Non ti ho chiesto il nome

Otto anni fa ho perso la mia amica. O meglio, lei si è persa e la depressione se n’è approfittata per portarla via.

Ci eravamo incontrate tre anni prima, in un periodo per me complicato. Mi ero lasciata dal mio compagno dopo 12 anni insieme, vivevo da sola – per la prima volta in 35 anni di convivenze di vario genere – nel mausoleo della nostra storia ancora pieno di tutte le sue cose: i suoi cd nella libreria, i suoi vestiti nell’armadio, i suoi biglietti d’amore sul frigo. Stavo lentamente reimparando a vivere in un modo diverso, a cenare da sola, a viaggiare da sola, a gestire la mia esistenza senza poter contare su un uomo che è sempre stato per me un sostegno, un rifugio dalle cose orribili del mondo, ma anche un abbraccio con cui condividere esperienze bellissime.

Nello stesso periodo avevo perso il lavoro: il quotidiano per cui lavoravo da anni a Milano aveva dichiarato il fallimento, lasciando me e i colleghi senza soldi e con pochissime speranze. Mi arrabattavo scrivendo da freelance per riviste di musica e servendo ai tavoli di un’osteria aperta solo la sera, arrivando presto a convincermi che quello sarebbe stato l’unico futuro possibile per me.

C’erano giorni in cui andava benino, altri in cui non volevo alzarmi dal letto. Solo il mio cane, da poco adottato al canile comunale, mi costringeva a uscire. In tuta, con i capelli scarmigliati e gli occhi pesti, ma comunque uscire. Un giorno ci siamo avventurati insieme nei dintorni di casa (è incredibile quante cose ti permetta di scoprire una passeggiata col cane, anche di luoghi in cui vivi ormai da anni senza esserti mai realmente interessata a parchi e giardinetti circostanti); quel giorno con Muttley siamo scesi dalla collina e abbiamo avvistato un parchetto recintato con dentro alberelli alti e magri e alcune panchine ai lati.

Lei era lì con altre persone, bionda e diafana, con questi occhi grandi e azzurri come il cielo, una tuta e una felpa troppo grandi a mascherare il suo corpo esile e minuto, un border collie pieno di energia al suo fianco. “Ian vieni qui” gli ha intimato. E lui è corso subito da lei appiattendosi al suolo in segno di riverenza. “Entra pure se vuoi, mi chiamo Sara, e lui è Ian, come un motociclista”. Il mio cane e io siamo passati oltre il cancellino e lo abbiamo chiuso alle nostre spalle insieme ai giorni di solitudine e tristezza.

Sara abitava con il suo compagno in un appartamento al terzo piano dall’altro lato della strada. Aveva 10 anni meno di me ma tanta vita alle spalle, di cui alcune parti – lo avrei scoperto dopo – molto poco felici. La sua famiglia di origine era per metà finlandese e per metà bolognese, e forse per questo amava il Natale, la neve e cucinare torte di mele, ma non ricordava granché della lingua scandinava. Avevamo legato immediatamente, era come se certe ombre interiori ci fossero uscite dal petto per stringersi in un abbraccio rassicurante. Ogni giorno lei rientrava dal lavoro nel primo pomeriggio, faceva un riposino e poi mi scriveva per scendere al parco, o andare per boschi, al fiume, in colline inesplorate dove ci sentivamo regine del mondo. Passavamo i weekend a camminare alle spalle dei nostri cani, a fare esperimenti culinari (fallimentari) da propinare alle mie amiche e al suo fidanzato, a prendere il sole nel mio giardinetto mentre Muttley e Ian si rincorrevano. A volte mi tornava la tristezza e non volevo uscire, allora lei mi chiamava finché non rispondevo, mi suonava il campanello, entrava in casa e mi infilava a forza una felpa e le scarpe.

Non voglio raccontare come se n’è andata. Non voglio infrangere il patto che feci allora con me stessa, di non spiegare qualcosa di incomprensibile a chi non la conosceva. Dirò solo che quando mi arrivò il messaggio era piena estate ed ero in un rifugio di montagna con i miei amici, dove il cellulare non prendeva mai e il wi-fi arrivava solo fino al corridoio davanti alla cucina. Ricordo di essere rimasta per ore rannicchiata a terra, schiena contro il muro, braccia intorno alle gambe e testa incastrata tra le ginocchia, mentre fuori il sole bruciava il collo ai ragazzi mentre giravano salsicce sulla griglia e sistemavano teli e cuscini sull’erba per chi ancora doveva arrivare al pranzo di ferragosto.

“Sei sicura di volertene andare?”. Ho annuito e sono salita in auto con il cane e lo zaino. Ho guidato fino a valle e mi sono fermata in un parcheggio a chiamare tutti gli amici più cari. Davanti a casa mia c’era già Beppe che mi aspettava con due sacchetti ai piedi: “Ho fatto un po’ di spesa”, ha detto sommesso senza alzare lo sguardo. Di seguito sono arrivati tutti i vicini di casa con cui condividevamo il parchetto di alberi alti e magri, poi Angela, Giulia, Fabio. Siamo rimasti nel mio giardino in silenzio a guardare la tavola imbandita di pizze, patatine e birre, mentre la sera estiva scendeva su quella giornata orribile e la verità prendeva il sopravvento sui bei ricordi.

Mi ci sono voluti anni di terapia per capire che devo lasciare andare chi se ne vuole andare. È difficile accettare l’egocentrismo e il delirio di onnipotenza che ci sono dentro al senso di colpa per qualcuno che si è tolto la vita. Smettere di pensare che la tua presenza avrebbe potuto in qualche modo evitare quel gesto, che qualche banale parola di conforto avrebbe potuto arrestare quella macchia nera dentro il suo cuore. Anche dopo averlo capito, il dolore comunque non se ne va. Resta con te al posto di quella persona, a raggelare la parte del tuo cuore che la sua compagnia scaldava. Resta un buco dentro che non si riempie con niente, si può solo imparare a vivere la vita da persone bucate, rotte, menomate.

Da quando abbiamo cambiato casa Muttley si è trovato un amico dall’altro lato della strada. È un border collie di tre colori che vive in una casa colonica proprio di fronte alla nostra. Si annusano e rincorrono attraverso la rete che delimita il suo giardino, e ogni mattina piagnucolano entrambi finché non ci avviciniamo per un saluto.

Era piena estate quando ho deciso di fare una passeggiata nei dintorni di casa nuova. A un certo punto, su un sentiero poco frequentato in mezzo ai campi, lui ha avvistato un enorme cane nero in lontananza, ed entrambi hanno cominciato a piagnucolare. Mi sono avvicinata guardinga, poi l’ho riconosciuto: il suo amico della casa colonica. Mentre loro due si azzuffavano per la felicità di incontrarsi finalmente senza reti, io ho raccontato il pregresso alla padrona di Doc, questo il nome del border gigante, e abbiamo deciso istintivamente di continuare la passeggiata insieme. Abbiamo camminato fianco a fianco per oltre 10 chilometri alle spalle dei nostri cani, chiacchierando delle nostre rispettive vite, scoprendo una sintonia rara, come se certe luci interiori ci fossero uscite dal petto per stringersi in un abbraccio di gioia.

Davanti a casa ci dispiaceva quasi separarci. “Non ti ho chiesto il nome”, le ho detto mentre si allontanava. Lei si è fermata a un lato della strada, ha voltato indietro solo la testa, e anche il cane si è girato a godersi quel momento. Mentre il sole tramontava sui campi intorno a noi, mi ha sorriso e ha detto: “Sara, mi chiamo Sara”.

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