Un divano Ikea al posto del cuore

L’amore è un po’ come il Lycksele Lövås dell’Ikea: un divano piccolo senza braccioli a cui aggrapparsi; ci si sta seduti solo in due, ma una volta sganciato diventa un comodo letto accogliente.

La vecchia poltrona Ikea che ho al posto del cuore negli ultimi (dieci) anni è stata stipata di pupazzi ingombranti e inanimati, che hanno preso polvere e occupato spazio, senza che io riuscissi mai a fare ordine e buttarli nel cassonetto Humana, da cui altre potranno un giorno scovare il tesoro vintage più adatto a loro. E sì, stiamo sempre parlando di uomini.

I miei (quattro) lettori assidui li ricorderanno uno per uno, tanto sono sempre gli stessi modelli, alternati a qualche caso umano così estremo da non riuscire nemmeno a trovare posto sul divanetto del mio corazòn. C’è il lupo solitario, il leone da tastiera, il gorilla silverback: c’è tutta una collezione di animaletti pelosi a popolare il circo Togni che è la mia insoddisfacente vita sentimentale. Ma la cosa che più mi sconvolge è che a forza di accumulare peluche, non mi sono accorta che non era rimasto più nemmeno uno spazio per me, che del divanetto sarei – scusate il disturbo – la legittima proprietaria.

Perché negli anni io abbia continuato imperterrita a scegliere la stessa tipologia di personaggio è un mistero sul quale sono al lavoro professionisti altamente specializzati (aka: il mio poverissimo psicologo). Quando mi lamento capricciosamente del fatto che non mi capita mai di conoscere qualcuno di diverso, speciale, interessante, accogliente, equilibrato, Gabri mi ricorda che nessuno sconosciuto può sedersi sul mio divano Lycksele Lövås se ogni volta che passa lo trova completamente occupato.

Così due anni fa ho cominciato un durissimo lavoro di svuotamento del mio cuore trapuntato.

Non sai mai quanto hai accumulato finché non ti trovi a dover fare ordine. Nella scarpiera dei miei sentimenti c’erano tante di quelle relazioni antiche e ormai inadatte, che in certi casi liberarsene è stato un sollievo (sicuramente anche per loro eh, qui c’è equità di liberazioni). C’era ancora il mio primo fidanzato che ogni tanto comunque due complimenti li faceva, c’era l’amico dell’università che un po’ mi amava ancora e un po’ fuggiva, c’era l’uomo sposato che avevo faticosamente allontanato ma che poi si ripresentava di notte come la peperonata, c’era l’amicizia ambigua, l’amico di penna, il friend with benefits ma benefits solo per lui: un ricco carnet di relazioni insensate accomunate dall’alto tasso di fallibilità dell’esperimento e dall’impossibilità di tradursi in una relazione sana tra due persone più o meno equilibrate. Assurdo cosa non si riesca a trattenere a sé pur di non lasciarsi andare alla solitudine vera.

Un piccolo dolore dopo l’altro, l’armadio ha cominciato a svuotarsi e la luce a filtrare: ho smesso di mandare messaggini e di rispondere ai loro, ho tenuto per me i paesaggi, ho goduto da sola di cinema e concerti, ho scelto le amiche e il mio cane per abituarmi all’assenza. Un po’ per volta i libri e le montagne hanno preso il sopravvento, e in un angolo sono rimasti appesi solo quei due o tre vestiti con cui mi sono coccolata per troppi anni, quelli che hanno portato fortuna, che mi hanno fatta sentire figa; infine quello che non avrei mai voluto buttare per non scalfire i ricordi a cui mi tiene legata.

Il mio migliore amico lo è da 20 anni e da circa metà della nostra storia comune sono innamorata di lui. In passato ho intravisto questa verità tantissime volte in certi momenti di inaspettata presenza, ma non ho avuto mai il coraggio di accettarla. O forse non ho avuto mai il coraggio di accettarne tutte le possibili conseguenze, incluso un sonoro palo a creparmi il cranio sulla fronte. Ho tenuto questa pietra al collo per così tanto tempo, che quasi la corda a cui è appesa ha creato il solco nella mia carne, diventando un cappio con cui ho strozzato ogni possibile felicità.

In certi momenti lui era così vicino che l’attrazione mi ribolliva dentro e il segreto diventava insostenibile, così ho mistificato, l’ho buttata sul sesso, sulla superficialità, non sia mai che si accorga che provo per lui dei sentimenti che negli anni sono diventati macigni da trascinare. A ripensarci ora, credo di aver lasciato il mio ex fidanzato storico perché amavo troppo lui, e di non essere mai più riuscita a innamorarmi di qualcun altro perché nessuno è come lui, nessuno è lui.

Negli ultimi anni svuotare il divano/cuore ha permesso al sangue di ricominciare a fluire e a me di ricominciare a pensarmi libera. La consapevolezza dell’amore per il mio amico non è arrivata subito, prima è arrivata l’insofferenza per una relazione di amicizia che improvvisamente sembrava non funzionare più. Mi sentivo trasparente e invisibile, quando il lavoro su me stessa mi aveva permesso di non voler essere più un accessorio alla parete, ma l’attrazione al centro della stanza. Per un volta, però, il problema non era tanto la sua distrazione o egocentrismo, quanto il mio nascondermi in un angolo buio per paura che vedesse davvero cos’avevo dentro.

Come per tutte le cose che mi sembra non facciano più per me, ho lasciato andare. Ho smesso di scrivergli ogni giorno e di rispondere ai suoi messaggi quotidiani. Ho interrotto il filo dei racconti a distanza, il protrarsi di una relazione basata sulla non vicinanza fisica quando la vicinanza fisica a uno fa così paura e all’altra fa così male, ho smesso di punto in bianco di accontentarmi di pezzetti piccoli della sua e della mia vita messi insieme da una quantità imbarazzante di parole scambiate.

È stato un lutto feroce, ho pianto per settimane. Ma in fondo la distanza fisica c’era già, bastava il coraggio di affrontare quella emotiva, su cui io inciampo sempre come una bambina che non sa ancora stare in equilibrio sulle gambe. A poco a poco mi è sembrato di potercela fare, di poterlo mettere in un cassetto e non pensarci più, di poter smettere di preoccuparmi per lui, di voler sapere cosa pensa di ogni cosa del mondo, di immaginarlo solo mentre guarda le stelle, oppure in compagnia di un’altra, certamente più intraprendente di me. La vita è andata avanti per mesi in sua assenza.

Poi un giorno è arrivato il consueto ceffone che mi dà la vita quando cerco di sottrarmi alle mie responsabilità di adulta, e l’ho incontrato per caso in un bar mentre raggiungevo le amiche, ben vestita e sicura di me, lasciandomi alle spalle la scia leggera del suo profumo preferito. Ciao come stai, però nessun bacio, nessun contatto, non ti avvicinare perché la distanza – qui – è vitale. Concluse le formalità dei saluti, gli ho dato le spalle e ho raggiunto il mio tavolo a pochi metri, riuscendo a intravederlo seguirmi con sguardo incredulo sbattergli in faccia la mia indipendenza da noi.

Poco dopo ha ripreso a scrivermi. Prima qualche stupido inside joke che capiamo solo noi da 20 anni per ripristinare il senso di intimità, poi il caldo abbraccio dello scambio quotidiano, infine il colpo letale del “vediamoci”.

Il mio psicologo mi dice che tornare qualche volta sui sentieri che ho percorso per 45 anni è perfettamente normale, ma anche capire sempre più in fretta che quelle strade sono per me ormai il passato dietro una montagna. Sono qui che cerco faticosamente di disegnare una nuova mappa per la mia vita, eppure a lui non sono mai riuscita a dire no, nemmeno questa volta.

Vedersi è stato splendido e straziante. Non credo di aver mai desiderato tanto una persona che non ho mai realmente avuto, non credo di conoscere nessuno di cui mi piace assolutamente ogni cosa: l’ironia, la sagacia, le opinioni politiche, la cultura, la passione, mi piace persino il suo passato pieno di umiliazione e sofferenza, la sua casa, i suoi calzini, gli occhiali da sole. Sarei disposta a stare per tutta la vita seduta all’ombra di un albero a guardarlo vivere come gli pare, e forse è un po’ quello che ho fatto negli ultimi dieci anni, a pensarci bene.

Sono risalita in macchina salutandolo forzatamente con una carezza, soltanto perché sapevo che non mi avrebbe permesso di installarmi nel suo giardino come un putto di marmo. Ho pianto a singhiozzi per tutto il viaggio mentre il desiderio di fare inversione e andare a prenderlo a schiaffi e baci mi soffocava. Mi sono dovuta fermare in un’area di sosta dell’autostrada perché le lacrime mi annebbiavano la vista e avevo bisogno di smettere di nascondermi tra le fila di tutti gli altri amici, ugualmente affezionati, ugualmente distanti. “Nessuno al mondo mi piace come mi piaci tu” ho aggiunto un elenco infinito di quello che amo di lui, cliccato invia e pianto più forte. Dovevo dirlo, doveva saperlo. Perché se esistesse un essere umano che pensa di me le cose dolorosamente piene d’amore che io penso di lui, beh, io vorrei cullarmi in questa consapevolezza.

Lui ha risposto “grazie”, e poco dopo mi ha mandato una foto di noi, scattata non so dove da non so chi, in cui io allungo una mano verso di lui mentre lui guarda altrove. Mi è sembrata significativa. Mi è sembrato che il grazie si scomponesse e diventasse “lo so, l’ho sempre saputo”, allora è risuonata quasi tenera la cura con cui ha mantenuto viva questa amicizia, pur sapendo che è sempre stata sbilanciata.

Ma io non ho mandato quel messaggio per avere una risposta. L’ho mandato per dare materia a un sentimento che tenevo in gola da troppo tempo. L’ho mandato perché se prima avevo paura di un rifiuto, ora ho più paura di restare intrappolata in un limbo di infelicità. Non sono ricambiata, e forse l’ho sempre saputo, solo che ora è il momento di fare i conti con quello che c’è nella realtà e andare avanti, lasciando sotto un cielo di stelle anche l’ultimo adorato vestito, il più bello, quello che mi ha sempre fatta sentire splendida e importante.

Il mio divano Ikea è vuoto e cigolante. Ma si apre ancora per diventare un comodo letto, e accogliere chi sarà abbastanza impavido da fermarsi a dormire sul mio cuore. Per il momento ci sono io che ci sbavo sopra quando non arrivo in fondo alla pagina di un libro appassionante, io che mi ci butto vestita quando rientro ubriaca e felice da una seratona con le amiche, io che faccio lunghe telefonate, io che ascolto un disco e bagno i cuscini di lacrime, io che mi addormento abbracciata al cane. Nel mio cuore adesso ci sono io, e ho finalmente capito quanto questo traguardo sia lontanissimo dalla banalità, al primo grande incrocio delle nuove mappe che sto disegnando per la mia vita.

B3: colpita ma non affondata

Per definire il mio rapporto con i medici bisognerebbe coniare un termine di significato contrario a ipocondriaca, chessò, una roba tipo POCOCONDRIACA. Solo negli ultimi tempi, complice la maturità (e soprattutto la mia grande amicizia con la Dottoressa Cookie, che mi cazzia ogni santa volta che ci vediamo a pranzo), ho cominciato a prestarmi controvoglia agli screening strettamente necessari. Sia chiaro che a queste visite vado sempre con lo spirito dell’adempiere a una rottura di scatole e la convinzione di farmi confermare che è tutto a posto, perché io – si sa – sono una macchina perfetta.

Ad aprile ho compiuto 45 anni e allo scoccare della mezzanotte, invece di vedere la Panda a metano trasformarsi in zucca e la mia faccia in quella di Winona Ryder, ho visto apparire sul mio fascicolo sanitario la proposta di screening mammografico della Regione. Facciamo anche questa, mi sono detta. Stacco di un mesetto e sono corsa all’ospedale durante la pausa pranzo per farmi strizzare le tette tra due vetri, mentre un’infermiera poco incline allo small talk (e poco amante dei tatuaggi) mi aggiornava su come avrei ricevuto gli esiti nel giro di 20 giorni per posta ordinaria.

La mattina dopo è squillato il telefono mentre ero in tangenziale sulla via dell’ufficio: “La chiamo dalla segreteria dell’Ospedale Sant’Orsola, dovrebbe tornare per ulteriori accertamenti”.

Ah.

Devo ammettere che un sottile brivido mi ha attraversato la schiena, ma è stato solo un istante, perché io – si sa – sono una macchina perfetta, e quindi ci sarà stato sicuramente qualche errore tecnico. Ho preso appuntamento per il giorno successivo, arrivederci e grazie, e via verso nuove mirabolanti avventure.

L’indomani ero di nuovo lì: stesso ambulatorio, stesso esame, differente infermiera. Fino allo strizzamento delle ragazze tra i due vetri ho continuato a pensare alle immagini venute male, alla posizione errata, a quella cretina sgodevole di due giorni prima che certamente aveva fatto qualche cazzata nel consegnare i miei esami. In effetti questa infermiera era gentile, troppo gentile, gentilissima; tanto che ha cominciato a insinuarsi in me il dubbio di essere un caso clinico meritevole di particolare riguardo.

La mazzata alla macchina perfetta è arrivata pochi secondi dopo, quando – ancora intrappolata in quello strumento di tortura – sono riuscita a voltarmi per vedere cosa succedeva alle mie spalle. Oltre i monitor che illuminavano il volto dell’infermiera gentile nel buio della stanza, dietro le sue spalle coperte dalla rassicurante divisa rosa, due medici in camice bianco stavano osservando, in piedi, le lastre che apparivano man mano sullo schermo. In quel momento ho carpito uno scambio di sguardi tetro e preoccupato. Un brivido di paura mi è salito lungo la schiena.

Al termine di un’ecografia di oltre 40 minuti, che mi ha lasciato lividi e non poca ansia, un medico con pochi capelli e gli occhi chiari mi ha detto “Vediamo una lesione in entrambe le mammografie, che invece non riesco a vedere nell’ecografia. Mi dispiace ma dovrà tornare per una biopsia chirurgica. Ah, e signorina, si faccia accompagnare da qualcuno: non è un bell’esame e dopo non potrà né guidare né prendere un mezzo pubblico”.

Ah.

Il problema di cercare su internet informazioni sul perché ti richiamino dopo una mammografia, su cosa sia una lesione, su come si svolga una biopsia chirurgica, non è soltanto il grado di tragicità senza contesto di quel che trovi, ma soprattutto l’accensione di un algoritmo insensibile e feroce, grazie al quale ti trovi in un hotel di Roma a scrollare tutte le sere storie di donne che hanno attraversato l’inferno e che, qualche volta, nemmeno sono arrivate in fondo alla partita.

A questo va aggiunto che a spegnere le mie paranoie in quei momenti c’era solo la poverissima Dottoressa Cookie, sempre e comunque a un whatsapp di distanza, e a mettere a rischio il suo matrimonio pur di non confessare a nessuno il segreto di cui si stava occupando da remoto.

Il dramma esistenziale delle persone come me, infatti, è che tendono a chiudersi e dare l’impressione di sapersela cavare in ogni occasione, salvo poi sentirsi sole e abbandonate perché nessuno ha magicamente percepito l’esistenza di un problema enorme dietro i loro sorrisi forzati o i dinieghi alle richieste di aiuto.

Non mi vergogno più di niente dagli anni Ottanta, figuriamoci se ho problemi a confessare che a mandarmi veramente in crisi non sono state le parole “lesione”, “biopsia” o tutti i tecnicismi collegati; ad aprire una voragine nella mia già precaria emotività è stata l’idea che avrei dovuto chiedere a qualcuno di portarmi a casa dall’ospedale, in un giorno infrasettimanale in cui la gente lavora e non ha voglia di rotture di cazzo altrui, o di sentir parlare di un problema di salute che ancora non ha un nome ma ha i contorni di un grandissimo casino. Quel qualcuno, poi, va scelto accuratamente, ché se al rientro da una biopsia devo sentir parlare dell’ex che non richiama o della zia che ha avuto un tumore al seno ma vive benissimo anche senza capezzolo, preferisco chiamare un tassista e pagarlo per stare in silenzio dal Sant’Orsola fino al portone di legno di casa mia.

Come sempre, l’unico davanti al quale non ho freni nel descrivere la mia disperazione è Gabriele, lo psicologo. Lui lo pago per ascoltarmi e allungarmi i fazzoletti, oltre che per sentirmi cazziare ogni volta che perdo la capoccia per un caso umano e mi privo della dignità umana. Per l’unico abbraccio genuino ricevuto in quel limbo di paranoie e inconsapevolezza no, non lo pago: quello è un extra che voglio illudermi riservi solo a me, che in fondo non sono la più psicopatica del catalogo e spesso lo faccio pure ridere.

Quella sera Gabri mi ha detto che avrei dovuto smettere di prendermi cura degli altri e lasciare che questa volta fossero loro a farlo. Di non pensare alle reazioni degli amici, alla tristezza che avrei provocato nelle mie nipoti, alle preoccupazioni che avrei dato ai miei genitori, ma di concentrarmi solo sulle mie reazioni, la mia tristezza, le mie preoccupazioni. “Ci sei tu adesso. Esci da qui e di’ alle persone che ti vogliono bene che stai male e hai BISOGNO di loro”.

Dall’auto ho chiamato Angela, la radio mandava The policy of truth dei Depeche Mode e paradossalmente io non riuscivo a vuotare il sacco, così abbiamo parlato un pochino delle sue proposte per il weekend: una mostra d’arte, il tour dei mulini. “Angie, giovedì devo fare una biopsia chirurgica al seno” – “Ok, vengo io all’ospedale, chiedo le ferie domattina” – “Ma se non riesci chiedo a qualcun altro” – “Se vuoi chiedi a qualcun altro, io però vengo lo stesso”. Non me lo ha nemmeno fatto chiedere. Non mi ha nemmeno fatto spiegare. Ha detto che sarebbe stata lì a guidare la mia Panda e non le importava se fosse necessario o meno. Non mi sono più sentita sola.

La mattina ho chiamato la Dani e ho detto tutto anche a lei: “Vengo anche io”.

La mattina del 22 ho pulito casa e portato fuori il cane. Angela è arrivata non troppo in anticipo e siamo andate all’appuntamento con bizzarra serenità. L’intervento è stato orribile, infinito, doloroso, scomodo, freddo. Mi hanno fatta accomodare con l’ago nel braccio e una fasciatura strettissima fino al collo in un salottino pieno di donne senza capelli che mi indirizzavano sorrisi complici, mentre cercavo di far ridere Angela elencando tutti i numeri di telefono che avrei potuto ottenere con la scusa del cancro.

La biopsia è stata l’inizio di un calvario psicologico, in cui ho passato ogni notte e chiedermi perché avrebbero dovuto farmi un esame così invasivo se non avevano intuito nulla di veramente grave; perché avrebbero dovuto lasciare una clip nel punto preciso della lesione, se non per guidare il chirurgo durante una futura operazione, perché si sarebbero guardati in quel modo intimamente preoccupato se non dopo aver visto il peggiore dei carcinomi.

I dieci giorni di attesa sono durati 10 anni. Nell’80% delle mie giornate ho cercato di concentrarmi sul lavoro: prendere più impegni possibili, partecipare a tutte le riunioni, essere in ogni trasferta, macinare tutto il macinabile. La sera, però, non ero nel mood di uscire, me ne stavo sola sul lettone a scrollare le tragedie inanellate dall’algoritmo infame, e le paranoie non mi hanno permesso di dormire nemmeno un minuto.

Qualche volta lo sconforto ha avuto la meglio, così ho cercato di annullarlo col conforto delle mie amiche, che hanno accolto le mie paure e raccolto le mie lacrime.

Ho programmato ogni istante dei due weekend che mi separavano dalla sentenza: all’appuntamento di lunedì mattina sono arrivata sfranta e con le occhiaie viola, aggrappandomi alla mano sottile della Dani, che stringeva forte la mia nel solito salottino del Sant’Orsola senza mai mollare la presa. Tra un esame e l’altro (le mie tette sono sempre state protagoniste della mia vita ma non pensavo fino a questo punto), abbiamo cercato in silenzio di carpire il significato recondito dei saluti di medici e infermieri, di interpretare la scelta di chi vedendomi abbassava lo sguardo: cosa penseranno, perché si ricordano, hanno pena per me.

Finalmente da una delle 10 porte è uscita la dottoressa che aveva eseguito la biopsia (giuro che dopo questa esperienza non sarò mai più in grado di usare il trapano con serenità), con sguardo fermo ha detto “Federica, venga”. La Dani si è alzata e mi ha seguita in silenzio nel labirinto di ambulatori, mentre io osservavo il camice bianco ondeggiare davanti a me: una specie di fantasma che si aggirava nel grande maniero dei tumori al seno.

“Va tutto bene”. La Dani si è improvvisamente scomposta sulla sedia e mi ha preso la mano stringendola forte, ma questa volta con un’energia completamente diversa.

Il mio tumore è B3, dove B sta per Benigno, o almeno io sono convinta che sia così. Andrà rimosso perché non ha la classica forma del fibroadenoma, ma del resto c’è forse qualcosa di veramente classico in me? Chissenefrega, toglietemi sta roba dal corpo. “Non ci aspettiamo di trovare nulla di diverso da quello che abbiamo riscontrato con la biopsia”. Queste parole sono la ninna nanna che mi ascolto nella testa da lunedì scorso, quando la lettera “B” – che non avevo mai considerato particolarmente significativa nella mia vita – ha cambiato l’esito della mia salute e del mio stato d’animo.

Senza mai mollare la mano della Dani siamo uscite dall’ospedale camminando a due metri di altezza, abbiamo festeggiato con un cappuccino di soia sorridendo a tutti i baristi, ciclisti, passanti. Con un cornetto tra le mani, la mia amica ha detto “Fede mia, oggi è una giornata bellissima, brindiamo alla vita”. E io mi sono sentita tutto tranne che sola.

Goonies never say Covid

Ho il Covid e sono isolata nel mio bilocale al Trappolone dal 27 dicembre. Eviterei di dedicare più dell’introduzione alla saturazione a 93, al Capodanno passato a letto a guardare i Goonies (never say die, ma qualche chitammuort mi è scappato), alla mattina in cui sono svenuta cercando di alzarmi e risvenuta cercando di prendere il telefono (ok, ho capito, non c’è bisogno di insistere), al periodo in cui non sentivo i sapori e mio padre mi faceva la spesa a caso al discount, comprandomi le copie cheap delle cose che mi piacciono e facendomi sentire come le adolescenti che sfoggiano chanel di cartone per emulare la Ferragni. A voi frega solo delle mie peripezie sentimentali, ed eccovi serviti.

Naturalmente l’isolamento è l’ecosistema ideale in cui piantano radici gli amati Leoni da tastiera: non puoi uscire, non puoi vederli, non puoi sorprenderli a cena con la moglie che cerca di ingozzare i figli cresciuti ad ipad e anaffettività. Del resto la cosa ha il suo tornaconto, visto che loro non possono vedere te, non possono soprenderti con il taglio di capelli di Toto Cutugno e i peli sulle gambe di Patti Smith, mentre ti ingozzi di gallette di mais che non sanno di un cazzo, e non puoi nemmeno dare la colpa al Covid.

In queste tre settimane (trascorse prevalentemente a raccogliere merde del mio cane in giardino cercando di non svenirci sopra), ho sentito con sorprendente costanza tre tipologie di uomini sbagliati, per i quali vedo già formarsi le tifoserie tra i miei amatissimi (quattro) followers.

A) L’uomo sposato con figli: in crisi con la moglie, belloccio, mi ama, battute sconce quanto basta per mettermi in imbarazzo, messaggi teneri da ubriaco, un paio di telefonate quando la moglie è al lavoro. Già sfanculato ma insistente. Che è belloccio l’ho detto?

B) L’ex redento: un milione di cose in comune, improvvisamente “issimo” (dolcissimo, preoccupatissimo, amorevolissimo). Mi ha già sfanculata lui, ma chi sono io per non concedere un’ottantaseiesima possibilità a uno che mi ha ghostata? Che è issimo l’ho detto?

C) Lo sconosciuto: single, visto solo una volta ad un concerto, poi ognuno per sé e Covid per tutti. Intelligente, presente, molte cose in comune, compreso l’isolamento. State già gridando all’uomo ideale, ed io potrei guidare il coro, se solo non ci fossimo visti dal vivo per un totale di 8 minuti, in mezzo a circa 400 persone. Che è single l’ho detto?

Ora, prima di dare la soluzione al quiz delle personalità (non è capovolta a fondo pagina solo ed esclusivamente perché non lo so fare), mi permetto di aggiungere un piccolo siparietto “cogliona racconta”, confessando che al giorno 8 la malattia ha avuto la meglio sulla mia dignità (spoiler: mi sto giustificando) e ho mandato un messaggio all’ex (un altro) di cui mi auto-convinco against all odds di essere ancora innamorata da anni. La sequenza è stata più o meno: “sto male, ho bisogno di parlarti” – visualizza e non risponde – due giorni dopo scrive “dai che passa tutto” – seguono 25 foto di suo figlio “guarda che bello che è diventato” – io smiley con sorriso passivo-aggressivo per la rabbia di averla data a uno che pensa sia ok mandarmi le foto del figlio fatto con un’altra nei rari intervalli in cui non russava sotto al mio piumone. No Phil Collins, I can just walk away from him.

Tornando alle cose serie (sì certo, come no). Lo so raga, la A non è una soluzione. Flirtare col belloccio di turno che mi manda messaggi d’amore mentre la moglie è impegnata a lavargli le mutande non è un’opzione. So anche che è sciocco e ipocrita da parte mia pretendere che lui capisca perché lo sfanculo e non voglio continuare a sentirlo: dovrei smettere e basta. Ma nonostante stia cercando di diventare adulta, sono sempre quella che ha coniato la filosofia del Cazzomene e ammetto che qualche volta è ancora elettrizzante perdersi nello spettacolo d’arte varia di uno innamorato di me.

L’opzione B più che minestra riscaldata sembrano i passatelli che mi ha mandato mia madre per il cenone del 31, che quando ho aperto il termos traboccavano fuori come schiuma dopo aver assorbito tutto il brodo. Per quanto rassicurante sia l’idea di riavvicinarsi a qualcuno di cui conosci l’odore, è altrettanto frustrante vivere una relazione con il terrore che la storia si ripeta, che quell’odore sparisca, che tornino lacrime e abbandono al posto della dolcezza e della preoccupazione. Non c’è più fiducia: si è asciugata come il brodo in mezzo a tutte quelle promesse non mantenute.

Mi ci sono voluti 42 anni e tre settimane di isolamento per capire che le opzioni A e B sono il mio consueto modo di guardare la vita che passa dal mio bilocale vista stronzi, senza mai avere il coraggio di scendere per fare una passeggiata con uno che non debba correre a casa dalla fidanzata o a grattarsi le palle h24.

La passeggiata è contenuta nell’opzione C, che mi terrorizza e che sto già tentando in ogni modo di sabotare. Perché non ci conosciamo, perché è un odore nuovo e sconosciuto, perché potrebbe non piacermi come cammina o come mi guarda, e a lui potrei non piacere io (soprattutto se non riesco a tagliarmi il caschetto da Johnny Ramone prima di vederlo). La paura più grande deriva dal fatto che, come le opzioni A e B, anche la C potrebbe andare male, ma al contrario delle altre potrebbe anche andare bene. E allora cosa farei della mia vita? Come dice sempre mia madre, non posso mica smettere di frequentare dei casi umani, poi cosa scriverei sul blog?

Tutti i giorni della nostra vita rompiamo i coglioni per avere qualcosa che semplicemente abbiamo paura di prenderci. Basterebbe il coraggio di accettare la sconfitta e continuare a scrivere di casi umani e stronzi egoisti, oppure ci vorrebbe la forza di accettare di essere felici, ogni tanto. Giusto per cambiare aria al bilocale vista stronzi.

Urbi et orbi (ma soprattutto orbi)

Quando vivevo a Milano assistevo sempre ai saluti tra i miei due amici toscani: «Sicché?» domandava Jacopo, «Sicché niente» rispondeva Gilberto, poi si partiva verso il Frida con una sigaretta in bocca.

Ecco la mia quarantena è una lunga serie di “Sicché niente”, intervallati da qualche (non) contatto con umani dalla pelle pixelata e lunghi scambi di consapevolezze con le mie amiche romagnole, che di tempo per rimuginare direi che ne abbiamo in abbondanza.

Tralasciando i miei profondi e non richiesti pensieri sul cosmo e le infamate ai casi umani che frequentano le app per incontri, la cosa che mi ha stupito di più dell’isolamento forzato è che si è trasformato un po’ per tutti in una sorta di indulto sentimentale, una benedizione urbi et orbi (ma soprattutto orbi), uno spargimento di seconde possibilità neanche fossero granaglie ai piccioni.

Al giro di boa della quarta settimana chiusa in casa da sola con quel martire del mio cane, comincio ad aspettare con ansia i saluti da giardino a giardino col mio vicino geppo, che fino ad oggi avrei sempre preso a sprangate nella schiena perché lascia che suo figlio sociopatico giochi a pallone in casa, facendomi rivivere ogni fottuto giorno il terremoto dell’Irpinia. Si parla sempre e solo di argomenti futili e poltica livello base, ma tra uno «Speriamo che i no vax abbiano imparato qualcosa» e i consigli non richiesti sulle aziende agricole della zona «Che è sempre meglio comprare dagli italiani», mi verrebbe quasi voglia di tirare giù il muro di lauro che ho fatto crescere negli anni proprio per non guardare in faccia il poveretto.

Poi c’è il pelatone che vive sopra ai geppi, che io ho sempre snobbato perché è il classico palestrato color cuoio con i rayban a goccia, però al giorno 28 di reclusione, ho cominciato a sistemarmi prima di uscire in giardino la mattina, perché il geppo sarà anche sepolto da una siepe di quattro metri, ma il manzo muscoloso dal terzo piano mi vede e mi sorride ogni mattina mentre suda a torso nudo sulla cyclette sistemata sul terrazzino di un metro quadro e prende il sole, che non sia mai che si sbiadisca senza lampade. (Ecco, diciamo che con lui potrei aver rovinato tutto quando l’altro giorno mi sono addormentata sulla sdraio ancora ubriaca dalla skype call della sera prima, e temo abbia anche zoomato sulla striscia di bava che ho lasciato sull’edizione economica di Please Kill Me).

Non parliamo poi di amici che non sentivi dal tempo in cui eri nei lupetti e ti insegnavano cose utilissime per la tua vita adulta come cagare in un cesso chimico o incidere il tuo nome su un tappo di sughero, o quelli che hai conosciuto ad una dancehall in Salento 185 anni fa, quando nemmeno ti ricordavi il tuo di nome, figurarsi quello del fricchettone con i cani: in questo periodo sono tutti grandi amici bubicachiluli, e stavolta davvero la cena la facciamo, e poi prometto che vengo a trovarti, e ti posso garantire che ti ho pensato sempre in questi 93 anni di assenza, no – ma scherzi – tvb tantissimo anche io. Da quando non puoi parlarci, ogni essere umano sta davvero combattendo una battaglia di cui non sai nulla, ma ora vorresti conoscerne anche il minimo dettaglio. Qualsiasi voce non “metallizzata” dal segnale di merda del WiFi è una possibile interazione umana, ogni sorriso scambiato dietro la mascherina mentre imprechi in coda alla Coop è un segnale che ancora non sei un vampiro, ma un animale sociale che sta soffrendo la totale mancanza di convivialità.

Di contro – e qui lascerò di stucco i miei quattro fan accaniti – tutta questa mancanza di abbracciatone con i miei colleghi polacchi, tutto questo non toccarsi, non parlarsi, non annusarsi, tutto questo bisogno di amicizia e condivisione, tutta questa nostalgia delle chiacchiere a notte fonda davanti ad una pinta di Augustiner fresca (e al barista figo), ha preso il sopravvento sulla mia ricerca spasmodica del grande amore. Ho cominciato a bloccare gli stalker da social network (ah raga è una dipendenza, una volta imparato volevo bloccare anche il mio medico di famiglia), ho aperto e chiuso dopo sole otto ore il mio primo profilo su una app per il dating online (i dialoghi erano fantastici: «Ah fai l’infermiere, sarai impegnatissimo immagino» – «Sì. Quanto sei alta?»), e ho accettato l’idea che posso sopravvivere anche se non ho qualcuno a cui mandare la buonanotte.

Del resto il buongiorno posso darlo al vicino geppo di là dalla siepe, posso sorridere al pelato col petto lucido del terzo piano, e magari hanno ragione le mie amiche e finita la quarantena la daremo a tutti quelli che ce la chiederanno, ma per ora quel che mi manca di più sono i sorrisi, la complicità, le carezze, e forse anche la splendida casualità con cui fuori da qui puoi incrociare lo sguardo benevolo di qualcuno senza doverti dare appuntamento su Zoom.