Lobotomia frontale

Il modo in cui Andrea conosce le persone è unico e invidiabile. Vorrei che tutti gli uomini (uno solo) per cui mi prendo una leggera sbandata (l’Amore eterno) fossero un po’ come lui. Magari non come lui quando mi pianta sola in un vicolo buio del centro perché ha trovato una sbarba con cui andare a bere una sciocchezza, o come lui quando si dimentica che poche ora prima gli ho confidato una cosa per me di vitale importanza; diciamo più come lui quando incontra una che lo gasa per i più disparati motivi, e le chiede di uscire con una naturalezza che io non ho nemmeno con la cassiera della coop che sa cosa mangio fin dai tempi del liceo.

Andrea si relaziona alle persone con l’ingenuità di un bambino: si interessa alle storie degli altri, ai loro gusti, ai libri che leggono; fa attenzione a come usano il linguaggio (poi sospira «aaahhh la lingua italiana!»), canta canzoni in coro, guarda foto, conosce, ascolta, percepisce segnali e reazioni. Io lo so perché a volte sono presente. Sono l’amica vecchia che si porta dietro (solo perché io ho lo scooter, due caschi e abitiamo vicini), e credo che la mia presenza in realtà lo aiuti con le ventenni, perché pensano che e io sia la madre o l’amica milf, cosa che le fa stare più tranquille. Andrea comunque non è mai viscido né marpione. Certo: vuole inzippare pure lui come tutti gli altri, ma non lo dà mai a vedere. A fine serata – se non mi abbandona nel vicolo – torniamo allo scooter e lui ha sempre un contatto, un intorto o, come minimo, una nuova amicizia.
Un tempo ero così anch’io: ingenua, spontanea, libera da condizionamenti e da giudizi. A volte lo sono ancora, molto raramente. Guardo Andrea e penso che lui ha 35 anni, io ne ho 41 e mi sento vecchia; lui ha un sacco di cose da dire, io mi sento vuota; lui è bello, io ultimamente mi sento un bagaglio a mano dell’easyjet che devi pure pagare per imbarcarlo.

Ieri ho letto per caso la frase “Chi cerca col sorriso ha già trovato”. Andrea cerca col sorriso, io cerco con la tigna. Un po’ perché a 40 anni ti inculcano l’idea che se esci a bere una sciocchezza con uno non è solo per conoscerlo ed eventualmente tornare a casa da sola con una nuova amicizia; se esci con qualcuno lo devi fare necessariamente per SISTEMARTI: sposarti con l’abito bianco, fare tre o quattro figli, andare a vivere in un appartamento con i mobili grigi e i gerani sul balcone, cucinare salsiccia e patate e fare le cene a quattro con un’altra coppia di geppi. Così io, che odio il bianco e vivo nella casa dei puffi con i mobili gialli, amo le piante verdi e sono vegetariana, faccio un filino fatica a trovare la voglia di aprire il mio cuoricino di latta e mostrare quei quattro sentimenti avvizziti che sono sopravvissuti ad anni di siccità.
Se uno mi sorride mentre gli porgo le tagliatelle almeno quattro colleghi si precipitano a farmi notare che ne vuole, se a cena mi metto a parlare con un commensale di sesso maschile tutti si aspettano che finiremo al Trappolone insieme, e quando uno mi offre una birra al pub sicuramente mi vuole dare due colpi (ok, ammetto che in quest’ultimo caso potrebbe essere vero).

Le relazioni umane sono condizionate dall’idea che l’amore – o per lo meno inzippare – sia il fine ultimo delle nostre esistenze. Il retaggio che ogni interazione sia l’opportunità per trovare l’anima gemella o il trombamico ha sabotato la spontaneità con cui un tempo facevo amicizia anche con i muri, e magari in quell’epoca conoscevo le persone prima di perdere la testa per loro. Oggi conoscersi è sopravvalutato, parlare è uno spreco di tempo. Ci si prende una sbandata per un profilo Instagram su cui si proietta la propria idea di compagno, si scopre tutto da facebook, si legge la bio, si sa già che musica ascolta da spotify. Non c’è bisogno di uscire insieme, siamo già insieme da qualche parte nel world wide web. Io di questo meccanismo ne ho piene le palle, eppure ne sono vittima e carnefice. Sono succube di tutti i cazzari e tecno fenomeni di cui ho già ampiamente descritto le gesta (i leoni da tastiera, i ghost, gli zombie), ma sono anche diventata sterile nelle relazioni umane fuori da un telefonino. Soprattutto con quelli (uno solo) che mi piacciono.
Ammetto di essere il tipo di donna spigliata ed esuberante che quando parla con un figo diventa un essere mono neuronale incapace di esprimere frasi di senso compiuto. Resto lì con lo sguardo vitreo perso nel vuoto come Sue Ellen che guarda l’orizzonte in Dallas, mentre lui magari pensa che sarei pure carina, peccato solo per la lobotomia frontale che ho subito qualche minuto fa.
L’altra sera, per invertire la tendenza, ho portato io Andrea con me ad incontrare uno che mi piace, per avere una sua opinione sul mio atteggiamento estremamente lampante, sui miei sorrisi evidenti, le mie mosse chiaramente ammiccanti, il mio atteggiamento trasparente nei confronti di questo malcapitato essere umano. Ha detto Andrea che io non faccio assolutamente NIENTE. L’apertura di uno spiraglio sul mio mondo interiore – che io vivo come uno sforzo soprannaturale – agli altri è totalmente invisibile. Questo sbilanciamento nella percezione della mia volontà significa che ogni volta in cui mi lamento di incontrare solo casi umani, perdo di vista il fatto che il caso umano sono io. Sono io quella che non sa relazionarsi, sono io che non mi apro, sono io il gorilla silverback. Sono io che non ho il coraggio di essere diretta e di chiedere ad un uomo che mi piace di andarci a bere un caffè, e parlare di libri, dei suoi gusti, cantare canzoni in coro e ascoltarlo. Con la consapevolezza che potrei tornare a casa da sola con o senza il suo numero, ma che mi sarei comunque divertita a far entrare un po’ di luce in quella caverna che ho al posto del cuore. Oppure suggerisce sarcasticamente Andrea che potrei continuare a fare quello che ho fatto fino ad ora: NIENTE.

Rapirlonzola

La comfort zone è un bilocale accogliente vista stronzi che ti sei costruita in anni di batoste, impilando mattoni di paranoie tenuti insieme da uno strato melmoso di cazzovolete. A 41 anni posso affermare con soddisfazione che la mia vita emotiva si svolge all’interno di un resort mentale di lusso, protetto da mura di cinta che manco tra Israele e Palestina, con un ponte levatoio mai levato, circondato da un fossato pieno di coccodrilli.

Dall’interno della torre d’avorio, sprofondata in una morbida poltrona di auto-commiserazione, posso osservare/giudicare le vite degli altri, mentre accetto con clemenza i miei difetti e mi crogiolo nelle imperfezioni della mia esistenza, ovviamente lamentandomi con costanza ed inveendo contro l’accanimento della sorte nei miei confronti.
Può capitare che uno sprovveduto viandante – accecato dal bagliore della mia torre – si fermi a sbirciare attraverso qualche finestra che ho inavvertitamente lasciato aperta per areare il locale; a quel punto sbucano le lance, si alza il fuoco, esce il drago, ed io corro a rasarmi la testa a zero che non sia mai che mi caschi la treccia ed arrivi a terra fino al principe.

Anni trascorsi a selezionare meticolosamente casi umani con cui è impossibile instaurare una relazione sentimentale per tentare di instaurarci una relazione sentimentale, e poi lamentarsi con le amiche (e qui) di quanto sia impossibile instaurare una relazione sentimentale con certi casi umani. Mesi e mesi ad interagire solo ed unicamente con uomini sposati, fidanzati, padri plurimi, preti cattolici, domandandosi cos’ha lei (o il Signore) più di me, a parte la buccia di stare con uno stronzo del genere. Capita però (di rado), che durante la passeggiata inferenziale nei boschi dei disagiati, si incontri un uomo NORMALE, finito per sbaglio nel girone degli squilibrati affettivi. Capita poi (molto di rado) che questo esemplare maschile sia single, quasi coetaneo, pieno di amici ed interessi, belloccio, educato, piacevole nella conversazione, ben vestito, apparentemente equilibrato. Capita anche (quasi mai) che l’essere umano in questione mostri un vago interesse di natura sentimentale nei miei confronti, nonostante tutti i miei chiari segnali di abbandonare la nave.

A quel punto scatta il piano P. Dove P sta per PARANOIE.
Il mio cervello – incredulo di fronte a cotanta fortuna – comincia a produrre una serie di piccole immaginette mentali taglienti che vanno a conficcarsi nel pensiero di una possibile relazione affettiva. Le paranoie si propagano a partire dal piano estetico con la visione di noi due seduti sulle sdraio alla spiaggia BBK di Punta Marina: io che mi spalmo la protezione 50 sulla panza ustionata, mentre lui – lucido e ambrato – guarda la passerella di milf rinsecchite color cuoio con perizoma a filo interdentale, capelli di stoppa e bikini glitterato. Dall’idillio marittimo passo con scioltezza alle vasche a braccetto in via Indipendenza, con tutte le sbarbe 21enni in shorts inguinali che mi guardano e commentano basite come sia possibile che un bidone dell’umido stia con quel figo pazzesco (true story accaduta più volte quando accompagnavo il mio amico Beppe Bicipite a fare shopping, e le commesse mi guardavano con odio e disgusto come se qualcuno avesse vomitato sulla sedia: un trauma che non riuscirò mai a superare).
Le paranoie procedono investendo la mia casa, troppo infantile, troppo colorata, troppo piccola; il giardino non ha nemmeno l’impianto di irrigazione a goccia, in camera da letto ho un ragno a cui ho dato un nome e un faretto fulminato da quattro anni, troppi jeans, niente aria condizionata, e come potrebbe mai un uomo amare una donna che possiede quattro pellicciotti sintetici? E poi il mio cane ha l’alito fetido, dorme in testa alla gente tipo colbacco, è morboso quanto me e ha un’inspiegabile passione per le zucchine crude. Non sono intelligente, forse lo ero, ma poi mi sono bruciata le cellule guardando Uomini e Donne in quarantena, non ho idea di cosa fare della mia vita, non ho nemmeno un tailleur da donna vera, non ho mai fatto la pulizia del viso e ho scoperto l’esistenza dei messaggi Instagram soltanto un mese fa. Sono simpatica, sagace, carina, so essere una buona amica, ma non sono amabile. Ci sono troppe cose da accettare per amare me, troppi compromessi, troppe ammaccature, troppi difetti, troppe storture che solo io posso capire ed accarezzare nel mio morbido salotto di auto-aiuto.

Così di fronte al potenziale principe sparisco, mi rinchiudo in un minimondo di cui sono la principessa sola ma felice, mi lamento degli innocui casi umani che mi offrono materiale per le mie storie, mi rifugio nell’abbraccio di amici eterni e non giudicanti. Scappo senza lasciare traccia allo sfortunato essere umano che forse avrebbe dormito volentieri col mio cane in testa, e magari sarebbe stato capace di montarmi un impianto di irrigazione in giardino.
Chissà se un giorno qualche viandante riuscirà a vincere il drago, spegnere il fuoco, superare i coccodrilli, scassinare il ponte levatoio e raggiungere me e le mie pellicce sintetiche. O magari per allora i capelli saranno cresciuti abbastanza per lanciare una treccia.

La donna cresciuta dai buzzurri

Gli uomini vengono da Marte, le donne non si sa da dove vengano ma hanno fantasie dettagliate su dove vogliono andare. Mia madre – delicatissima come sempre – mi chiama “la donna cresciuta dai buzzurri”, perché dai 17 anni in avanti ho frequentato una compagnia di soli uomini, a cui sporadicamente si aggiungevano le fidanzate di turno. In un ventennio di alcolismo e fantacalcio, ho capito che le differenze tra generi si originano tutte da una sola, misera ma terrificante, caratteristica femminile: la capacità di crearsi aspettative.

Il divario si crea perché gli uomini hanno una mente semplice ma efficace, il cui ragionamento si basa esclusivamente su fatti realmente accaduti. In pratica, se lei dice A, allora è A. Per una donna, se lui dice A probabilmente intendeva C, perché quella volta in cui è capitato B, lui aveva capito D ma gli sarebbe piaciuto G, però poi se succedesse F probabilmente preferirebbe H. Più che “dolcemente complicate”, siamo una rottura di coglioni. Gli uomini vivono il presente, un po’ come i cani. Le donne vivono il presente solo come trampolino di lancio per una serie di eventi futuri che sono in grado di immaginare nella più minuziosa delle sfumature.

Nel labirinto emotivo in cui tentiamo costantemente di mettere ordine alle cose che ci succedono – a parte il ciclo, il pre-ciclo, l’ovulazione, la pre-ovulazione, la post-ovulazione – c’è una variabile che accomuna tutte le donne: l’incapacità di mettere un freno alla fantasia. Un uomo ci offre la birra al pub e noi ci immaginiamo figli con i nostri occhioni e la sua abilità nell’aggrottare le sopracciglia, stalkeriamo uno su Facebook e per prima cosa scatta la ricerca della data di nascita per verificare l’affinità tra segni zodiacali, quel tizio ci ha sorriso e chissà come verrebbe bene nelle foto delle vacanze in Polinesia. Ovviamente più un uomo concede terreno, più la nostra immaginazione corre libera nelle praterie dei futuri possibili. Se ci messaggia tutti i giorni siamo ad un passo dall’altare, se ci manda una foto del suo cane possiamo spedire gli inviti al matrimonio, se ci presenta agli amici possiamo cominciare a scegliere il nome per il primogenito.

Fantasticare sull’onda dell’entusiasmo non sarebbe nemmeno così grave di per sé, se non fosse per le fottutissime aspettative. Le aspettative sono quella roba per cui nessuna situazione andrà mai e poi mai nel modo in cui te la sei immaginata. Andrà sempre e comunque peggio, per il semplice motivo che tu non l’avevi prevista in quel modo, quindi comunque non va bene. Si chiama mania del controllo, e – molto piacere – io ne sono la regina. Diciamo che all’innata capacità femminile di costruire futuri immaginari, contribuisce in maniera esponenziale la quantità di delusioni sentimentali subite: in pratica più sono disillusa e sfiduciata, più cercherò di calcolare minuziosamente ogni singolo avvenimento, in modo da arginare la sofferenza il più possibile.

Nel Fedemondo la vita procede per “bolle” temporali. Di solito si comincia dalla bolla positiva, dove tutto è felice, amore, bubicachiluli, fiorellini e sorrisoni. In questa fase un uomo potrebbe dire o fare più o meno qualsiasi cosa, tanto per me (cieca/sorda/inebetita) sarebbe comunque un segnale di affetto. Non vergognandomi più di nulla dagli anni Ottanta, sono disposta ad ammettere che in fase bolla positiva mi sono convinta che potesse funzionare con un fan sfegatato dei Pooh (“Perché insistere a cercare uno rock’n’roll come me / la felicità è nell’essere diversi”); ho fatto progetti con uno che sbranava fiorentine sanguinolente ogni volta che cenavamo al ristorante (“In fondo l’animalismo è una mia scelta personale / si impara dall’altro”); ho fantasticato sul futuro con un alcolizzato che spariva per tre giorni di fila e al risveglio ricordava a malapena chi fossi (“Non si vive mica col telefono in mano / alla fine torna sempre da me”).

La bolla positiva viene sempre interrotta bruscamente dall’epifania, ovvero quel ceffone sordo che ti arriva quando capisci che stai veramente pensando di passare il resto della tua vita con uno che intona sotto la doccia Dio delle città e delle immensità. La bolla si è bucata, l’incantesimo è rotto. Seguono delusione, disperazione, pianti a fontana. Poi si entra in una nuova fase.

La bolla negativa è quella in cui rileggo tutto l’accaduto in chiave (secondo me) obiettiva, ovvero dal punto di vista di Darth Vader: la vita è una merda, il genere umano è l’orrore, voglio farmi chiudere le tube, nessuno mi vuole bene, il mondo finisce domani, non ho alcuna ragione per protrarre questa agonia che chiamano vita.

Le donne e l’equilibrio. Sarà il titolo del mio best seller.

Non siamo cattive. È davvero la fottuta Disney che ci ha disegnate così. Sono stati anni di favole romantiche e lieto fine e illusioni sul fatto che l’affetto di un principe azzurro sul cavallo bianco ci avrebbe salvate da streghe cattive, invidie, solitudini, prigioni e avvelenamenti. È la ricerca spasmodica di affetto a renderci cieche di fronte a uomini anaffettivi che ascoltano i Pooh: proiettiamo su di loro quello di cui noi abbiamo bisogno. Poi un giorno ci accorgiamo che quel foglio – senza le nostre fantasie – è candido e immacolato.

Ma poi cosa sarebbe la vita senza fantasia. Non ci sarebbe la musica, non esisterebbero opere d’arte, film, libri, nessuno farebbe sogni, sarebbero svanite le speranze. Fantasticare è il motore del mondo, non rinuncerò a farlo per qualche delusione. Ecco, magari se mi trovassi di fronte un bel quadro di Basquiat avrei meno spazio su cui proiettare.

Non c’è cosa più divina

Gli uomini sono sempre creativi nell’approcciarsi a me, forse perché ho la faccia da stronza, e quindi pensano che per attirare la mia attenzione ci voglia chissà quale show pirotecnico di parole. Ricordo una serata in discoteca con le amiche in cui indossavo una collana etnica con elefantini, giraffine e pappagallini; la mattina mi trovai nella tasca della giacca un biglietto con scritto “Vorrei far parte del tuo zoo”. Seguiva numero di telefono. Non l’ho mai chiamato, e quindi il nostro eroe non è entrato a far parte del circo Togni che è la mia vita, ma a sua insaputa è tra i protagonisti di questo post, e direi che la cosa – a livello di soddisfazioni esistenziali – lo possa ripagare totalmente dello sforzo creativo fatto un paio di decadi fa.
Capisco: non è affatto facile avere pochi secondi a disposizione per fare colpo su qualcuno. Anche a me è capitato di fare gesti bizzarri per impressionare il malcapitato di turno. Una volta ad esempio, mi ero presa una sbandata per un ex compagno di liceo, ma in un paio di occasioni in cui l’ho beccato insieme ad amici se n’è andato casa con un gran mal di testa. Così ho cercato il suo indirizzo (erano i tempi delle Pagine Gialle, ovvero il Pleistocene) e gli ho spedito una bustina di Aulin con su scritto “Quando ti passa il mal di testa chiamami”. Sono trascorsi vent’anni ma non sono affatto cambiata. L’altra sera sono andata ad ubriacarmi nel solito pub con i soliti amici, dove il solito fichissimo barista appende il cappotto al lato del banco per indossarlo ogni volta che esce a fumare una sigaretta. Al momento di andarmene gli ho detto: “Stavo per mettermi la tua giacca, estrarre 20 euro dalla tasca ed offrirti da bere nel tuo locale”. Io mi sarei limonata sul posto, lui ha risposto “Eh?”. Classic.


Generalmente gli uomini utilizzano come scusa per parlarmi qualcosa che li colpisce del mio aspetto fisico, e avendo la decenza di non fare una battuta diretta sulla quarta di reggiseno, di solito passano ai tatuaggi. Dal classico “Posso toccarli?” (ma perché mai dovresti????), fino al leggendario bagnino romagnolo della spiaggia in cui svernano ogni anno i miei genitori: “Ma che begli uccelli dela paradiso che hai sulle spalle” mi ha detto sornione. “Grazie, veramente sono rondini”, gli ho risposto io. “Sì, ma a stare su di te sono in paradiso!”. Fantastico. Un altro mi ha spiegato invece di non essere particolarmente fan dei tatuaggi. “Non me li vedo addosso”, mi ha detto. “E addosso a me come li vedi?” gli ho chiesto. “Beh, addosso a te ci vedrei meglio me”. Quei momenti in cui non sai se innamorarti o mollargli un ceffone.


Anche l’Osteria è, come sempre, fonte infinita di gag ed approcci creativi. “Ti ho vista scendere le scale con tre scodelle di tortellini in brodo e mi sono innamorato di te”, oppure ieri uno mi ha vista in difficoltà con il torcicollo e mi ha detto “Pensa che io indosso sempre la maglia della salute, ovviamente imbottita nei punti giusti per sembrare il tuo eroe Marvel”.

Il vincitore indiscusso, però, è il mio adorato collega:
“Ma perché mi chiami sempre cugina?”
“Ovvio teso’, perché non c’è cosa più divina…”.