagnare a fare il primo tatuaggio da una nonna di Berlino conosciuta grazie ad un lavoretto estivo in Germania. Ho vissuto quella sensazione ribelle dietro al bancone del bar del Covo, dove ho servito cocktail per quasi un decennio a gente che ancora oggi si dice innamorata di quel mio modo di fare scontroso e inavvicinabile, e dove ho conosciuto il mio grande amore, il “punk bello”, quello che indossava maglioni glitterati e jeans strappati e non invecchiava mai.
Mi sono sentita punk anche ieri, quando ho deciso di non accettare il compromesso di un lavoro che non mi dà soddisfazione, o il mese scorso, quando al termine di una lunga videochiamata con una cara amica ho comprato un biglietto aereo per andarla a trovare. Sono passati trent’anni da quando Nicola mi ha spiegato il suo concetto di anarchia, ma io a compromessi non sono mai scesa. E anche se ho scoperto che quel giovane Harry Potter usciva di casa ben vestito e pettinato per poi travestirsi da Johnny Rotten lontano dallo sguardo dei genitori, lo devo ringraziare per aver indirizzato la mia vita verso quella musica, quell’estetica, e quel modo di vivere fuori dagli schemi che mi permette ancora oggi di sentirmi libera e independente dal giudizio altrui.

(Ah, e ringrazio anche mia sorella per avermi tenuta lontana dalle droghe pesanti e dai pezzi più depressivi dei Pink Floyd).

Previously on Fedeland

Ormai non ho più vent’anni nemmeno io che li ho sempre avuti. Allo scoccare della mezzanotte la carrozza si è trasformata in Panda a metano e gli anni compiuti sono diventati 40. Vissuti pericolosamente non saprei, intensamente di sicuro.
Non ricordo bene (del resto sono vecchia) come mi aspettassi di essere a questa età quando ero una ragazzina. Probabilmente mi visualizzavo (vecchia) con una carriera avviata ed un matrimonio da favola, un marito con gli occhioni azzurri che mi sorridesse la mattina porgendomi il caffè. Diciamo che la carriera avviata si è interrotta qualche anno fa, così come la convivenza da favola. E il sorriso con caffè dagli occhioni azzurri per un periodo ce l’ho anche avuto, peccato fosse il marito di un’altra. Non tutto è andato come previsto, diciamolo pure. Ma sono convinta che non siano state sbagliate le scelte, piuttosto che fossero sbagliate le previsioni.

Compio 40 anni senza rimpianti. Cazzo che liberazione scriverlo. Compio 40 anni e me ne impippo degli sguardi impietositi e guidicanti sul fatto che non ho messo al mondo marmocchi urlanti, che un domani incolperanno me per le loro scelte sentimentali sbagliate. Compio 40 anni e sono consapevole delle scelte fatte. Il che mi permette di ignorare le critiche costanti e i giudizi non richiesti. Non ho mai desiderato figli nemmeno quando ero innamorata e fidanzata da una decade, non ho voluto sposarmi neanche quando me l’hanno chiesto in ginocchio con un anello in mano, non voglio mangiare carne perché preferisco che nessuno muoia per sfamarmi, non voglio fare carriera perché non reggo lo stress e la competitività, non voglio vivere a Milano perché divento triste. Forse non so bene cosa voglio, ma di certo so cosa non voglio. Non voglio una vita piatta e monotona, non sono fatta per questo. Sono una lunatica, capricciosa, istintiva rompicoglioni che ha sempre bisogno di botte di vita per non deprimersi o annoiarsi.

Mia madre dice che a me capita in una settimana quel che agli altri succede mediamente in una decina d’anni. La settimana scorsa, per esempio, mi sono trovata testimone di un triangolo amoroso imbarazzante, ho cominciato e concluso un’intensissima corrispondenza via messenger con un amico che vive dall’altra parte del mondo, ho rivisto un uomo che avevo conosciuto a Barcellona a settembre e che aspettavo di rivedere da allora, e il mio grande amore impossibile si è presentato a sorpresa nell’osteria in cui lavoro. Tutto questo in soli cinque giorni, al modico prezzo di un paio di notti insonni. Fortunatamente nella stessa settimana sono andata a Parigi per il weekend, e la prima sera ho conosciuto un ragazzo che si è appena trasferito ad Atene, dove – guarda caso – mi trovo ora per un viaggio-regalo di mia sorella. Se la mia vita sentimentale fosse una serie tv, il “previously” sarebbe più lungo della puntata stessa.
Sono una specie di catalizzatore naturale di disavventure: ho un talento innato per la complicazione di cose semplici, una propensione per le irregolarità, una passione sfrenata per gli imprevisti, i colpi di testa, le cazzate. Gli amici mi aspettano al bar di quartiere per la nuova stagione di Fedeland, dove ogni settimana combino qualche casino in qualche parte del mondo. E ridono come pazzi delle mie storie (vere).

Non credo sia un caso che le cose siano andate così. La vita uno se la costruisce come la desidera, e anche se qualche volta mi lascio confondere dal retaggio culturale di “quel che avrei dovuto essere”, sono abbastanza soddisfatta di quel che sono. E della mia storia, intensa e divertente, a tratti incredibile. Ho un sacco di avventure da raccontare, e la cosa più sconvolgente, è che sono tutte realmente accadute in questi 40 anni.

La donna cresciuta dai buzzurri

Gli uomini vengono da Marte, le donne non si sa da dove vengano ma hanno fantasie dettagliate su dove vogliono andare. Mia madre – delicatissima come sempre – mi chiama “la donna cresciuta dai buzzurri”, perché dai 17 anni in avanti ho frequentato una compagnia di soli uomini, a cui sporadicamente si aggiungevano le fidanzate di turno. In un ventennio di alcolismo e fantacalcio, ho capito che le differenze tra generi si originano tutte da una sola, misera ma terrificante, caratteristica femminile: la capacità di crearsi aspettative.

Il divario si crea perché gli uomini hanno una mente semplice ma efficace, il cui ragionamento si basa esclusivamente su fatti realmente accaduti. In pratica, se lei dice A, allora è A. Per una donna, se lui dice A probabilmente intendeva C, perché quella volta in cui è capitato B, lui aveva capito D ma gli sarebbe piaciuto G, però poi se succedesse F probabilmente preferirebbe H. Più che “dolcemente complicate”, siamo una rottura di coglioni. Gli uomini vivono il presente, un po’ come i cani. Le donne vivono il presente solo come trampolino di lancio per una serie di eventi futuri che sono in grado di immaginare nella più minuziosa delle sfumature.

Nel labirinto emotivo in cui tentiamo costantemente di mettere ordine alle cose che ci succedono – a parte il ciclo, il pre-ciclo, l’ovulazione, la pre-ovulazione, la post-ovulazione – c’è una variabile che accomuna tutte le donne: l’incapacità di mettere un freno alla fantasia. Un uomo ci offre la birra al pub e noi ci immaginiamo figli con i nostri occhioni e la sua abilità nell’aggrottare le sopracciglia, stalkeriamo uno su Facebook e per prima cosa scatta la ricerca della data di nascita per verificare l’affinità tra segni zodiacali, quel tizio ci ha sorriso e chissà come verrebbe bene nelle foto delle vacanze in Polinesia. Ovviamente più un uomo concede terreno, più la nostra immaginazione corre libera nelle praterie dei futuri possibili. Se ci messaggia tutti i giorni siamo ad un passo dall’altare, se ci manda una foto del suo cane possiamo spedire gli inviti al matrimonio, se ci presenta agli amici possiamo cominciare a scegliere il nome per il primogenito.

Fantasticare sull’onda dell’entusiasmo non sarebbe nemmeno così grave di per sé, se non fosse per le fottutissime aspettative. Le aspettative sono quella roba per cui nessuna situazione andrà mai e poi mai nel modo in cui te la sei immaginata. Andrà sempre e comunque peggio, per il semplice motivo che tu non l’avevi prevista in quel modo, quindi comunque non va bene. Si chiama mania del controllo, e – molto piacere – io ne sono la regina. Diciamo che all’innata capacità femminile di costruire futuri immaginari, contribuisce in maniera esponenziale la quantità di delusioni sentimentali subite: in pratica più sono disillusa e sfiduciata, più cercherò di calcolare minuziosamente ogni singolo avvenimento, in modo da arginare la sofferenza il più possibile.

Nel Fedemondo la vita procede per “bolle” temporali. Di solito si comincia dalla bolla positiva, dove tutto è felice, amore, bubicachiluli, fiorellini e sorrisoni. In questa fase un uomo potrebbe dire o fare più o meno qualsiasi cosa, tanto per me (cieca/sorda/inebetita) sarebbe comunque un segnale di affetto. Non vergognandomi più di nulla dagli anni Ottanta, sono disposta ad ammettere che in fase bolla positiva mi sono convinta che potesse funzionare con un fan sfegatato dei Pooh (“Perché insistere a cercare uno rock’n’roll come me / la felicità è nell’essere diversi”); ho fatto progetti con uno che sbranava fiorentine sanguinolente ogni volta che cenavamo al ristorante (“In fondo l’animalismo è una mia scelta personale / si impara dall’altro”); ho fantasticato sul futuro con un alcolizzato che spariva per tre giorni di fila e al risveglio ricordava a malapena chi fossi (“Non si vive mica col telefono in mano / alla fine torna sempre da me”).

La bolla positiva viene sempre interrotta bruscamente dall’epifania, ovvero quel ceffone sordo che ti arriva quando capisci che stai veramente pensando di passare il resto della tua vita con uno che intona sotto la doccia Dio delle città e delle immensità. La bolla si è bucata, l’incantesimo è rotto. Seguono delusione, disperazione, pianti a fontana. Poi si entra in una nuova fase.

La bolla negativa è quella in cui rileggo tutto l’accaduto in chiave (secondo me) obiettiva, ovvero dal punto di vista di Darth Vader: la vita è una merda, il genere umano è l’orrore, voglio farmi chiudere le tube, nessuno mi vuole bene, il mondo finisce domani, non ho alcuna ragione per protrarre questa agonia che chiamano vita.

Le donne e l’equilibrio. Sarà il titolo del mio best seller.

Non siamo cattive. È davvero la fottuta Disney che ci ha disegnate così. Sono stati anni di favole romantiche e lieto fine e illusioni sul fatto che l’affetto di un principe azzurro sul cavallo bianco ci avrebbe salvate da streghe cattive, invidie, solitudini, prigioni e avvelenamenti. È la ricerca spasmodica di affetto a renderci cieche di fronte a uomini anaffettivi che ascoltano i Pooh: proiettiamo su di loro quello di cui noi abbiamo bisogno. Poi un giorno ci accorgiamo che quel foglio – senza le nostre fantasie – è candido e immacolato.

Ma poi cosa sarebbe la vita senza fantasia. Non ci sarebbe la musica, non esisterebbero opere d’arte, film, libri, nessuno farebbe sogni, sarebbero svanite le speranze. Fantasticare è il motore del mondo, non rinuncerò a farlo per qualche delusione. Ecco, magari se mi trovassi di fronte un bel quadro di Basquiat avrei meno spazio su cui proiettare.

Eh, lo fa, lo fa

Ci sono donne che pensano che l’amore sia fatto di mazzi di fiori e scatole di cioccolatini, picnic sul panno a quadri in un prato di margherite, lui che le accarezza i capelli al tramonto e le fa trovare un anello nel calice di prosecco. Poi ci sono io. Che probabilmente berrei anche l’anello.

Per me l’amore è l’incastro perfetto di due patologie psichiatriche che si compensano: è un tetris di disagi mentali. C’è la coppia perfetta formata da lei eterna vittima e lui unico vero carnefice, quella in cui lei è sempre malata/fragile/cagionevole e lui costantemente eroe/salvatore/brucewillis; c’è la donna adulta ed autonoma che passa la vita a cazziare il compagno peter pan che a 50 anni si ubriaca con gli amici e vomita per tutta la casa; c’è quella che io chiamo “piccola vecchia”, che fa la ragazzina con la baby vocina anche se è già in menopausa e ha le rughe di Riccardo Fogli, e che generalmente frequenta toy boy che preservino la sua illusione di essere ancora bambina. Ognuno di noi ha una serie di mancanze e conseguenti bisogni più o meno consci (e anche più o meno gravi), e cerca la metà della mela che si incastri perfettamente con la sua, riempiendo quei vuoti come le nocciole tra due quadretti di cioccolato Novi.

Le persone mi chiedono spesso come mai sia finita tra me ed il mio ex dopo dodici anni insieme in cui sembravamo/eravamo la coppia perfetta. Se voglio davvero conversare con il mio interlocutore (tutti sanno che se non mi interessa una discussione adoro rispondere alle domande con frasi fatte stupide tipo “è finito l’amore” o “dai tempo al tempo”, “eh, lo fa, lo fa”, ma questo è un altro post), se davvero desidero parlarne – dicevo – allora cerco di spiegare che probabilmente ci eravamo troppo cristallizzati in ruoli definiti, che questa dinamica, alla lunga, finisce per diventare una gabbia. Dedu ed io ci siamo conosciuti quando io avevo 23 anni e lui 39. In pratica io ero una bambina e lui un uomo. E così è stato per dodici anni: io una bambina e lui un uomo. Quei 16 anni di differenza tra noi, a dire il vero, non mi hanno pesato mai. Fino a quando io, a 35 anni, non ero più tanto una bambina, e non avevo più nessuna voglia di esserlo. Fine dei giochi.

L’amore dura finché dura la patologia. Ci si sveglia una mattina che non si ha più voglia di essere salvate, non si ha più lo stimolo per cazziarlo davanti alle 14 lattine di birre lasciate ad imputridire sul divano, non si ha più voglia di lavargli i calzini e tirarlo giù dal letto, non ci si sente più bambine: si desidera altro. E allora avanti con un nuovo disagio mentale.

Da quando è finita con Dedu mi sono chiesta spesso per quale delle mie patologie sto cercando un compagno: mi domando se ho frequentato uomini iperattivi per vincere la mia pigrizia, se i fricchettoni sono la compensazione degli anni fighetti a Milano, se la lontananza fisica sia la soluzione che trovo per non impegnarmi veramente con qualcuno, se l’indisponibilità come denominatore comune non sia forse – la butto lì – lo specchio della mia inadeguatezza rispetto ad una relazione seria, adulta e matura. A quanto pare, insomma, non sono loro che sono egocentrici, sfuggenti ed incapaci di affezionarsi; sono io che sono accogliente, presente e troppo desiderosa di amare, ma allo stesso tempo impaurita all’idea di relazionarmi davvero con qualcuno, tanto da proiettare tutti i miei bisogni su persone indisponibili. Mi sto auto-sabotando per non riuscire nell’impresa, in un nichilismo amoroso che fa di me una non-principessa moderna: difficile vivere per sempre felici e contenti se lui sta con la moglie o vive a 6mila chilometri di distanza.

La scarpetta, comunque, non è ancora venuto a provarmela nessuno.