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A rovinare la mia vita adulta è l’aver praticato sempre sport di squadra. Quello e l’essere stata un’adolescente negli anni Novanta, quando anche un cesso come Baby, in vacanza con gli insopportabili genitori in uno squallido resort vicino ad un fiume, finiva per ballare la samba sugli addominali di Patrick Swayze.
Gli sport di squadra mi hanno inculcato quell’idea malsana che la vittoria va conquistata insieme e perciò condivisa, che senza un progetto comune non c’è risultato, che anche nei momenti tristi, nelle sconfitte, nei colpi di sfortuna o negli infortuni, l’abbraccio delle compagne di squadra è morbido e avvolgente come il piumone in inverno.
Sono una da condivisione, io. Persino con le sigarette ero una fumatrice “sociale”: ne accendevo una solo se mi trovavo in compagnia. Ho sempre abitato con qualcuno (in certi picchi di povertà e fricchettonismo anche con altri quattordici studenti in una bettola di Amsterdam), viaggiato con le amiche, convissuto col fidanzato, mangiato in un angolo della lunga tavola da osteria dove mia nonna mi faceva tenere i comizi famigliari già dall’età di 2 anni. In fondo, poi, anche Dirty Dancing finiva con un ballo corale, perché nessuno può mettere (quel cesso di) Baby in un angolo.
Negli ultimi anni ho condiviso sempre meno. Ho dovuto imparare a godermi una cena da sola, a cucinare esclusivamente per me e scoprire che non esistono le fottute monoporzioni di praticamente nulla di commestibile. Ho faticato per godermi una vacanza in solitudine, ho guidato per ore con il mio cane sul sedile posteriore, ho pianto e riso, in un paio di occasioni sono andata al cinema all’aperto sprovvista di +1, e una volta ho partecipato ad un matrimonio senza accompagnatore (finendo poi in branda col fotografo, ma questa è un’altra storia).

Sono single da cinque anni. Da cinque anni non mi sveglio con qualcuno accanto (o perlomeno con qualcuno che non vorrei spingere fuori casa con lo spazzone appena apre gli occhi); cinque anni che quando torno a casa la sera ad aspettarmi c’è il mio Muttley, generalmente con una ciabatta in bocca, che sistematicamente mi sbatte in faccia sfregiandomi a vita. Cinque anni in cui mi sono abituata alle lampadine fulminate che non cambierò, all’erba del giardino bruciacchiata, al frigo vuoto, all’essere clemente con me stessa e con le piccole imperfezioni della mia casa, della mia vita, del mio corpo.
L’estate scorsa, per una serie di congiunzioni astrali e casi del destino, ho deciso coscientemente di prenotare le vacanze con la mia amica Ares. Ci conosciamo dai tempi del liceo, abbiamo girato insieme l’Europa zaino in spalla nelle estati che dai 17 ci hanno portato ai 22, in quegli anni fondamentali che vengono prima dei fidanzati “seri”, delle convivenze, del lavoro che porta via tempo ed energie ed esaurisce quell’ultima scorta di leggerezza adolescenziale. E sebbene non ci siamo mai realmente “perse”, ci siamo comunque “ritrovate” a quarant’anni, single, solitarie, un po’ ciniche e parecchio disilluse, decisamente meno leggere di quando dormivamo per terra nei corridoi di un treno verso Lisbona.
È stato bellissimo. È stato rilassante consultarsi un’amica prima di ogni decisione, confortante sapere che qualcun altro ama il mio cane quanto me, ed è disposto a mangiare insalata quasi tutti i giorni, è stato splendido condividere lunghe camminate e splendidi paesaggi con una persona che vede la meraviglia proprio là dove la vedo io. Mi ha tranquillizzata avere Ares accanto quando si è scaricata la batteria dell’auto in cima ad una strada tortuosa di montagna, ed è stato pieno di gioia il nostro abbraccio quando il vecchio carrozzaio è riuscito a rimettercela in moto; è stato bello anche sapere che entrambe avremmo preso a sprangate il fricchettone che si è fermato per imporre le mani sul cofano e riavviare la macchina con la sua energia psichica.

Negli ultimi anni mi ero talmente sforzata di imparare ad amare la mia solitudine, da dimenticare quanto mi piacesse condividere la vita con gli altri. Sono tornata dalle vacanze riposata, rilassata, piena di energia ma anche consapevole che posso ancora svegliarmi la mattina con qualcuno che mi fa piacere vedere quando apre gli occhi, e che al mondo esistono persone buone e speciali come la mia amica Ares, disposte a voler bene a me con tutte le mie piccole imperfezioni e al mio cane feticista fissato con le ciabatte.

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