B3: colpita ma non affondata

Per definire il mio rapporto con i medici bisognerebbe coniare un termine di significato contrario a ipocondriaca, chessò, una roba tipo POCOCONDRIACA. Solo negli ultimi tempi, complice la maturità (e soprattutto la mia grande amicizia con la Dottoressa Cookie, che mi cazzia ogni santa volta che ci vediamo a pranzo), ho cominciato a prestarmi controvoglia agli screening strettamente necessari. Sia chiaro che a queste visite vado sempre con lo spirito dell’adempiere a una rottura di scatole e la convinzione di farmi confermare che è tutto a posto, perché io – si sa – sono una macchina perfetta.

Ad aprile ho compiuto 45 anni e allo scoccare della mezzanotte, invece di vedere la Panda a metano trasformarsi in zucca e la mia faccia in quella di Winona Ryder, ho visto apparire sul mio fascicolo sanitario la proposta di screening mammografico della Regione. Facciamo anche questa, mi sono detta. Stacco di un mesetto e sono corsa all’ospedale durante la pausa pranzo per farmi strizzare le tette tra due vetri, mentre un’infermiera poco incline allo small talk (e poco amante dei tatuaggi) mi aggiornava su come avrei ricevuto gli esiti nel giro di 20 giorni per posta ordinaria.

La mattina dopo è squillato il telefono mentre ero in tangenziale sulla via dell’ufficio: “La chiamo dalla segreteria dell’Ospedale Sant’Orsola, dovrebbe tornare per ulteriori accertamenti”.

Ah.

Devo ammettere che un sottile brivido mi ha attraversato la schiena, ma è stato solo un istante, perché io – si sa – sono una macchina perfetta, e quindi ci sarà stato sicuramente qualche errore tecnico. Ho preso appuntamento per il giorno successivo, arrivederci e grazie, e via verso nuove mirabolanti avventure.

L’indomani ero di nuovo lì: stesso ambulatorio, stesso esame, differente infermiera. Fino allo strizzamento delle ragazze tra i due vetri ho continuato a pensare alle immagini venute male, alla posizione errata, a quella cretina sgodevole di due giorni prima che certamente aveva fatto qualche cazzata nel consegnare i miei esami. In effetti questa infermiera era gentile, troppo gentile, gentilissima; tanto che ha cominciato a insinuarsi in me il dubbio di essere un caso clinico meritevole di particolare riguardo.

La mazzata alla macchina perfetta è arrivata pochi secondi dopo, quando – ancora intrappolata in quello strumento di tortura – sono riuscita a voltarmi per vedere cosa succedeva alle mie spalle. Oltre i monitor che illuminavano il volto dell’infermiera gentile nel buio della stanza, dietro le sue spalle coperte dalla rassicurante divisa rosa, due medici in camice bianco stavano osservando, in piedi, le lastre che apparivano man mano sullo schermo. In quel momento ho carpito uno scambio di sguardi tetro e preoccupato. Un brivido di paura mi è salito lungo la schiena.

Al termine di un’ecografia di oltre 40 minuti, che mi ha lasciato lividi e non poca ansia, un medico con pochi capelli e gli occhi chiari mi ha detto “Vediamo una lesione in entrambe le mammografie, che invece non riesco a vedere nell’ecografia. Mi dispiace ma dovrà tornare per una biopsia chirurgica. Ah, e signorina, si faccia accompagnare da qualcuno: non è un bell’esame e dopo non potrà né guidare né prendere un mezzo pubblico”.

Ah.

Il problema di cercare su internet informazioni sul perché ti richiamino dopo una mammografia, su cosa sia una lesione, su come si svolga una biopsia chirurgica, non è soltanto il grado di tragicità senza contesto di quel che trovi, ma soprattutto l’accensione di un algoritmo insensibile e feroce, grazie al quale ti trovi in un hotel di Roma a scrollare tutte le sere storie di donne che hanno attraversato l’inferno e che, qualche volta, nemmeno sono arrivate in fondo alla partita.

A questo va aggiunto che a spegnere le mie paranoie in quei momenti c’era solo la poverissima Dottoressa Cookie, sempre e comunque a un whatsapp di distanza, e a mettere a rischio il suo matrimonio pur di non confessare a nessuno il segreto di cui si stava occupando da remoto.

Il dramma esistenziale delle persone come me, infatti, è che tendono a chiudersi e dare l’impressione di sapersela cavare in ogni occasione, salvo poi sentirsi sole e abbandonate perché nessuno ha magicamente percepito l’esistenza di un problema enorme dietro i loro sorrisi forzati o i dinieghi alle richieste di aiuto.

Non mi vergogno più di niente dagli anni Ottanta, figuriamoci se ho problemi a confessare che a mandarmi veramente in crisi non sono state le parole “lesione”, “biopsia” o tutti i tecnicismi collegati; ad aprire una voragine nella mia già precaria emotività è stata l’idea che avrei dovuto chiedere a qualcuno di portarmi a casa dall’ospedale, in un giorno infrasettimanale in cui la gente lavora e non ha voglia di rotture di cazzo altrui, o di sentir parlare di un problema di salute che ancora non ha un nome ma ha i contorni di un grandissimo casino. Quel qualcuno, poi, va scelto accuratamente, ché se al rientro da una biopsia devo sentir parlare dell’ex che non richiama o della zia che ha avuto un tumore al seno ma vive benissimo anche senza capezzolo, preferisco chiamare un tassista e pagarlo per stare in silenzio dal Sant’Orsola fino al portone di legno di casa mia.

Come sempre, l’unico davanti al quale non ho freni nel descrivere la mia disperazione è Gabriele, lo psicologo. Lui lo pago per ascoltarmi e allungarmi i fazzoletti, oltre che per sentirmi cazziare ogni volta che perdo la capoccia per un caso umano e mi privo della dignità umana. Per l’unico abbraccio genuino ricevuto in quel limbo di paranoie e inconsapevolezza no, non lo pago: quello è un extra che voglio illudermi riservi solo a me, che in fondo non sono la più psicopatica del catalogo e spesso lo faccio pure ridere.

Quella sera Gabri mi ha detto che avrei dovuto smettere di prendermi cura degli altri e lasciare che questa volta fossero loro a farlo. Di non pensare alle reazioni degli amici, alla tristezza che avrei provocato nelle mie nipoti, alle preoccupazioni che avrei dato ai miei genitori, ma di concentrarmi solo sulle mie reazioni, la mia tristezza, le mie preoccupazioni. “Ci sei tu adesso. Esci da qui e di’ alle persone che ti vogliono bene che stai male e hai BISOGNO di loro”.

Dall’auto ho chiamato Angela, la radio mandava The policy of truth dei Depeche Mode e paradossalmente io non riuscivo a vuotare il sacco, così abbiamo parlato un pochino delle sue proposte per il weekend: una mostra d’arte, il tour dei mulini. “Angie, giovedì devo fare una biopsia chirurgica al seno” – “Ok, vengo io all’ospedale, chiedo le ferie domattina” – “Ma se non riesci chiedo a qualcun altro” – “Se vuoi chiedi a qualcun altro, io però vengo lo stesso”. Non me lo ha nemmeno fatto chiedere. Non mi ha nemmeno fatto spiegare. Ha detto che sarebbe stata lì a guidare la mia Panda e non le importava se fosse necessario o meno. Non mi sono più sentita sola.

La mattina ho chiamato la Dani e ho detto tutto anche a lei: “Vengo anche io”.

La mattina del 22 ho pulito casa e portato fuori il cane. Angela è arrivata non troppo in anticipo e siamo andate all’appuntamento con bizzarra serenità. L’intervento è stato orribile, infinito, doloroso, scomodo, freddo. Mi hanno fatta accomodare con l’ago nel braccio e una fasciatura strettissima fino al collo in un salottino pieno di donne senza capelli che mi indirizzavano sorrisi complici, mentre cercavo di far ridere Angela elencando tutti i numeri di telefono che avrei potuto ottenere con la scusa del cancro.

La biopsia è stata l’inizio di un calvario psicologico, in cui ho passato ogni notte e chiedermi perché avrebbero dovuto farmi un esame così invasivo se non avevano intuito nulla di veramente grave; perché avrebbero dovuto lasciare una clip nel punto preciso della lesione, se non per guidare il chirurgo durante una futura operazione, perché si sarebbero guardati in quel modo intimamente preoccupato se non dopo aver visto il peggiore dei carcinomi.

I dieci giorni di attesa sono durati 10 anni. Nell’80% delle mie giornate ho cercato di concentrarmi sul lavoro: prendere più impegni possibili, partecipare a tutte le riunioni, essere in ogni trasferta, macinare tutto il macinabile. La sera, però, non ero nel mood di uscire, me ne stavo sola sul lettone a scrollare le tragedie inanellate dall’algoritmo infame, e le paranoie non mi hanno permesso di dormire nemmeno un minuto.

Qualche volta lo sconforto ha avuto la meglio, così ho cercato di annullarlo col conforto delle mie amiche, che hanno accolto le mie paure e raccolto le mie lacrime.

Ho programmato ogni istante dei due weekend che mi separavano dalla sentenza: all’appuntamento di lunedì mattina sono arrivata sfranta e con le occhiaie viola, aggrappandomi alla mano sottile della Dani, che stringeva forte la mia nel solito salottino del Sant’Orsola senza mai mollare la presa. Tra un esame e l’altro (le mie tette sono sempre state protagoniste della mia vita ma non pensavo fino a questo punto), abbiamo cercato in silenzio di carpire il significato recondito dei saluti di medici e infermieri, di interpretare la scelta di chi vedendomi abbassava lo sguardo: cosa penseranno, perché si ricordano, hanno pena per me.

Finalmente da una delle 10 porte è uscita la dottoressa che aveva eseguito la biopsia (giuro che dopo questa esperienza non sarò mai più in grado di usare il trapano con serenità), con sguardo fermo ha detto “Federica, venga”. La Dani si è alzata e mi ha seguita in silenzio nel labirinto di ambulatori, mentre io osservavo il camice bianco ondeggiare davanti a me: una specie di fantasma che si aggirava nel grande maniero dei tumori al seno.

“Va tutto bene”. La Dani si è improvvisamente scomposta sulla sedia e mi ha preso la mano stringendola forte, ma questa volta con un’energia completamente diversa.

Il mio tumore è B3, dove B sta per Benigno, o almeno io sono convinta che sia così. Andrà rimosso perché non ha la classica forma del fibroadenoma, ma del resto c’è forse qualcosa di veramente classico in me? Chissenefrega, toglietemi sta roba dal corpo. “Non ci aspettiamo di trovare nulla di diverso da quello che abbiamo riscontrato con la biopsia”. Queste parole sono la ninna nanna che mi ascolto nella testa da lunedì scorso, quando la lettera “B” – che non avevo mai considerato particolarmente significativa nella mia vita – ha cambiato l’esito della mia salute e del mio stato d’animo.

Senza mai mollare la mano della Dani siamo uscite dall’ospedale camminando a due metri di altezza, abbiamo festeggiato con un cappuccino di soia sorridendo a tutti i baristi, ciclisti, passanti. Con un cornetto tra le mani, la mia amica ha detto “Fede mia, oggi è una giornata bellissima, brindiamo alla vita”. E io mi sono sentita tutto tranne che sola.