Una di meno

Gli estremismi, alla lunga, macchiano di ridicolo tutta la nobiltà di un argomento. Ci sono stati diversi momenti della mia vita (e credo tantissimi in quella di un uomo) nei quali avrei preferito inghiottire una manciata di chiodi piuttosto che ascoltare l’ennesimo sproloquio pseudo-femminista incentrato su Frida Kahlo, Alda Merini, il patriarcato, la fluidità di genere, i consigli di freeda. Ammetto candidamente di essere La donna cresciuta dai buzzurri, ma a me Frida Kahlo sembra una grandissima cagacazzi che ha trascorso tutta la sua (misera) esistenza ad elemosinare l’amore di un uomo che l’ha tradita persino con sua sorella. La povera Alda Merini, invece, ha passato la sua (misera) vita a fare dentro e fuori dagli ospedali psichiatrici che manco io al Mutenye, per poi sposarsi con un uomo assente e violento che la picchiava ogni volta che rientrava a casa urbiaco. E raga, davvero la coppetta mestruale è per voi il sacro graal del femminismo moderno?

Per non parlare dell’iconografia volgare e stucchevole che avvolge l’argomento: vagine di ogni forma e colore sventolate come bandiere dell’emancipazione, cordini di assorbenti che sbucano nelle fotografie, abiti bianchi macchiati di sangue mestruale. Non capisco il senso di questa battaglia cieca e superficiale, mi sfugge l’utilità di mettere in mostra un evento sì biologico, ma intimo e ben poco piacevole. Si vuole mostrare la naturalità del ciclo femminile? Allora perché non postare su Instagram le proprie feci, perché non sbandierare con orgoglio la sboccata ai piedi del water dopo una notte in discoteca al Mutenye a trangugiare shot di vodka Augustiner?

Mettete mutande sporche nei vostri cannoni, ragazze, che questa è la rivoluzione.

Ma la battaglia non è solo iconografica, oltre le gambe c’è di più, dicevano due che di femminismo se ne intendevano. La guerra passa attraverso tutta una serie di etichette in cui inscatolare le preferenze sessuali, l’emotività, l’empatia, la difesa dei diritti. Perché il genere deve essere fluido, ma la lotta è divisa in barattoli: transfemministe, postcolonialiste, femministe alla francese, terf, womaniste. Tutte con obiettivi diversi, e spesso anche in contrasto con quelli delle altre, non sia mai che ci mettiamo vicine alla manifestazione. Poi gli asterischi, la schwa, il linguaggio patriarcale, articoli che sembrano geroglifici per non turbare la sensibilità di tutti quelli che non si sentono di rientrare nel maschile/femminile/neutro, ma inneggiano al diritto di svegliarsi gamba del tavolo e avere una definizione confermata dall’Accademia della Crusca anche per quel sentimento lì.

Io nella vita sono stata fortunata e anche sul lavoro ho conosciuto persone eccezionali. Cioè ho conosciuto anche grandissim* stronz*, ma gli amici bellissimi erano sempre stati molti di più e hanno fatto scudo intorno a me contro ogni lancio di escrementi. In tutte le redazioni in cui ho lavorato negli ultimi vent’anni c’è SEMPRE stato qualcuno pronto a giurare che il posto me lo ero guadagnato lavorando sotto la scrivania e non sopra. E guess what? A mettere in giro voci maligne sui miei (mancati) meriti sono sempre state donne, proprio quelle in prima fila nella lotta per le quote rosa, il matriarcato, l’inclusività. Perché la sorellanza va bene finché sei meno brava di me, altrimenti troia.

Che le donne non siano in grado di fare squadra è una mezza verità, o meglio non è una questione di genere, ma di insicurezza: chi ha poca autostima, non crede nelle proprie capacità, è insicuro della sua posizione, difficilmente riuscirà a gioire per i successi degli altri, ma li giudicherà con invidia e cattiveria. E questo accade in tutti i mondi, maschili, femminili o neutri. Certo, va detto che dal punto di vista lavorativo sono spesso le donne a vivere in una posizione di svantaggio economico e contrattuale, che le porta ad essere più insicure e competitive. Ma non è questo che conta davvero, giusto? Non perdiamo di vista l’obiettivo: il problema qui è il linguaggio non binario, la desinenza fluida, i diritti delle donne, ma solo quelle che dite voi, le altre no; e gli uomini poi, tutti maschilisti a gongolare nel loro morbido patriarcato e insultarci con l’italiano sessista.

Ieri la mia collega ha detto una grande verità: il matriarcato fa schifo così come il patriarcato. E poco importa se lo ha scritto nella chat delle donne della redazione, che si intitola – non a caso – “Una stronza lo sa”.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...