Il lupo solitario

A tutte noi diversamente sbarbe nate negli anni Settanta è capitato di uscire a bere una sciocchezza con uno che dichiaratamente ci trova bellissime, intelligentissime, brillantissime, simpaticissime, sexyssime. Poi è capitato che i drink diventassero due, o tre (o dodici per chi come me ha fatto la barista in adolescenza e regge più di un camionista), e allora che fai non ci mangi qualcosa per fare il fondino? E un Cynar con ghiaccio non ce lo metti per digerire la cena vegan? E l’alba al Pratello non la vuoi vedere? Insomma, dopo sette ore di complimenti superlativi e dopo aver esaurito le riserve alcoliche del Lussemburgo, ti trovi davanti al motorino – ove lui cavallerescamente ti ha accompagnato – ad attendere il limonissimo che ti faccia dimenticare tutti i casi umani su cui stai scrivendo un tomo di 900 pagine.

E invece no.

Goffo abbraccio con accenno di stretta in vita e bacino sulla guancia sono quel che ti meriti per aver volontariamente ignorato i segnali che ti avrebbero risparmiato l’ennesima uscita inutile. Il messaggino successivo “Grazie per la serata, sono stato benissimo” è il resto che ti meriti per non avergli fracassato il cranio sul quadrante dello scooter al primo accenno di diniego.

Il lupo solitario è un altro grande classico over 40. Nell’80% dei casi vive ancora con mamma o se ne è separato da poco (per trasferirsi comunque in una sistemazione temporanea/impossibile, che gli permetta di tornare da lei tutti i weekend, pur mantenendo una parvenza di autonomia). Bello e single fin dagli anni Settanta, il caso umano in questione di solito ha una quantità illimitata di interessi che aggiorna con costanza e che sono tutti accomunati da un’unica caratteristica: si praticano in solitudine. Surf, tennis, ciclismo, arrampicata, jogging e snowboard sono gli sport preferiti, portati fino al limite della boxe e delle arti marziali varie, di cui però sopporta a fatica il grave peso degli allenamenti collettivi. È esperto di alberi, piante, fiori, animali, vita delle api, musica rock, metal, pop, suona 85 strumenti (ma mai fatto parte di un gruppo), conosce i cocktail, i cani, le montagne, guarda tutte le partite di calcio, basket, hockey su ghiaccio e paddington, sa tutto su spiagge e boschi, ha sofferto di attacchi d’ansia o di panico e le sue vacanze preferite – ovviamente – sono in moto. Il lupo solitario di solito lavora il minimo indispensabile per mantenersi, ma in tutto il resto del tempo è impegnatissimo con i suoi IRRINUNCIABILI ventimila hobby, i suoi settecento amici bisognosi alcolizzati ed ogni fine settimana – va da sé – DEVE cmq trovare una scusa per tornare a casa (da mamma).

In genere dichiara con stupefacente sicumera di volersi innamorare perdutamente, poi però – chissà come mai – nessuna donna è mai all’altezza degli standard (di mamma) che si è auto-imposto. La conquista di questo esemplare maschile è la più difficile, poiché la sua attenzione è sempre rivolta esclusivamente ai suoi amici, alla sua birra, ai suoi messaggi (di mamma).

Una volta attirato con forza nella trappola della seduzione, bisogna agire con fermezza e sbatterlo al muro e limonarlo duro, prima che lui possa cominciare a pensare che “in fondo boh, vorrei che si vestisse diversamente” (come mamma), “non voglio convivere e lasciare casa mia” (e mamma), “cazzo, questa non mangia carne quindi niente lasagne” (di mamma) e così via, in un turbine di paranoie che ci riporta irrimediabilmente a quel goffo abbraccio davanti al motorino: il momento preciso in cui tu ti rendi conto di aver schivato un precipizio.

Il lupo solitario, come il vino buono, migliora col tempo: di solito diventa un fascinoso cinquantenne brizzolato e abbronzato, con un buon profumo e la camicia stirata leggermente aperta. Nonostante i numerosissimi flirt, non avrà mai avuto una vera fidanzata, perché in fondo lui non ha mai voluto impegnarsi davvero. Un giorno tornerà da una vacanza solitaria con la moglie cubana, che lo lascerà dopo pochi mesi gettandolo nella disperazione. E – guarda un po’ – di nuovo tra le braccia di mamma.

Previously on Fedeland

Ormai non ho più vent’anni nemmeno io che li ho sempre avuti. Allo scoccare della mezzanotte la carrozza si è trasformata in Panda a metano e gli anni compiuti sono diventati 40. Vissuti pericolosamente non saprei, intensamente di sicuro.
Non ricordo bene (del resto sono vecchia) come mi aspettassi di essere a questa età quando ero una ragazzina. Probabilmente mi visualizzavo (vecchia) con una carriera avviata ed un matrimonio da favola, un marito con gli occhioni azzurri che mi sorridesse la mattina porgendomi il caffè. Diciamo che la carriera avviata si è interrotta qualche anno fa, così come la convivenza da favola. E il sorriso con caffè dagli occhioni azzurri per un periodo ce l’ho anche avuto, peccato fosse il marito di un’altra. Non tutto è andato come previsto, diciamolo pure. Ma sono convinta che non siano state sbagliate le scelte, piuttosto che fossero sbagliate le previsioni.

Compio 40 anni senza rimpianti. Cazzo che liberazione scriverlo. Compio 40 anni e me ne impippo degli sguardi impietositi e guidicanti sul fatto che non ho messo al mondo marmocchi urlanti, che un domani incolperanno me per le loro scelte sentimentali sbagliate. Compio 40 anni e sono consapevole delle scelte fatte. Il che mi permette di ignorare le critiche costanti e i giudizi non richiesti. Non ho mai desiderato figli nemmeno quando ero innamorata e fidanzata da una decade, non ho voluto sposarmi neanche quando me l’hanno chiesto in ginocchio con un anello in mano, non voglio mangiare carne perché preferisco che nessuno muoia per sfamarmi, non voglio fare carriera perché non reggo lo stress e la competitività, non voglio vivere a Milano perché divento triste. Forse non so bene cosa voglio, ma di certo so cosa non voglio. Non voglio una vita piatta e monotona, non sono fatta per questo. Sono una lunatica, capricciosa, istintiva rompicoglioni che ha sempre bisogno di botte di vita per non deprimersi o annoiarsi.

Mia madre dice che a me capita in una settimana quel che agli altri succede mediamente in una decina d’anni. La settimana scorsa, per esempio, mi sono trovata testimone di un triangolo amoroso imbarazzante, ho cominciato e concluso un’intensissima corrispondenza via messenger con un amico che vive dall’altra parte del mondo, ho rivisto un uomo che avevo conosciuto a Barcellona a settembre e che aspettavo di rivedere da allora, e il mio grande amore impossibile si è presentato a sorpresa nell’osteria in cui lavoro. Tutto questo in soli cinque giorni, al modico prezzo di un paio di notti insonni. Fortunatamente nella stessa settimana sono andata a Parigi per il weekend, e la prima sera ho conosciuto un ragazzo che si è appena trasferito ad Atene, dove – guarda caso – mi trovo ora per un viaggio-regalo di mia sorella. Se la mia vita sentimentale fosse una serie tv, il “previously” sarebbe più lungo della puntata stessa.
Sono una specie di catalizzatore naturale di disavventure: ho un talento innato per la complicazione di cose semplici, una propensione per le irregolarità, una passione sfrenata per gli imprevisti, i colpi di testa, le cazzate. Gli amici mi aspettano al bar di quartiere per la nuova stagione di Fedeland, dove ogni settimana combino qualche casino in qualche parte del mondo. E ridono come pazzi delle mie storie (vere).

Non credo sia un caso che le cose siano andate così. La vita uno se la costruisce come la desidera, e anche se qualche volta mi lascio confondere dal retaggio culturale di “quel che avrei dovuto essere”, sono abbastanza soddisfatta di quel che sono. E della mia storia, intensa e divertente, a tratti incredibile. Ho un sacco di avventure da raccontare, e la cosa più sconvolgente, è che sono tutte realmente accadute in questi 40 anni.