Bella (la) presenza

Ventiquattro mesi fa i social sembravano l’unica salvezza da una vita da reclusi fatta di lievito e serie tv, oggi penso di cancellare i miei profili un giorno sì e l’altro pure. Con una mossa da boomer mi lamenterò del fatto che Facebook è pieno di boomer: gente che si sente libera di commentare qualsiasi cosa (nella vita reale buttereste mai una frase misogina in un dialogo fra altre persone?), che pontifica di argomenti che non conosce (nella vita reale vi mettereste mai a discutere la diagnosi del dentista?), e infine i miei preferiti, quelli che non escono di casa dagli anni Settanta ma “Bologna non è più quella di una volta” o “mancano gli eventi culturali”, che se lo faceste nella vita reale vi darei una sprangata di traverso che vi spaccherei il naso e i denti in una botta sola. Altro che eventi culturali.

I social sono diventati la comfort zone dei disadattati, la capanna della proverbiale sindrome, il rifugio di chi è più bravo con i tasti che con la voce, la vetrina di chi non riesce a vedere oltre il proprio negozietto, allestito ad hoc per attirare clienti con la medesima patologia: la paura di vivere. Il tutto aggravato da due anni di pandemia a lockdown alternato, che hanno fornito ai misantropi la prova provata che si può fare: si può sopravvivere tra quattro mura facendo il pane e l’abbonamento a Netflix, si può mantenere un rapporto dialettico con la ‘propria comunità’ sputando sentenze sotto ai loro post, si può persino amoreggiare, purché – fermi tutti – ci si mantenga al riparo dietro allo schermo deformante di un’app per incontri.

Tanto poi cosa succede? Se ti faccio incazzare cosa mi fai? Se sparisco dalla tua bolla mi vieni a cercare nel World Wide Web? Mandi una denunzia al mio indirizzo ip? Chiami la polizia postale degli stronzi? Mi lasci una brutta recensione su dickadvisor.com? Non ci sono conseguenze all’inadeguatezza virtuale, solo un po’ di pena per chi annaspa in una manciata di relazioni sintetiche e si sente soffocare dalla realtà della carne.

Sorrido pensando a come un tempo gli annunci di lavoro contenessero quasi sempre un paio di termini che oggi scatenerebbero crociate femministe e gare di lancio dell’hashtag: “Bella presenza”. Perché raga, chattare è divertente, i vocali (se non superano il minuto) sono pure intriganti, carini gli emoticon, dolcissime le video serenate, ma ve lo ricordate vagamente com’era tenersi per mano? Avete qualche reminiscenza di quanto fosse confortante abbracciarsi, annusarsi, vedere un sorriso trasformare una faccia? Non era splendidamente spaventoso guardarsi negli occhi prima di un bacio? La bella presenza / il bello della presenza.

Non mi vergogno di niente dagli anni Novanta, di certo non ho paura di ammettere che anche io ho dato il mio contributo alla scienza dei casi umani virtual edition. Complice la serie di sfighe che mi hanno costretta a letto per quattro dei cinque mesi di questo 2022, ho interagito decisamente più sui social di quanto la coda di una pandemia e l’essere costretta a letto a casa dei miei mi abbiano permesso di fare live. Poi ad un certo punto sono uscita. Ho zoppicato verso il pub dove nessuno sa cosa sia Internet e quindi da mesi si chiedevano che fine avessi fatto; ho barcollato a qualche concerto, godendomi dal divanetto l’emozione – per me insostituibile – della musica che si crea in un istante preciso; ho messo le mie mani (gelide) sul viso di un uomo prima di baciarlo; ho riabbracciato i miei colleghi, tenuto per mano mia nipote, sentito il profumo dell’erba e dei fiori di campo. Ho goduto dell’essere viva con tutti i sensi a disposizione.

L’altra sera un amico (conosciuto ad un matrimonio quattro anni fa e ovviamente mai più visto dal vivo) mi descriveva le potenzialità del “metaverso”, ennesima definizione di un universo parallelo tridimensionale, in cui gli esseri umani possono interagire attraverso avatar di se stessi. Lui immaginava con entusiasmo di potersi godere una (pseudo) vita da ventenne anche a 80 anni, io visualizzavo un futuro fatto di corpi chiusi in celle frigorifere a “sognare” di esistere, relazionarsi, fare sesso con corpi perfetti scelti dallo shop online, regalarsi fiori sintetici e respirare aria pixelata.

Quanta paura può fare la realtà per decidere di non volerla più vivere? Quanto spaventa l’idea di essere rifiutati in presenza per convincere a rintanarsi sotto il piumone della virtualità?

Il mio corpo non mi fa impazzire: a volte lo odio profondamente, altre volte lo amo con tenerezza materna. Ma è il MIO corpo e mi rappresenta, è la proiezione esteriore di quello che ho dentro, della mia pigrizia e della mia dolcezza, delle contraddizioni, degli sbagli. Il mio corpo porta i tatuaggi delle cose che ho amato in questa vita, mostra i segni dei traumi, la pesantezza dei dolori, una dolcezza che tengo nascosta. Non cambierei le mie cosce da pallavolista con quelle di un angelo di Victoria’s Secret se il prezzo da pagare fosse sopravvivere alla mia carne nel metaverso. Non rinuncerei ai miei difetti per montare una vetrina Instagram di apparenze se non potessi più sentirmi desiderata così come sono in un abbraccio reale.

Non è l’approvazione degli altri a darmi valore, anzi: la volta in cui ho ricevuto un due di picche mi sono sentita ganzissima per il solo fatto di aver avuto il coraggio di provarci, rigorosamente dal vivo. Non sono i like a renderci brillanti, non sono le chat a farci innamorare, non siamo foto dentro ai telefonini: siamo carne, pelle, odore, sapore. Siamo una voce, uno sguardo, un modo di camminare. Meritiamo qualcosa di più di una serie di messaggi senza tono e di immagini senza dimensione, meritiamo almeno di guardarvi negli occhi davanti a una birra al pub, dove la vita è quella vera perché quasi nessuno sa cosa siano i social. Beata ignoranza e bella presenza.

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