Il punk bello

Quando avevo 11 anni mia sorella stava con un punk. Un punk vero, di quelli con la cresta blu, le braghe militari dentro agli anfibioni, le magliette strappate e tutti i crismi. Si chiamava (spero si chiami ancora) Nicola, e a dispetto della sua estetica ribelle e aggressiva era un ragazzino estremamente tenero. Aveva circa 18 anni, i capelli biondi rasati ai lati della cresta tenuta insieme dalla Fanta essiccata, e un paio di occhioni azzurri dietro agli occhiali da vista tondi: un Harry Potter adolescente travestito per Halloween.
Quando avevo 11 anni condividevo la stanza con mia sorella di 16, che stava con un punk. Le mie coetanee avevano alle pareti i poster dei New Kids On The Block, io avevo quello dei Led Zeppelin e il calendario dei Sex Pistols. Ogni mese una foto diversa, ma io me le ricordo tutte nel dettaglio: Johnny Rotten con un maglione a righe sghembe e maglia larga e quei capelli rossi spettinati, Sid Vicious con catena da cane e lucchetto al collo mentre scende una scalinata con la pistola in mano (cantando My Way, di Sinatra ma questo l’ho scoperto in seguito), oppure a cavallo di una moto sgangherata con le maniche della camicia alzate ed i buchi sulle braccia in bella vista («Lisa ma cosa sono quelle ferite?» – «Non rompere, sono le droghe» – segue trauma infantile grazie al quale probabilmente non ho mai assunto droghe pesanti in vita mia).

Al contrario di mia sorella all’epoca, Nicola mi voleva abbastanza bene, o almeno così mi ricordo. Mi considerava, mi parlava anche se io avevo 11 anni e lui guidava la macchina ed era un punk vero. Un giorno gli chiesi cosa fosse quella A cerchiata. «Essere anarchici vuol dire non sottostare alle regole di nessuno – mi disse serissimo -, non accettare compromessi, vivere al di fuori della legge, credere nell’indipendenza del proprio pensiero». A volte spari due cazzate per fare il figo con la sorellina della tua fidanzata e le cambi la vita per sempre.
Per me – che ero cresciuta tra L’isola del tesoro di Stevenson e Moby Dick di Melville, i punk erano i pirati della musica. Da undicenne me li immaginavo tutti insieme in una comune in cui ognuno poteva vivere come gli pareva, rispettando gli altri per innato senso di civlità e non perché lo dice lo Stato; fantasticavo su queste Holiday in Cambodia tutti amici come fricchettoni con le creste colorate; pensavo che i cani che abbaiano nell’intro di Been Caught Stealing fossero quelli del cantante dei Jane’s Addiction, una persona tanto carina coi capelli lunghi che viveva in campagna e allevava bastardini. Quando uno dice “fervida”, non ha presente dove può arrivare la mia fantasia.
Quell’immaginario oscuro e rivoluzionario ma altruista e creativo ha accompagnato tutta la mia esistenza. Non quella di mia sorella, che un paio di mesi dopo ha lasciato il buon Nicola e chiuso per sempre in un cassetto il punk, in favore di una fase depressiva acuta in cui ascoltava solo Pink Floyd, piangendo alla guida della nostra 126 gialla.

Negli anni successivi ho rivissuto quella “sensazione punk” nei posti più sporchi e sgangherati di Bologna: nelle notti al Bestial Market, nei giovedì al Candilejas, qualche volta anche nei sabato sera a Ca’ de Mandorli, dove arrivavamo in motorino in due, senza casco, senza soldi, senza benzina, ma soprattutto senza un solo pensiero triste in quella testa piena di speranze. Mi sono sentita punk nell’attraversare l’Europa in treno, con uno zaino pieno di magliette decolorate con la candeggina ed una scatola di musicassette registrate minuziosamente a mano; o quando, ancora minorenne, mi sono fatta accompagnare a fare il primo tatuaggio da una nonna di Berlino conosciuta grazie ad un lavoretto estivo in Germania. Ho vissuto quella sensazione ribelle dietro al bancone del bar del Covo, dove ho servito cocktail per quasi un decennio a gente che ancora oggi si dice innamorata di quel mio modo di fare scontroso e inavvicinabile, e dove ho conosciuto il mio grande amore, il “punk bello”, quello che indossava maglioni glitterati e jeans strappati e non invecchiava mai.
Mi sono sentita punk anche ieri, quando ho deciso di non accettare il compromesso di un lavoro che non mi dà soddisfazione, o il mese scorso, quando al termine di una lunga videochiamata con una cara amica ho comprato un biglietto aereo per andarla a trovare. Sono passati trent’anni da quando Nicola mi ha spiegato il suo concetto di anarchia, ma io a compromessi non sono mai scesa. E anche se ho scoperto che quel giovane Harry Potter usciva di casa ben vestito e pettinato per poi travestirsi da Johnny Rotten lontano dallo sguardo dei genitori, lo devo ringraziare per aver indirizzato la mia vita verso quella musica, quell’estetica, e quel modo di vivere fuori dagli schemi che mi permette ancora oggi di sentirmi libera e independente dal giudizio altrui.

(Ah, e ringrazio anche mia sorella per avermi tenuta lontana dalle droghe pesanti e dai pezzi più depressivi dei Pink Floyd).

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