Sonny Boy

Ero la più piccola di sette cugini dal lato paterno della famiglia. Molto più piccola. Siamo cresciuti passandoci per sette volte gli stessi vestiti rammendati nella vecchia casa di Tavernola, alla fine di una stradina che si tuffa nel bosco della Penna, ai confini col Fosso della Nebbiaia.

Prima della guerra, la casa colonica era un’osteria gestita dai miei bisnonni, ma negli anni Ottanta di quelle antiche origini restavano solo le numerose stanze per gli ospiti al piano di sopra, e l’enorme salone con un lunghissimo tavolo da 30 posti a sedere, posizionato davanti al camino sempre acceso: unica fonte di riscaldamento dell’intera – grandissima – abitazione destinata ai pellegrini.

Poiché ero la più piccola – molto più piccola – e poiché come quasi tutti i miei coetanei sono figlia di genitori poco inclini a fare caso all’emotività, le mie giornate trascorrevano nella solitudine totale nei boschi di Tavernola, alla ricerca di fragoline selvatiche, ciclamini o animaletti da accudire. Mi riavvicinavo a casa solo quando sentivo in lontananza i vinili di Lucio Dalla gracchiare dalla finestra a metà del primo piano, segnale che Mirko stava probabilmente leggendo un fumetto di Diabolik, ascoltando Meri Luis e Grande Figlio di Puttana.

Mi sedevo sulla vecchia mangiatoia di pietra e chiudevo gli occhi col naso all’insù, mentre il testo di Disperato erotico stomp veniva costantemente interrotto dalle urla della nonna Adelma che intimava di abbassare il volume, o la puntina si incantava su Sonny Boy a metà strada tra Ferrara e la luna.

Mio cugino Mirko è stato il primo essere umano ad assumere per me le sembianze di un supereroe. Era bello, di una bellezza fortunata e sfacciata, con la testa piena di boccoli biondicci e un sorriso che gli strizzava tutta la faccia in una smorfia dolcissima. Aveva gli occhi neri infossati in quel viso perfetto, con la voce roca di chi fuma un pacchetto di Marlboro dall’età di 15 anni. Soprattutto mi voleva bene in maniera diretta e genuina; non per essere il mio preferito, non perché fosse giusto farlo, solo perché vedeva l’essere umano dentro la bambina e aveva cura della sua unicità.

Tra noi correva una discreta differenza d’età: quando io ero una bimba di 6 anni, lui era un ragazzo di 20. Nonostante questo, mi coinvolgeva sempre nelle sue bravate, convincendomi che il mio aiuto fosse davvero fondamentale. Partivamo quindi alla ricerca di funghi nei boschi più pericolosi della vallata: lui avanti col cestino di vimini e i Levis scuciti sulle tasche; io dietro, con una felpa ereditata con su scritto ANTONELLA, a passo spedito per non staccarmi troppo da lui e dal suo affetto. Una volta ingaggiammo una gara di sassate alle botti di vino del nonno, con grande vittoria per chi fosse riuscito a spaccare più vetri. Un’altra volta riempimmo d’acqua due secchi e ci inoltrammo per 3 o 4 chilometri fino alle Lastre, dove mia sorella e una sua amica stavano prendendo il sole in costume, soltanto per far loro un clamoroso gavettone e tornare a casa di corsa sghignazzando. Un giorno mi portò con sé a pescare in un laghetto in fondo a una valle impervia, ma il clima cambiò all’improvviso e cominciò a grandinare fortissimo, così lui raccolse l’attrezzatura con un braccio, strinse me al petto con l’altro e mi riportò sana e salva (ma in ipotermia) davanti al camino di Tavernola.

Bello e spavaldo, Mirko aveva ogni estate delle fidanzate bionde con acconciature fantasiose, che io ovviamente ammiravo e detestavo allo stesso tempo. Mi domandavo sempre come avessero fatto a conquistarlo, lui che per me era inafferrabile e divino, e mi auto-rassicuravo pensando che tanto non si sarebbe davvero lasciato prendere, non avrebbe riservato il suo grande cuore a una sola donna.

Quattordici anni fa Mirko aveva l’età che ho io oggi, 45 anni, quando gli hanno diagnosticato il cancro ai polmoni. Nonostante non fossi più la bimba che si caricava in spalla fuori dalla casa di Tavernola ma un’adulta consapevole, ho rimosso alcuni dei ricordi più dolorosi di quei lunghi mesi in cui la malattia ha consumato il mio supereroe, togliendogli i muscoli e i ricci biondi, spegnendo il suo sorriso e cancellando il colorito abbronzato da quel viso un tempo radioso. In me è rimasta però indelebile la paura che la sua mano abbandonasse la mia in quel letto d’ospedale mentre eravamo soli, che lui scegliesse proprio me come unica testimone del suo addio alla vita. Invece mi ha risparmiato anche quel dolore.

A un mese dalla sua morte l’ho sognato, o meglio: ho sognato il suo fantasma che mi faceva visita nel sonno. “Svegliati Fedi, devi venire con me in un posto”. Una sua versione effimera e traslucida mi accompagnava nel buio della notte fino a un’auto, che per ovvi motivi mi chiedeva di guidare fino a Forlino, il paese a pochi chilometri da Tavernola in cui i nostri genitori erano cresciuti da bambini. Mirko mi chiedeva di scendere dall’auto e restare accanto a lui sul ciglio della piccola strada sterrata, in contemplazione dei campi che corrono giù fino alla valle.

“Fedi, ascoltami, solo tu puoi fare in modo che queste terre non vengano dimenticate. Io mi fido di te”. Non capendo cosa volesse dirmi, mi sono limitata ad annuire e restare qualche istante immobile nella solitudine del bosco notturno, aggrappata al mio supereroe in qualche modo ancora presente, ancora mio. Durante il viaggio di ritorno ho sentito la sua luce affievolirsi a poco a poco nel sedile accanto a me, e il suo spirito sparire dall’auto come le lucciole in estate, che tante volte avevamo ammirato insieme. Mi sono svegliata infinitamente triste.

Dopo qualche giorno i miei genitori mi hanno invitata a pranzo e con un filo di malinconia ho raccontato loro il bizzarro sogno che avevo fatto. In un istante ho visto mio padre diventare bianco come il tovagliolo che si è portato al volto, e con la voce rotta dallo sgomento chiedermi se stessi facendo un macabro scherzo dopo aver sentito qualcuno dei nostri parenti. “Questa mattina sono stato dal notaio – ha detto incredulo mio babbo, allora 65enne cresciuto in una pragmatica famiglia di contadini di Grizzana Morandi -. Mi ha detto che Mirko ti ha lasciato alcune terre nella zona di Forlino”.

A distanza di 14 anni non ho ancora capito cosa potrei fare di quei due campi. Qualche volta, in estate, vado lì col mio cane e mi siedo a contemplare la valle come se Mirko fosse accanto a me. Resto lì fino a sera, fino a quando il buio accende le lucciole e le stelle del cielo. Allora chiudo gli occhi col naso all’insù e mi chiedo se Sonny Boy sia ancora a metà strada, o sia arrivato alla luna.