Checrudezza.com

Si stava meglio quando si stava meglio. E si scriveva di stronzate, casi umani da interpretare, paturnie varie ed eventuali da risolvere con una damigiana di fiori di Bach. Poi le uscite sono diventate videochiamate, le serate pomeriggi, la priorità sopravvivere. Il mio blog si è macchiato di tutta la frustrazione intorno, ho cominciato a parlare (da sola) di quarantena e paura, di soddisfazioni e solitudine, emulando a parole l’altalena emotiva che avevo dentro. Oggi rallegratevi perché si parla di morte.

Uno dei primi incarichi che mi ha assegnato la mia nuova capa è stato scrivere un articolo su tutti i lutti celebri del 2020. Figo il fantamorto, ho pensato. Presa dall’entusiasmo ho subito aperto una bozza e cominciato un attacco su quanto funesto sia stato questo anno incredibile.
L’ispirazione si è interrotta a più riprese dalla polemiche sulle piste da sci chiuse a causa del coronavirus, da Zaia che si scaglia contro il governo, i negozianti che insorgono, i ristoratori che si lamentano, gli sciatori che inveiscono. Ho aperto e chiuso dieci volte la mia bozza salvata con la parola chiave “funesto”. Ho scritto un paragrafo su Maradona e l’entusiasmo ha cominciato a vacillare.
Ho dato un’occhiata al notiziario per distrarmi, c’era il bollettino della Protezione Civile: 993 morti. Tutti intorno a me hanno commentato “il giorno del record”, come se il primato potesse rendere ancora più impersonale quel numero, vite spente di persone, padri, madri, figli, zii, amici, amori di qualcuno che in quel momento sicuramente stava piangendo, mentre io cercavo foto di montagne innevate che quest’anno no, non si va a sciare. Il pezzo funesto non mi andava più di aprirlo, perché i famosi morti quest’anno saranno pure tanti, ma non sono 993 sconosciuti di cui non so il nome, finiti in un bollettino che tutti i giorni, puntuale, si infila nel notiziario tra il recovery fund e un presepe sommerso.
Un giorno di luglio in quel bollettino c’era una persona che conoscevo, o meglio che ammiravo attraverso gli occhi verdi di sua figlia, che da vent’anni mi guardano in faccia quando ridiamo e piangiamo (sempre e solo io) davanti a una birra (o dieci). Chissà cosa penserà lei del mio articolo sui morti famosi. Chissà se lei ha trovato la forza di dispiacersi anche per Ennio Morricone o Ezio Bosso, dopo aver lasciato andare l’essere umano che più amava in questo mondo, ed essere stata costretta a leggere in quel numero insignificante ed effimero la fine di una storia di vita.

Sono cresciuta in una delle quattro case coloniche di un minuscolo borgo nei pressi di Grizzana Morandi. Mio nonno era un contadino di poche parole che mangiava caramelle alla menta mentre zappava con i pantaloni di velluto a coste, mio zio allevava quaglie e fagiani, che poi lui, mio padre e i miei cugini cacciavano nei campi. Li facevano alzare dal cane e gli sparavano col fucile quando erano a mezz’aria, nel momento in cui assaporavano la libertà dopo una (breve) vita in gabbia. I setter vivevano anche loro in una gabbia tutti insieme, d’estate e d’inverno, quando non erano legati alla catena nell’aia davanti a casa, a guardare un mondo intorno che non potevano raggiungere.
Io ero la più piccola e per questo molto sola, con una testa immaginifica inspiegabilmente libera dai pregiudizi: per me la vita è sempre stata vita, non importa in quale forma. Gli animali erano i miei unici amici. Tutti. Avevo dato un nome alle galline che mi correvano incontro la mattina, avevo un’oca di nome QuiQui che mi seguiva ovunque, accarezzavo i coniglietti, vivevo in simbiosi con Aquila Nera, un piccione caduto dal nido che era cresciuto con me e si appollaiava sempre sulla mia spalla. Adoravo i topolini, davo il cocomero ai maiali e la sera raccoglievo rospi giganteschi che tenevo in braccio e portavo in cameretta terrorizzando mia madre e le mie zie.
C’è stato un momento, una specie di epifania, in cui mi sono chiesta che senso avesse far nascere animali, crescerli e accudirli, persino salvarli qualche volta, per poi un giorno – arbitrariamente – ucciderli senza pensarci troppo, ed eventualmente mangiarli. E quella crudezza, quella superiorità acquisita che ci permette di decidere quando e come interrompere una vita, mi sono resa conto molto presto che non mi apparteneva.

Domenica mi sono svegliata e ho cominciato ad ascoltare Cosmic Dancer dei T-Rex in loop, fino a quando mi sono intristita pensando a quanti altri capolavori avrebbe potuto scrivere Marc Bolan se non fosse morto in un incidente stradale a 29 anni. Lui non c’è più: la sua esistenza terrena si è spenta 43 anni fa. A noi è rimasto questo: la sua voce dolce e perfetta che ripete “dancing” con l’accento inglese, la chitarra che culla quel mantra e si increspa quando entra la batteria.

Stamattina ho trovato finalmente un momento per leggere (mentre salivo cinque piani di scale a piedi, che se vogliamo è una forma di morte) e ho estratto dalla borsa una copia de L’Espresso, che ogni anno dedica il numero dicembre al protagonista dei dodici mesi appena trascorsi. Il personaggio del 2020 – ma dai – è la morte. Ho girato la copertina inquietante con un fotogramma della partita a scacchi de Il settimo sigillo di Bergman, su cui hanno photoshoppato il primo bambino nato nel gennaio scorso. Mi sono fermata sull’articolo di Massimo Cacciari: “Aver cura di morire significa, allora, ‘lavorare’ la propria esistenza nell’attesa che la morte possa rappresentare per noi un compimento”. Per poter affrontare la morte, secondo il filosofo, bisogna non solo vivere la vita tanto intensamente da farsi trovare sempre pronti, ma soprattutto avere due cose: “un Fine e degli Eredi”.

Non avendo figli a cui trasmettere le mie innate qualità (chessò, la mia capacità di reggere l’alcool o l’utilissima maestria nell’afferrare gli oggetti con i piedi) mi sono partiti una serie di pensieri in stile Battiato su cosa resterà del mio transito terrestre. Magari sopravviverà questo blog come monito alle generazioni future, che sulle mie stronzate fonderanno un culto religioso. Forse resteranno i sorrisi che amo fare agli sconosciuti per strada, che prima o poi chiameranno un Tso e quindi lascerò in eredità le mie memorie da una clinica psichiatrica.

Non ho grandi certezze sugli Eredi, il Fine è certamente la felicità. Ed è un lavoro di costanza, fatto di piccoli momenti unici tenuti insieme proprio dalla consapevolezza che non siamo eterni. Forse il segreto per non temere la morte è semplicemente vivere. Guardarsi intorno, raccogliere impressioni, ma anche bere birre, ridere, ascoltare canzoni, diventare le persone che un giorno saranno ricordate da qualcuno che conosce l’esistenza dietro quel numero. Non ci si può pentire di aver dato il massimo, fa soffrire un po’ meno l’idea di separarsi da qualcuno che non avremmo potuto amare di più. Dare tutto per essere pronti al niente.

E ora andate e spargete il Verbo del fancazzismo.

Lobotomia frontale

Il modo in cui Andrea conosce le persone è unico e invidiabile. Vorrei che tutti gli uomini (uno solo) per cui mi prendo una leggera sbandata (l’Amore eterno) fossero un po’ come lui. Magari non come lui quando mi pianta sola in un vicolo buio del centro perché ha trovato una sbarba con cui andare a bere una sciocchezza, o come lui quando si dimentica che poche ora prima gli ho confidato una cosa per me di vitale importanza; diciamo più come lui quando incontra una che lo gasa per i più disparati motivi, e le chiede di uscire con una naturalezza che io non ho nemmeno con la cassiera della coop che sa cosa mangio fin dai tempi del liceo.

Andrea si relaziona alle persone con l’ingenuità di un bambino: si interessa alle storie degli altri, ai loro gusti, ai libri che leggono; fa attenzione a come usano il linguaggio (poi sospira «aaahhh la lingua italiana!»), canta canzoni in coro, guarda foto, conosce, ascolta, percepisce segnali e reazioni. Io lo so perché a volte sono presente. Sono l’amica vecchia che si porta dietro (solo perché io ho lo scooter, due caschi e abitiamo vicini), e credo che la mia presenza in realtà lo aiuti con le ventenni, perché pensano che e io sia la madre o l’amica milf, cosa che le fa stare più tranquille. Andrea comunque non è mai viscido né marpione. Certo: vuole inzippare pure lui come tutti gli altri, ma non lo dà mai a vedere. A fine serata – se non mi abbandona nel vicolo – torniamo allo scooter e lui ha sempre un contatto, un intorto o, come minimo, una nuova amicizia.
Un tempo ero così anch’io: ingenua, spontanea, libera da condizionamenti e da giudizi. A volte lo sono ancora, molto raramente. Guardo Andrea e penso che lui ha 35 anni, io ne ho 41 e mi sento vecchia; lui ha un sacco di cose da dire, io mi sento vuota; lui è bello, io ultimamente mi sento un bagaglio a mano dell’easyjet che devi pure pagare per imbarcarlo.

Ieri ho letto per caso la frase “Chi cerca col sorriso ha già trovato”. Andrea cerca col sorriso, io cerco con la tigna. Un po’ perché a 40 anni ti inculcano l’idea che se esci a bere una sciocchezza con uno non è solo per conoscerlo ed eventualmente tornare a casa da sola con una nuova amicizia; se esci con qualcuno lo devi fare necessariamente per SISTEMARTI: sposarti con l’abito bianco, fare tre o quattro figli, andare a vivere in un appartamento con i mobili grigi e i gerani sul balcone, cucinare salsiccia e patate e fare le cene a quattro con un’altra coppia di geppi. Così io, che odio il bianco e vivo nella casa dei puffi con i mobili gialli, amo le piante verdi e sono vegetariana, faccio un filino fatica a trovare la voglia di aprire il mio cuoricino di latta e mostrare quei quattro sentimenti avvizziti che sono sopravvissuti ad anni di siccità.
Se uno mi sorride mentre gli porgo le tagliatelle almeno quattro colleghi si precipitano a farmi notare che ne vuole, se a cena mi metto a parlare con un commensale di sesso maschile tutti si aspettano che finiremo al Trappolone insieme, e quando uno mi offre una birra al pub sicuramente mi vuole dare due colpi (ok, ammetto che in quest’ultimo caso potrebbe essere vero).

Le relazioni umane sono condizionate dall’idea che l’amore – o per lo meno inzippare – sia il fine ultimo delle nostre esistenze. Il retaggio che ogni interazione sia l’opportunità per trovare l’anima gemella o il trombamico ha sabotato la spontaneità con cui un tempo facevo amicizia anche con i muri, e magari in quell’epoca conoscevo le persone prima di perdere la testa per loro. Oggi conoscersi è sopravvalutato, parlare è uno spreco di tempo. Ci si prende una sbandata per un profilo Instagram su cui si proietta la propria idea di compagno, si scopre tutto da facebook, si legge la bio, si sa già che musica ascolta da spotify. Non c’è bisogno di uscire insieme, siamo già insieme da qualche parte nel world wide web. Io di questo meccanismo ne ho piene le palle, eppure ne sono vittima e carnefice. Sono succube di tutti i cazzari e tecno fenomeni di cui ho già ampiamente descritto le gesta (i leoni da tastiera, i ghost, gli zombie), ma sono anche diventata sterile nelle relazioni umane fuori da un telefonino. Soprattutto con quelli (uno solo) che mi piacciono.
Ammetto di essere il tipo di donna spigliata ed esuberante che quando parla con un figo diventa un essere mono neuronale incapace di esprimere frasi di senso compiuto. Resto lì con lo sguardo vitreo perso nel vuoto come Sue Ellen che guarda l’orizzonte in Dallas, mentre lui magari pensa che sarei pure carina, peccato solo per la lobotomia frontale che ho subito qualche minuto fa.
L’altra sera, per invertire la tendenza, ho portato io Andrea con me ad incontrare uno che mi piace, per avere una sua opinione sul mio atteggiamento estremamente lampante, sui miei sorrisi evidenti, le mie mosse chiaramente ammiccanti, il mio atteggiamento trasparente nei confronti di questo malcapitato essere umano. Ha detto Andrea che io non faccio assolutamente NIENTE. L’apertura di uno spiraglio sul mio mondo interiore – che io vivo come uno sforzo soprannaturale – agli altri è totalmente invisibile. Questo sbilanciamento nella percezione della mia volontà significa che ogni volta in cui mi lamento di incontrare solo casi umani, perdo di vista il fatto che il caso umano sono io. Sono io quella che non sa relazionarsi, sono io che non mi apro, sono io il gorilla silverback. Sono io che non ho il coraggio di essere diretta e di chiedere ad un uomo che mi piace di andarci a bere un caffè, e parlare di libri, dei suoi gusti, cantare canzoni in coro e ascoltarlo. Con la consapevolezza che potrei tornare a casa da sola con o senza il suo numero, ma che mi sarei comunque divertita a far entrare un po’ di luce in quella caverna che ho al posto del cuore. Oppure suggerisce sarcasticamente Andrea che potrei continuare a fare quello che ho fatto fino ad ora: NIENTE.

Rapirlonzola

La comfort zone è un bilocale accogliente vista stronzi che ti sei costruita in anni di batoste, impilando mattoni di paranoie tenuti insieme da uno strato melmoso di cazzovolete. A 41 anni posso affermare con soddisfazione che la mia vita emotiva si svolge all’interno di un resort mentale di lusso, protetto da mura di cinta che manco tra Israele e Palestina, con un ponte levatoio mai levato, circondato da un fossato pieno di coccodrilli.

Dall’interno della torre d’avorio, sprofondata in una morbida poltrona di auto-commiserazione, posso osservare/giudicare le vite degli altri, mentre accetto con clemenza i miei difetti e mi crogiolo nelle imperfezioni della mia esistenza, ovviamente lamentandomi con costanza ed inveendo contro l’accanimento della sorte nei miei confronti.
Può capitare che uno sprovveduto viandante – accecato dal bagliore della mia torre – si fermi a sbirciare attraverso qualche finestra che ho inavvertitamente lasciato aperta per areare il locale; a quel punto sbucano le lance, si alza il fuoco, esce il drago, ed io corro a rasarmi la testa a zero che non sia mai che mi caschi la treccia ed arrivi a terra fino al principe.

Anni trascorsi a selezionare meticolosamente casi umani con cui è impossibile instaurare una relazione sentimentale per tentare di instaurarci una relazione sentimentale, e poi lamentarsi con le amiche (e qui) di quanto sia impossibile instaurare una relazione sentimentale con certi casi umani. Mesi e mesi ad interagire solo ed unicamente con uomini sposati, fidanzati, padri plurimi, preti cattolici, domandandosi cos’ha lei (o il Signore) più di me, a parte la buccia di stare con uno stronzo del genere. Capita però (di rado), che durante la passeggiata inferenziale nei boschi dei disagiati, si incontri un uomo NORMALE, finito per sbaglio nel girone degli squilibrati affettivi. Capita poi (molto di rado) che questo esemplare maschile sia single, quasi coetaneo, pieno di amici ed interessi, belloccio, educato, piacevole nella conversazione, ben vestito, apparentemente equilibrato. Capita anche (quasi mai) che l’essere umano in questione mostri un vago interesse di natura sentimentale nei miei confronti, nonostante tutti i miei chiari segnali di abbandonare la nave.

A quel punto scatta il piano P. Dove P sta per PARANOIE.
Il mio cervello – incredulo di fronte a cotanta fortuna – comincia a produrre una serie di piccole immaginette mentali taglienti che vanno a conficcarsi nel pensiero di una possibile relazione affettiva. Le paranoie si propagano a partire dal piano estetico con la visione di noi due seduti sulle sdraio alla spiaggia BBK di Punta Marina: io che mi spalmo la protezione 50 sulla panza ustionata, mentre lui – lucido e ambrato – guarda la passerella di milf rinsecchite color cuoio con perizoma a filo interdentale, capelli di stoppa e bikini glitterato. Dall’idillio marittimo passo con scioltezza alle vasche a braccetto in via Indipendenza, con tutte le sbarbe 21enni in shorts inguinali che mi guardano e commentano basite come sia possibile che un bidone dell’umido stia con quel figo pazzesco (true story accaduta più volte quando accompagnavo il mio amico Beppe Bicipite a fare shopping, e le commesse mi guardavano con odio e disgusto come se qualcuno avesse vomitato sulla sedia: un trauma che non riuscirò mai a superare).
Le paranoie procedono investendo la mia casa, troppo infantile, troppo colorata, troppo piccola; il giardino non ha nemmeno l’impianto di irrigazione a goccia, in camera da letto ho un ragno a cui ho dato un nome e un faretto fulminato da quattro anni, troppi jeans, niente aria condizionata, e come potrebbe mai un uomo amare una donna che possiede quattro pellicciotti sintetici? E poi il mio cane ha l’alito fetido, dorme in testa alla gente tipo colbacco, è morboso quanto me e ha un’inspiegabile passione per le zucchine crude. Non sono intelligente, forse lo ero, ma poi mi sono bruciata le cellule guardando Uomini e Donne in quarantena, non ho idea di cosa fare della mia vita, non ho nemmeno un tailleur da donna vera, non ho mai fatto la pulizia del viso e ho scoperto l’esistenza dei messaggi Instagram soltanto un mese fa. Sono simpatica, sagace, carina, so essere una buona amica, ma non sono amabile. Ci sono troppe cose da accettare per amare me, troppi compromessi, troppe ammaccature, troppi difetti, troppe storture che solo io posso capire ed accarezzare nel mio morbido salotto di auto-aiuto.

Così di fronte al potenziale principe sparisco, mi rinchiudo in un minimondo di cui sono la principessa sola ma felice, mi lamento degli innocui casi umani che mi offrono materiale per le mie storie, mi rifugio nell’abbraccio di amici eterni e non giudicanti. Scappo senza lasciare traccia allo sfortunato essere umano che forse avrebbe dormito volentieri col mio cane in testa, e magari sarebbe stato capace di montarmi un impianto di irrigazione in giardino.
Chissà se un giorno qualche viandante riuscirà a vincere il drago, spegnere il fuoco, superare i coccodrilli, scassinare il ponte levatoio e raggiungere me e le mie pellicce sintetiche. O magari per allora i capelli saranno cresciuti abbastanza per lanciare una treccia.

Il lupo solitario

A tutte noi diversamente sbarbe nate negli anni Settanta è capitato di uscire a bere una sciocchezza con uno che dichiaratamente ci trova bellissime, intelligentissime, brillantissime, simpaticissime, sexyssime. Poi è capitato che i drink diventassero due, o tre (o dodici per chi come me ha fatto la barista in adolescenza e regge più di un camionista), e allora che fai non ci mangi qualcosa per fare il fondino? E un Cynar con ghiaccio non ce lo metti per digerire la cena vegan? E l’alba al Pratello non la vuoi vedere? Insomma, dopo sette ore di complimenti superlativi e dopo aver esaurito le riserve alcoliche del Lussemburgo, ti trovi davanti al motorino – ove lui cavallerescamente ti ha accompagnato – ad attendere il limonissimo che ti faccia dimenticare tutti i casi umani su cui stai scrivendo un tomo di 900 pagine.

E invece no.

Goffo abbraccio con accenno di stretta in vita e bacino sulla guancia sono quel che ti meriti per aver volontariamente ignorato i segnali che ti avrebbero risparmiato l’ennesima uscita inutile. Il messaggino successivo “Grazie per la serata, sono stato benissimo” è il resto che ti meriti per non avergli fracassato il cranio sul quadrante dello scooter al primo accenno di diniego.

Il lupo solitario è un altro grande classico over 40. Nell’80% dei casi vive ancora con mamma o se ne è separato da poco (per trasferirsi comunque in una sistemazione temporanea/impossibile, che gli permetta di tornare da lei tutti i weekend, pur mantenendo una parvenza di autonomia). Bello e single fin dagli anni Settanta, il caso umano in questione di solito ha una quantità illimitata di interessi che aggiorna con costanza e che sono tutti accomunati da un’unica caratteristica: si praticano in solitudine. Surf, tennis, ciclismo, arrampicata, jogging e snowboard sono gli sport preferiti, portati fino al limite della boxe e delle arti marziali varie, di cui però sopporta a fatica il grave peso degli allenamenti collettivi. È esperto di alberi, piante, fiori, animali, vita delle api, musica rock, metal, pop, suona 85 strumenti (ma mai fatto parte di un gruppo), conosce i cocktail, i cani, le montagne, guarda tutte le partite di calcio, basket, hockey su ghiaccio e paddington, sa tutto su spiagge e boschi, ha sofferto di attacchi d’ansia o di panico e le sue vacanze preferite – ovviamente – sono in moto. Il lupo solitario di solito lavora il minimo indispensabile per mantenersi, ma in tutto il resto del tempo è impegnatissimo con i suoi IRRINUNCIABILI ventimila hobby, i suoi settecento amici bisognosi alcolizzati ed ogni fine settimana – va da sé – DEVE cmq trovare una scusa per tornare a casa (da mamma).

In genere dichiara con stupefacente sicumera di volersi innamorare perdutamente, poi però – chissà come mai – nessuna donna è mai all’altezza degli standard (di mamma) che si è auto-imposto. La conquista di questo esemplare maschile è la più difficile, poiché la sua attenzione è sempre rivolta esclusivamente ai suoi amici, alla sua birra, ai suoi messaggi (di mamma).

Una volta attirato con forza nella trappola della seduzione, bisogna agire con fermezza e sbatterlo al muro e limonarlo duro, prima che lui possa cominciare a pensare che “in fondo boh, vorrei che si vestisse diversamente” (come mamma), “non voglio convivere e lasciare casa mia” (e mamma), “cazzo, questa non mangia carne quindi niente lasagne” (di mamma) e così via, in un turbine di paranoie che ci riporta irrimediabilmente a quel goffo abbraccio davanti al motorino: il momento preciso in cui tu ti rendi conto di aver schivato un precipizio.

Il lupo solitario, come il vino buono, migliora col tempo: di solito diventa un fascinoso cinquantenne brizzolato e abbronzato, con un buon profumo e la camicia stirata leggermente aperta. Nonostante i numerosissimi flirt, non avrà mai avuto una vera fidanzata, perché in fondo lui non ha mai voluto impegnarsi davvero. Un giorno tornerà da una vacanza solitaria con la moglie cubana, che lo lascerà dopo pochi mesi gettandolo nella disperazione. E – guarda un po’ – di nuovo tra le braccia di mamma.

Ah.

In questa sospensione della vita reale che chiamiamo convenzionalmente quarantena, il concetto di “binge watching” ha sfiorato nuove vette di malattia mentale. Anche io ho dato il mio contributo alla scienza, lasciando che Netflix avanzasse in automatico per due stagioni di Master Of None, una di Tiger King, la seconda di AfterLife, le tre di Narcos (raga, qui c’è l’aggravante dell’agente Peña che ha turbato il mio sonno già tormentato dall’isolamento), un paio di film cretini, tre o quattro documentari colti (per non diventare proprio il fighino con cervello sul comodino che guarda Uomini e Donne e passa le giornate a sfogliare il “New In” di Zara).

Esaurite le novità su Netflix, ho guardato in streaming Normal People (perché avevo letto un libro della Rooney, ma per fare l’alternativa non era quello), la 195esima stagione di Grey’s Anatomy (solo perché ho cominciato a guardarlo quando avevo otto anni e voglio sapere come va a finire), e la versione serie Tv di un grande classico letterario per musicofili: High Fidelity.
Se escludiamo la fighitudine incommensurabile di Zoe Kravitz ed il fatto che il suo personaggio gestisce un negozio di dischi, per il resto mi sono rivista in quasi tutti gli episodi. Io che mi chiudo in casa a mangiare cereali e compiangermi ascoltando Prince (certo: lei a New York, io al Trappolone, ma non è questo il punto), io che vado a concerti con capi di abbigliamento che forse non sarebbero destinati all’esterno, io che alla fine raggiungo sempre gli amici anche dopo aver detto no a tutti gli inviti, io che bevo e mi ubriaco da sola al bar, io che limono con un gran figo per poi scoprire che ha il 2 davanti all’età, io che annovero tra gli ex uno con cui ho passato un weekend, io che uso le emozioni di altri per comporre playlist che sono lettere d’amore.

Non ho mai capito se i segnali arrivano tutti insieme per darmi un ceffone secco, oppure sono io a non sapere di avere i germogli di un’idea in testa, a cui cerco di ricondurre tutto quello che mi capita. Sto cercando di sfruttare questo periodo di pausa dalla vita sociale per conoscermi meglio, per scoprire chi sono al di là della Fede “in funzione” di qualcuno o qualcosa, per smettere di cercare un uomo che dia un senso alla mia presenza sulla terra oltre che alla ceretta all’inguine. Ammetto che il più delle volte mi trovo scorbutica e irritante, non uscirei con me stessa e non riesco a dare una spiegazione alla quantità di amici ganzi che nonostante tutto mi restano intorno, ma questo periodo di isolamento insieme a quella stronza di me stessa mi ha fatto ricordare com’ero quando mi volevo bene. Ero dolce, solare, entusiasta, ingenua, credulona, sfrontata e affascinante nel mio essere me stessa fregandomene altamente del giudizio degli altri.

C’è una cosa di High Fidelity che mi ha colpita più delle canzoni di Bowie e dei poster dei Wu-Tang Clan: un dialogo tra Robyn ed il suo fidanzato (che poi diventerà il migliore amico gay – story of my life), in cui lui le dice che non conta ciò che pensi di essere; è quello che ti piace a definire chi sei. A me piacciono i maglioni dei vecchi, i tatuaggi e i libri sui pirati, la montagna, gli scheletri, mi piace la frangetta corta corta e i porcini fritti, mi piace essere quella a cui gli amici chiedono consigli sulle band e si fanno trascinare dalla mia follia a Marina di Ravenna per vedere l’alba sul mare.

Tra una puntata e l’altra mi arriva un messaggio del Biondo: «Come stai? Che fai?». Gli scrivo che sto pensando di partecipare al concorsone scuola e «magari divento una prof di filosofia, mi ci vedi?». «Magari – scrive lui – la prof di filosofia che faceva la barista al Covo, scriveva su Rolling Stone e andava ai concerti al Freakout». Il mio amico mi vede così e mi vuole bene (anche) per questo. Forse allora anche gli altri. Forse allora anche io. Forse allora non è tardi per essere quello che mi piace. Forse lo sono sempre stata.

Guardo altri due episodi e mi chiama un fotografo che lavora con Sara e che ho promesso di aiutare per un progetto. Parliamo spontaneamente di qualsiasi cosa per circa un’ora, poi in un momento di silenzio mi chiede: «Ma tu chi sei?». Dunque, boh, non saprei, sono amica di Sara dall’università, facevo la giornalista, ma ora non più, ora faccio la cameriera, però insomma, mi è rimasto il fiuto per le storie interessanti. «Beh – dice lui con un adorabile accento romagnolo – ma tanto per fare la giornalista sei sempre in tempo: puoi tornare ad esserlo quando vuoi».

Ah.

Le cose che ti dice uno sconosciuto: quelle di cui avevi bisogno. Quelle che annaffiano i germogli dell’idea che non importa cosa c’è scritto sul tuo curriculum o sul campanello: io sarò sempre quella che ascolta musica nella sua testa 24 ore al giorno, che va ai concerti in pigiama, che scrive lettere d’amore di notte e fa playlist per ogni stato d’animo. E questo sarà sempre l’unico punto fisso di tutta la mia storia: il resto sono sfumature che cambiano a seconda della luce e di quanta voglia di andare a fondo ha chi le guarda.

Pantone Cadavere

Ci si abitua a tutto. Alle mancanze, alle presenze, ai difetti propri e degli altri, a vivere insieme, a stare soli. Il tempo non cura tutte le ferite, è l’abitudine a permetterci di convivere con le cicatrici. Passano i giorni, le settimane, e quello che sembrava straordinario e inedito diventa la regola, diventa normale.

Dopo un mese e mezzo di quarantena la mia quotidianità si snoda tra gli angoli azzurri della camera da letto e quelli gialli del salotto (sì, lo so, vivo nella casa dei puffi), con qualche pausa giardino, ma breve perché sono Pantone Cadavere e perché tra le gioie di questa splendida annata posso annoverare la mia prima esplosione di allergia.
In un percorso a tappe fatto di letto-divano-sdraio-divano-letto-tavolo-letto, cominciano e finiscono giornate eterne consumate perlopiù a cucinare prelibatezze vegane (e fotografare, e inviare, e promettere ad amici entusiasti, che nel frattempo stanno grigliando costolette e arrosticini), a prendermi cura di me stessa per non precipitare nel girone estetico Controlla (barbona uoma sciatta con capello unto), a guardare serie Tv che tutti mi avevano consigliato («Chi cazzo sei, la Corea del Nord che non hai visto niente?»), a intrattenere rapporti telematici per non alimentare il Mauro Corona che è in me.

Nella nuova routine da isolamento forzato, è diventato normale vedere gli amici solo attraverso lo schermo del Mac o quello crepato del telefonino, ed è normale attendere le videochiamate con l’ansia con cui un tempo aspettavo di intervistare Peter Gabriel. Con la stessa eccitazione, del resto, vivo i minuti che mi separano dal portar fuori la spazzatura, per non parlare di quello straordinario giorno della settimana in cui torno a guidare l’auto e arrivo fino alla Coop del Comune limitrofo per fare la spesa: una vera fuorilegge.
Le giornate si aprono con la rassegna stampa Instagram e si chiudono con una breve videochiamata ai miei genitori, che per l’occasione hanno imparato ad usare whatsapp.
Tutto il resto è rimuginare.

Rimugino sul passato e sul presente, mentre cerco con tutte le mie forze di evitare il futuro per non concludere la quarantena in una vasca di Xanax. E ora che l’abitudine ha reso non solo accettabile, ma normale questa spaventosa situazione, ripenso a quante volte, nella vita, mi sono dovuta assuefare a situazioni straordinarie, inevitabili, terrorizzanti. E a quante volte la consuetudine sia stata la salvezza ma anche la vera fregatura. Perché il bello della quotidianità è che si rende evidente proprio quando ti viene sottratta, e in questo periodo più che mai ci troviamo a corto di tutto quello che fino al 7 marzo davamo per scontato.

Io, per esempio, mi sono sempre abituata a vivere in funzione di qualcun altro: la figlia di Bertino, la sorella della Lisa, la fidanzata di Dedu. Essere il riflesso di qualcun altro non ha certo agevolato la sicurezza in me stessa e nelle mie capacità, ma sicuramente ha alimentato la convizione di essere completa soltanto in presenza di qualcun altro. Così gli ultimi anni li ho spesi a cercare di riabituarmi a vivere in funzione di me stessa: ad ascoltarmi, a conoscermi, a capire chi sono e cosa voglio, a fare cazzate (soprattutto a fare cazzate) e ad imparare dagli errori per non finire come Meredith Grey, che alla 59esima stagione di Grey’s Anatomy continua a imperterrita a fare le stesse stronzate.
Forse mi ero assuefatta anche a vivere di questa ricerca senza fine, perché ora che mi trovo davvero sola, a fare i conti con me stessa, a pranzare e cenare da sola, a cavarmela con le mie uniche forze, non mi sembra di essere davvero preparata. Mi manca l’idea di poter prendere un aereo e andare a Barcellona da Daria, da Tobi e dalla Manu, o a Parigi dalla Fra, o ad Amsterdam da Jenni; mi mancano le Augustiner fresche al Mutenye, mi mancano i neon di Zara, i pranzi da Bio’s, la pizza di Totò, mi manca il consumismo. Ieri, in coda per entrare alla Coop, chiacchieravo di antropologia con un anziano signore (sì, perché tra le nuove consuetudini da quarantena ci sono amabili simposi con i vecchi davanti ai supermercati) e ci auguravamo che tutto questo potesse insegnare qualcosa all’umanità. Lui, sorridendomi con gli occhi rugosi mentre il vento gli sompigliava ciuffi di capelli candidi, ha detto «Quando finirà, torneremo a prendere aerei, comprare vestiti: ricominceremo a spendere soldi. Torneremo dritti tra le braccia del consumismo, perché questo è quello che normalmente ci fa sentire completi».

La normalità fino al 7 marzo era fatta di birre, straccetti di seitan e jeans nuovi: il consumismo ci rendeva completi. La normalità oggi è fatta di risotti, skypecall e pigiami: chissà cosa ci rende completi. Forse l’illusione di poter tornare esattamente a quello che avevamo lasciato, il miraggio di potersi infilare nuovamente nell’avvolgente routine a cui eravamo abituati. O forse dovremmo lasciare che il passato sganci l’ormeggio e ci lasci esplorare una nuova quotidianità, fatta di meno cose e più dialoghi, di delfini a Marina di Ravenna e cinghiali in via San Mamolo, di pranzi vegan cucinati da me mentre Sandro griglia arrosticini, di lunghe chiacchierate con gli anziani del quartiere e videochat con i miei genitori, di volersi bene a prescindere dal giudizio degli altri, di riempirsi la testa di cose belle e non gli armadi, di stare vicini anche quando si è lontani. La quarantena mi ha insegnato che le cose importanti non sono materiali, ma così sottili e trasparenti da trovare sempre un modo per entrare nella mia casa e scaldarla.

Urbi et orbi (ma soprattutto orbi)

Quando vivevo a Milano assistevo sempre ai saluti tra i miei due amici toscani: «Sicché?» domandava Jacopo, «Sicché niente» rispondeva Gilberto, poi si partiva verso il Frida con una sigaretta in bocca.

Ecco la mia quarantena è una lunga serie di “Sicché niente”, intervallati da qualche (non) contatto con umani dalla pelle pixelata e lunghi scambi di consapevolezze con le mie amiche romagnole, che di tempo per rimuginare direi che ne abbiamo in abbondanza.

Tralasciando i miei profondi e non richiesti pensieri sul cosmo e le infamate ai casi umani che frequentano le app per incontri, la cosa che mi ha stupito di più dell’isolamento forzato è che si è trasformato un po’ per tutti in una sorta di indulto sentimentale, una benedizione urbi et orbi (ma soprattutto orbi), uno spargimento di seconde possibilità neanche fossero granaglie ai piccioni.

Al giro di boa della quarta settimana chiusa in casa da sola con quel martire del mio cane, comincio ad aspettare con ansia i saluti da giardino a giardino col mio vicino geppo, che fino ad oggi avrei sempre preso a sprangate nella schiena perché lascia che suo figlio sociopatico giochi a pallone in casa, facendomi rivivere ogni fottuto giorno il terremoto dell’Irpinia. Si parla sempre e solo di argomenti futili e poltica livello base, ma tra uno «Speriamo che i no vax abbiano imparato qualcosa» e i consigli non richiesti sulle aziende agricole della zona «Che è sempre meglio comprare dagli italiani», mi verrebbe quasi voglia di tirare giù il muro di lauro che ho fatto crescere negli anni proprio per non guardare in faccia il poveretto.

Poi c’è il pelatone che vive sopra ai geppi, che io ho sempre snobbato perché è il classico palestrato color cuoio con i rayban a goccia, però al giorno 28 di reclusione, ho cominciato a sistemarmi prima di uscire in giardino la mattina, perché il geppo sarà anche sepolto da una siepe di quattro metri, ma il manzo muscoloso dal terzo piano mi vede e mi sorride ogni mattina mentre suda a torso nudo sulla cyclette sistemata sul terrazzino di un metro quadro e prende il sole, che non sia mai che si sbiadisca senza lampade. (Ecco, diciamo che con lui potrei aver rovinato tutto quando l’altro giorno mi sono addormentata sulla sdraio ancora ubriaca dalla skype call della sera prima, e temo abbia anche zoomato sulla striscia di bava che ho lasciato sull’edizione economica di Please Kill Me).

Non parliamo poi di amici che non sentivi dal tempo in cui eri nei lupetti e ti insegnavano cose utilissime per la tua vita adulta come cagare in un cesso chimico o incidere il tuo nome su un tappo di sughero, o quelli che hai conosciuto ad una dancehall in Salento 185 anni fa, quando nemmeno ti ricordavi il tuo di nome, figurarsi quello del fricchettone con i cani: in questo periodo sono tutti grandi amici bubicachiluli, e stavolta davvero la cena la facciamo, e poi prometto che vengo a trovarti, e ti posso garantire che ti ho pensato sempre in questi 93 anni di assenza, no – ma scherzi – tvb tantissimo anche io. Da quando non puoi parlarci, ogni essere umano sta davvero combattendo una battaglia di cui non sai nulla, ma ora vorresti conoscerne anche il minimo dettaglio. Qualsiasi voce non “metallizzata” dal segnale di merda del WiFi è una possibile interazione umana, ogni sorriso scambiato dietro la mascherina mentre imprechi in coda alla Coop è un segnale che ancora non sei un vampiro, ma un animale sociale che sta soffrendo la totale mancanza di convivialità.

Di contro – e qui lascerò di stucco i miei quattro fan accaniti – tutta questa mancanza di abbracciatone con i miei colleghi polacchi, tutto questo non toccarsi, non parlarsi, non annusarsi, tutto questo bisogno di amicizia e condivisione, tutta questa nostalgia delle chiacchiere a notte fonda davanti ad una pinta di Augustiner fresca (e al barista figo), ha preso il sopravvento sulla mia ricerca spasmodica del grande amore. Ho cominciato a bloccare gli stalker da social network (ah raga è una dipendenza, una volta imparato volevo bloccare anche il mio medico di famiglia), ho aperto e chiuso dopo sole otto ore il mio primo profilo su una app per il dating online (i dialoghi erano fantastici: «Ah fai l’infermiere, sarai impegnatissimo immagino» – «Sì. Quanto sei alta?»), e ho accettato l’idea che posso sopravvivere anche se non ho qualcuno a cui mandare la buonanotte.

Del resto il buongiorno posso darlo al vicino geppo di là dalla siepe, posso sorridere al pelato col petto lucido del terzo piano, e magari hanno ragione le mie amiche e finita la quarantena la daremo a tutti quelli che ce la chiederanno, ma per ora quel che mi manca di più sono i sorrisi, la complicità, le carezze, e forse anche la splendida casualità con cui fuori da qui puoi incrociare lo sguardo benevolo di qualcuno senza doverti dare appuntamento su Zoom.

Mostri cattivi

Grazie a questa quarantena, anche gli uomini avranno capito come ci si sente in pre-mestruo. Il mio umore cambia radicalmente da una stanza all’altra, e faccio notare che vivo in un bilocale. Entro in bagno euforica, pronta per truccarmi e acconciarmi che manco alla cresima, e ne esco con gli occhi di panda e le chiappe quadrate dopo essere stata venti minuti seduta sulla tazza a piangere disperata. Cucino ballando le mie verdurine, per poi condire con le lacrime le zucchine al curry e il riso basmati. Radiosa e brillante (ubriaca) in videochat, gattara senzatetto in cameretta.

(Questa foto è stata scattata a novembre 2019)

Visto che in questi giorni quasi nessuno ha una cippa da fare, ecco che proliferano online gli inutili e non richiesti articoloni di espertoni sulla qualsiasi. Ogni situazione ha un nome, ogni emozione un’etichetta, ogni tragedia una ragione (generalmente da ricercare in un’infanzia drammatica, fatta di cioccolatini negati e barbie rasate a zero). Ieri mi è dunque capitato tra le mani (o meglio tra i giga) il testo imprescindibile che spiegava l’ormai conclamata “depressione da quarantena”: un sentimento di sconforto, dovuto al fatto che la nostre psiche sta affrontando un evento completamente inedito che non ha idea di come fronteggiare, e quindi ha bisogno di tempo per adattarsi alla nuova condizione. Mi è sembrata la cosa più cretina che ho sentito nelle ultime settimane, e posso garantire che fra complotti, 5G, disinfettanti con gli elicotteri e tedeschi che non si ammalano ne ho sentite davvero parecchie.

Vorrei capire quali sono gli eventi “editi” della nostra carriera sulla terra; a cosa siamo realmente preparati psicologicamente; quale evento gioioso o drammatico siamo pronti ad affrontare perché ne conosciamo l’entità e le conseguenze; quando cazzo mai. Vorrei sapere se qualcuno si è mai sentito sereno nel seppellire un suo parente perché tanto dai, alla fine è già morta anche la nonna, cosa vuoi che sia. Vorrei mi dicessero se posso smettere di cercare la felicità, tanto a 40 anni sono già stata felice altre volte, cazzomene: sarà sempre la stessa storia.

Ci sono cose che davvero non capisco della psicologia e degli psicologi, ma altre che mi sono estremamente chiare. Ieri è morta mia zia da sola, in un letto di ospedale. Aveva 80 anni ed era malata da tempo, ma nessuno di noi ha potuto salutarla, nessuno di noi potrà seppellirla, ed io non potrò abbracciare mia madre che sta a cinque chilometri da casa mia e che ha perso sua sorella. E questo è indubitabilmente TRISTE.

La mia migliore amica da giorni ha tutta la famiglia in ospedale: la mamma allettata con l’ossigeno, il papà intubato, il nonno tenuto in vita per miracolo e la nonna ci ha lasciati la notte scorsa. Lei, a casa da sola in isolamento forzato, aspetta ogni sera la chiamata di uno dei tre ospedali per avere notizie delle persone più importanti della sua vita. E non ha nemmeno la possibilità di recuperare la fede nuziale della nonna. E questo è incredibilmente, indubitabilmente TRISTE.

Ci sono eventi in questa vita che sono oggettivamente drammatici e difficili da affrontare, quello che sta succedendo là fuori dal mio bilocale è uno di questi. E per quanto io ami fare la cogliona superificiale che fa ridere con le battute sagaci, ci sono momenti in cui mi siedo sulla tazza e tutto questo dolore prende il sopravvento sui buoni propositi, i manicaretti salutisti, le chiappesode, la casa splendente e la rinascita dal fango.
Poi mi appare in videochiamata mia nipote Bianca, 3 anni, che non capisce perché piango e mi chiede se può guardare Harry Potter: “Stai tranquilla zia, i mostri cattivi io li ho già visti e non mi fanno paura”.

Quaranteen

Non esco di casa da tredici giorni. I primi sette li ho trascorsi deambulando in pigiama tra letto e divano, immersa quasi costantemente in un Instagram-mondo fatto di gente con fiori in faccia, lune in fronte, pelle di pesca, guance luminescenti, orsetti gommosi sulla testa, e raga se avessi saputo che andavano tanto di moda le lentiggini avrei fatto l’influencer.

Ho alternato Netflix a piantarelli insensati, skypato la mia disperazione alle amiche all’estero che ancora non avevano idea di cosa stesse succedendo, ho persino creato un profilo in un sito di incontri con la speranza di trovare qualcuno con cui fare quattro chiacchiere in quarantena (profilo cancellato dopo sole otto ore all’ennesima richiesta di “foto tette”). Ho versato qualche lacrima pensando al compleanno che passerò in casa ad ubriacarmi da sola invece che in Giordania con mia sorella, e al 50esimo anniversario di matrimonio dei miei genitori, per il quale avevo preparato album fotografici e cenoni con i parenti. Ho corretto tutti i congiuntivi nei testi delle canzoni dei Lunapop, che il mio vicino si ostina a cantare a squarciagola ogni pomeriggio alle 18, e lasciato che il mio cane trasformasse il giardino in un campo minato di merde.

Poi una mattina mi sono svegliata presto e ho capito che solo io posso decidere se questo tempo indefinito di reclusione che ho davanti è un’opportunità oppure una condanna. Ho indossato la mia maglietta leopardata preferita (ragazze, quando avrete 40 anni capirete) e ho stabilito un piano serrato per sfruttare al meglio la nullafacenza. In cinque giorni ho messo insieme tante di quelle nuove abitudini da dovermi segnare in agenda le conference call con gli amici. Ho imparato grazie ad un tutorial a farmi le fondamentali “beach waves” con la piastra per capelli, sto cucinando piatti equilibrati e leggeri che mai avrei pensato di essere in grado di realizzare; faccio pilates tre giorni a settimana con un workout in diretta su Instagram che si chiama “chiappasoda”, e ieri sono caduta per terra praticando yoga davanti al computer (livello flessibilità: Maria De Filippi). Ho pulito tutta la libreria, spolverando volume per volume, e riordinato i libri per contenuto: musica, arte, narrativa prefe, narrativa a caso, pirati, poesie, guide. Ho messo a posto tutte le foto e districato fili elettrici nel leggendario scatolone “cavi” che tutti noi teniamo da qualche parte nell’armadio; ho sentito e consolato gli amici, anche quelli che vivono lontano, ho scoperto di amare lo yogurt di soia e di avere tantissimo bisogno di mollette colorate per i capelli.

Ho ascoltato musica che non sentivo da anni, e poi ho scritto: favole, racconti, diari, battute divertenti, messaggi d’amore. Ho scritto per me, mi sono vestita e truccata per me, voglio essere in forma per me, voglio imparare cose nuove per me. Questo isolamento forzato lontano da tutti è forse il momento perfetto per reimparare a conoscermi ed eventualmente reinnamorarmi. Capire cosa desidero e dove vorrei arrivare, libera dal giudizio e dalle opinioni dei miei genitori, di mia sorella, degli amici, dei conoscenti. Siamo io ed io in questa vacanza introspettiva alla ricerca delle mie qualità, e sono certa che da questa esperienza assurda uscirò migliore di come ci sono entrata. Di sicuro avrò una casa pulitissima e capelli molto più alla moda, conoscerò mio malgrado tutti i testi dei Lunapop e – se sopravvivo allo yoga – avrò le chiappe più sode del west.

Holiday On Ice

Da sei giorni non ho alcuna interazione umana “reale”, eccetto il cassiere della Coop che giovedì scorso, borbottando dietro una mascherina chirurgica, mi ha chiesto se colleziono i bollini, e mia madre che gesticola attraverso la vetrata del pianerottolo in cui le lascio la spesa: un paio di minuti al massimo, poi scappo in auto perché mi viene regolarmente da piangere senza motivo.

Solitudine, isolamento. Concetti che in questi anni ho temuto ed agognato, disprezzato e desiderato. Oggi obbligatori e fatti di telefonate lunghissime, vocali eterni, flash mob, facetime, dirette su Instagram, shopping online, ti chiamo dopo, ci vediamo su Skype, aperitivo in conference call.
Io stamattina mi sono alzata col mal di schiena, ho aperto le finestre, fatto colazione, una doccia calda, ho asciugato i capelli e li ho persino spazzolati, ho infilato i leggings neri e la felpa nera (che non c’è un cazzo da stare allegri). Mi sono guardata nello specchio e ho pensato che forse dovrei farmi una maschera, o truccarmi un po’, o magari mettere lo smalto rosso che fa tanto figa francese stilosa. Poi ho anche pensato: ma per chi. Non sono una farmacista, un’influencer di Instagram che fa le dirette con gli amici fighi, una personal trainer intelaiata che pubblica gli esercizi per rassodare le chiappe, non faccio la cassiera della Coop dove riesco almeno a propinare bollini. Non posso uscire dal mio bilocale se non per far fare al cane il giro dell’isolato (tanto poi mi caga in giardino), e il vestito di paillettes in stile Holiday On Ice potrebbe intralciarmi nel cammino.

Va da sé che lo scenario apocalittico è ideale per rimuginare sugli errori del passato, imparanoiarsi sul presente e deprimersi per il futuro. L’eventuale fine del mondo scatena il rimpianto per non aver chiesto il numero al barista carino (e il rimorso di averlo dato al caso umano al bancone), la voglia di aprire un account Tinder, la necessità smodata di fare sexting con uno sconosciuto a caso così, tra la tisana e le chips di cavolo nero, per poi non sentirsi mai più. Ma soprattuto la pandemia ha acceso in me il fottuto pulsante del bisogno di affetto e di attenzioni. Così in una settimana di isolamento (e ovulazione, temo) ho mandato a puttane tutti gli sforzi fatti in cinque anni da gran signora a guardar tutti dall’alto del mio cuore di pietra / non vi cago merde.

Nell’ordine ho chiamato il mio ex storico, che ovviamente non ha risposto al telefono. Allora, per paranoia ma soprattutto per principio, gli ho mandato un sms preoccupato, a cui ha fatto seguito risposta telegrafica rassicurante, che ha scatenato il mio sfogo “sono triste, cassintegrata, a casa col cane”, e allora lui giustamente ATREYU, IL NULLA. Poi ho frantumato i coglioni a Giulio, che per sua fortuna vive dall’altra parte del mondo, ma ha fatto l’errore di abituarmi ad un rapporto a tratti morboso fatto di chat notturne (le mie) e vocal ventosi (i suoi), tenuti insieme dal reciproco “ci sono sempre per te”, che quando un uomo ti dice così vorresti non vivesse in Australia per sfidare la quarantena e farti arrestare mentre corri a dargliela, così senza neanche un velo di correttore per le occhiaie. Poi ho scritto al fratello della mia migliore amica: mai visto dal vivo, ma colto e gentile al punto da entrare ad honorem nella rosa dei candidati alla mia prossima ossessione virtuale. Infine sono anche riuscita a rendermi ridicola cercando invano di recuperare il numero del barista carino, che nel frattempo sta però trascorrendo la quarantena in compagnia di un’altra, probabilmente con una ventina d’anni in meno di me e sicuramente una manciata di dignità in più.

Poiché l’isolamento è previsto almeno per altre due settimane, mi riservo la possibilità di mandare un sms al mio ex miglior amico con cui non parlo da otto mesi ma di cui sento la mancanza, di chiamare l’uomo sposato di cui sono stata l’amante per quasi un anno e del quale mi sono liberata a suon di lacrime e terapia, di compilare un profilo su OkCupid e accettare i bollini dal cassiere della Coop, che sostiene di essere svedese di padre arabo e madre pure.

Purtroppo essere consapevoli delle proprie fragilità non basta a tenere insieme i pezzi. So bene di aver tentato tutte queste strade per sfuggire alla solitudine e non rassegnarmi all’idea che non ho nessuno in testa e nel cuore (con cui per altro fare una bella videochiamata in ghingheri), ma ho anche la certezza che quei sentieri mi riportano sempre qui. Al mio bilocale, al mio cane morboso (da chi avrà mai preso?), alle mie occhiaie da intonacare ogni mattina, alle mie lacrime senza senso, alle videochiamate, alle conference call con le mie amiche, alla mia mamma che mi manda i baci dietro il vetro, alla mia voglia di amore e attenzioni, che qualche volta mi fa perdere completamente il lume della ragione, ma per la maggior parte del tempo mi fa essere la pazza dolce e romantica che porta fuori il cane con addosso un vestito da sera.