L’amore è un po’ come il Lycksele Lövås dell’Ikea: un divano piccolo senza braccioli a cui aggrapparsi; ci si sta seduti solo in due, ma una volta sganciato diventa un comodo letto accogliente.
La vecchia poltrona Ikea che ho al posto del cuore negli ultimi (dieci) anni è stata stipata di pupazzi ingombranti e inanimati, che hanno preso polvere e occupato spazio, senza che io riuscissi mai a fare ordine e buttarli nel cassonetto Humana, da cui altre potranno un giorno scovare il tesoro vintage più adatto a loro. E sì, stiamo sempre parlando di uomini.
I miei (quattro) lettori assidui li ricorderanno uno per uno, tanto sono sempre gli stessi modelli, alternati a qualche caso umano così estremo da non riuscire nemmeno a trovare posto sul divanetto del mio corazòn. C’è il lupo solitario, il leone da tastiera, il gorilla silverback: c’è tutta una collezione di animaletti pelosi a popolare il circo Togni che è la mia insoddisfacente vita sentimentale. Ma la cosa che più mi sconvolge è che a forza di accumulare peluche, non mi sono accorta che non era rimasto più nemmeno uno spazio per me, che del divanetto sarei – scusate il disturbo – la legittima proprietaria.
Perché negli anni io abbia continuato imperterrita a scegliere la stessa tipologia di personaggio è un mistero sul quale sono al lavoro professionisti altamente specializzati (aka: il mio poverissimo psicologo). Quando mi lamento capricciosamente del fatto che non mi capita mai di conoscere qualcuno di diverso, speciale, interessante, accogliente, equilibrato, Gabri mi ricorda che nessuno sconosciuto può sedersi sul mio divano Lycksele Lövås se ogni volta che passa lo trova completamente occupato.
Così due anni fa ho cominciato un durissimo lavoro di svuotamento del mio cuore trapuntato.

Non sai mai quanto hai accumulato finché non ti trovi a dover fare ordine. Nella scarpiera dei miei sentimenti c’erano tante di quelle relazioni antiche e ormai inadatte, che in certi casi liberarsene è stato un sollievo (sicuramente anche per loro eh, qui c’è equità di liberazioni). C’era ancora il mio primo fidanzato che ogni tanto comunque due complimenti li faceva, c’era l’amico dell’università che un po’ mi amava ancora e un po’ fuggiva, c’era l’uomo sposato che avevo faticosamente allontanato ma che poi si ripresentava di notte come la peperonata, c’era l’amicizia ambigua, l’amico di penna, il friend with benefits ma benefits solo per lui: un ricco carnet di relazioni insensate accomunate dall’alto tasso di fallibilità dell’esperimento e dall’impossibilità di tradursi in una relazione sana tra due persone più o meno equilibrate. Assurdo cosa non si riesca a trattenere a sé pur di non lasciarsi andare alla solitudine vera.
Un piccolo dolore dopo l’altro, l’armadio ha cominciato a svuotarsi e la luce a filtrare: ho smesso di mandare messaggini e di rispondere ai loro, ho tenuto per me i paesaggi, ho goduto da sola di cinema e concerti, ho scelto le amiche e il mio cane per abituarmi all’assenza. Un po’ per volta i libri e le montagne hanno preso il sopravvento, e in un angolo sono rimasti appesi solo quei due o tre vestiti con cui mi sono coccolata per troppi anni, quelli che hanno portato fortuna, che mi hanno fatta sentire figa; infine quello che non avrei mai voluto buttare per non scalfire i ricordi a cui mi tiene legata.
Il mio migliore amico lo è da 20 anni e da circa metà della nostra storia comune sono innamorata di lui. In passato ho intravisto questa verità tantissime volte in certi momenti di inaspettata presenza, ma non ho avuto mai il coraggio di accettarla. O forse non ho avuto mai il coraggio di accettarne tutte le possibili conseguenze, incluso un sonoro palo a creparmi il cranio sulla fronte. Ho tenuto questa pietra al collo per così tanto tempo, che quasi la corda a cui è appesa ha creato il solco nella mia carne, diventando un cappio con cui ho strozzato ogni possibile felicità.
In certi momenti lui era così vicino che l’attrazione mi ribolliva dentro e il segreto diventava insostenibile, così ho mistificato, l’ho buttata sul sesso, sulla superficialità, non sia mai che si accorga che provo per lui dei sentimenti che negli anni sono diventati macigni da trascinare. A ripensarci ora, credo di aver lasciato il mio ex fidanzato storico perché amavo troppo lui, e di non essere mai più riuscita a innamorarmi di qualcun altro perché nessuno è come lui, nessuno è lui.
Negli ultimi anni svuotare il divano/cuore ha permesso al sangue di ricominciare a fluire e a me di ricominciare a pensarmi libera. La consapevolezza dell’amore per il mio amico non è arrivata subito, prima è arrivata l’insofferenza per una relazione di amicizia che improvvisamente sembrava non funzionare più. Mi sentivo trasparente e invisibile, quando il lavoro su me stessa mi aveva permesso di non voler essere più un accessorio alla parete, ma l’attrazione al centro della stanza. Per un volta, però, il problema non era tanto la sua distrazione o egocentrismo, quanto il mio nascondermi in un angolo buio per paura che vedesse davvero cos’avevo dentro.
Come per tutte le cose che mi sembra non facciano più per me, ho lasciato andare. Ho smesso di scrivergli ogni giorno e di rispondere ai suoi messaggi quotidiani. Ho interrotto il filo dei racconti a distanza, il protrarsi di una relazione basata sulla non vicinanza fisica quando la vicinanza fisica a uno fa così paura e all’altra fa così male, ho smesso di punto in bianco di accontentarmi di pezzetti piccoli della sua e della mia vita messi insieme da una quantità imbarazzante di parole scambiate.
È stato un lutto feroce, ho pianto per settimane. Ma in fondo la distanza fisica c’era già, bastava il coraggio di affrontare quella emotiva, su cui io inciampo sempre come una bambina che non sa ancora stare in equilibrio sulle gambe. A poco a poco mi è sembrato di potercela fare, di poterlo mettere in un cassetto e non pensarci più, di poter smettere di preoccuparmi per lui, di voler sapere cosa pensa di ogni cosa del mondo, di immaginarlo solo mentre guarda le stelle, oppure in compagnia di un’altra, certamente più intraprendente di me. La vita è andata avanti per mesi in sua assenza.
Poi un giorno è arrivato il consueto ceffone che mi dà la vita quando cerco di sottrarmi alle mie responsabilità di adulta, e l’ho incontrato per caso in un bar mentre raggiungevo le amiche, ben vestita e sicura di me, lasciandomi alle spalle la scia leggera del suo profumo preferito. Ciao come stai, però nessun bacio, nessun contatto, non ti avvicinare perché la distanza – qui – è vitale. Concluse le formalità dei saluti, gli ho dato le spalle e ho raggiunto il mio tavolo a pochi metri, riuscendo a intravederlo seguirmi con sguardo incredulo sbattergli in faccia la mia indipendenza da noi.
Poco dopo ha ripreso a scrivermi. Prima qualche stupido inside joke che capiamo solo noi da 20 anni per ripristinare il senso di intimità, poi il caldo abbraccio dello scambio quotidiano, infine il colpo letale del “vediamoci”.
Il mio psicologo mi dice che tornare qualche volta sui sentieri che ho percorso per 45 anni è perfettamente normale, ma anche capire sempre più in fretta che quelle strade sono per me ormai il passato dietro una montagna. Sono qui che cerco faticosamente di disegnare una nuova mappa per la mia vita, eppure a lui non sono mai riuscita a dire no, nemmeno questa volta.
Vedersi è stato splendido e straziante. Non credo di aver mai desiderato tanto una persona che non ho mai realmente avuto, non credo di conoscere nessuno di cui mi piace assolutamente ogni cosa: l’ironia, la sagacia, le opinioni politiche, la cultura, la passione, mi piace persino il suo passato pieno di umiliazione e sofferenza, la sua casa, i suoi calzini, gli occhiali da sole. Sarei disposta a stare per tutta la vita seduta all’ombra di un albero a guardarlo vivere come gli pare, e forse è un po’ quello che ho fatto negli ultimi dieci anni, a pensarci bene.
Sono risalita in macchina salutandolo forzatamente con una carezza, soltanto perché sapevo che non mi avrebbe permesso di installarmi nel suo giardino come un putto di marmo. Ho pianto a singhiozzi per tutto il viaggio mentre il desiderio di fare inversione e andare a prenderlo a schiaffi e baci mi soffocava. Mi sono dovuta fermare in un’area di sosta dell’autostrada perché le lacrime mi annebbiavano la vista e avevo bisogno di smettere di nascondermi tra le fila di tutti gli altri amici, ugualmente affezionati, ugualmente distanti. “Nessuno al mondo mi piace come mi piaci tu” ho aggiunto un elenco infinito di quello che amo di lui, cliccato invia e pianto più forte. Dovevo dirlo, doveva saperlo. Perché se esistesse un essere umano che pensa di me le cose dolorosamente piene d’amore che io penso di lui, beh, io vorrei cullarmi in questa consapevolezza.
Lui ha risposto “grazie”, e poco dopo mi ha mandato una foto di noi, scattata non so dove da non so chi, in cui io allungo una mano verso di lui mentre lui guarda altrove. Mi è sembrata significativa. Mi è sembrato che il grazie si scomponesse e diventasse “lo so, l’ho sempre saputo”, allora è risuonata quasi tenera la cura con cui ha mantenuto viva questa amicizia, pur sapendo che è sempre stata sbilanciata.
Ma io non ho mandato quel messaggio per avere una risposta. L’ho mandato per dare materia a un sentimento che tenevo in gola da troppo tempo. L’ho mandato perché se prima avevo paura di un rifiuto, ora ho più paura di restare intrappolata in un limbo di infelicità. Non sono ricambiata, e forse l’ho sempre saputo, solo che ora è il momento di fare i conti con quello che c’è nella realtà e andare avanti, lasciando sotto un cielo di stelle anche l’ultimo adorato vestito, il più bello, quello che mi ha sempre fatta sentire splendida e importante.
Il mio divano Ikea è vuoto e cigolante. Ma si apre ancora per diventare un comodo letto, e accogliere chi sarà abbastanza impavido da fermarsi a dormire sul mio cuore. Per il momento ci sono io che ci sbavo sopra quando non arrivo in fondo alla pagina di un libro appassionante, io che mi ci butto vestita quando rientro ubriaca e felice da una seratona con le amiche, io che faccio lunghe telefonate, io che ascolto un disco e bagno i cuscini di lacrime, io che mi addormento abbracciata al cane. Nel mio cuore adesso ci sono io, e ho finalmente capito quanto questo traguardo sia lontanissimo dalla banalità, al primo grande incrocio delle nuove mappe che sto disegnando per la mia vita.


