Un divano Ikea al posto del cuore

L’amore è un po’ come il Lycksele Lövås dell’Ikea: un divano piccolo senza braccioli a cui aggrapparsi; ci si sta seduti solo in due, ma una volta sganciato diventa un comodo letto accogliente.

La vecchia poltrona Ikea che ho al posto del cuore negli ultimi (dieci) anni è stata stipata di pupazzi ingombranti e inanimati, che hanno preso polvere e occupato spazio, senza che io riuscissi mai a fare ordine e buttarli nel cassonetto Humana, da cui altre potranno un giorno scovare il tesoro vintage più adatto a loro. E sì, stiamo sempre parlando di uomini.

I miei (quattro) lettori assidui li ricorderanno uno per uno, tanto sono sempre gli stessi modelli, alternati a qualche caso umano così estremo da non riuscire nemmeno a trovare posto sul divanetto del mio corazòn. C’è il lupo solitario, il leone da tastiera, il gorilla silverback: c’è tutta una collezione di animaletti pelosi a popolare il circo Togni che è la mia insoddisfacente vita sentimentale. Ma la cosa che più mi sconvolge è che a forza di accumulare peluche, non mi sono accorta che non era rimasto più nemmeno uno spazio per me, che del divanetto sarei – scusate il disturbo – la legittima proprietaria.

Perché negli anni io abbia continuato imperterrita a scegliere la stessa tipologia di personaggio è un mistero sul quale sono al lavoro professionisti altamente specializzati (aka: il mio poverissimo psicologo). Quando mi lamento capricciosamente del fatto che non mi capita mai di conoscere qualcuno di diverso, speciale, interessante, accogliente, equilibrato, Gabri mi ricorda che nessuno sconosciuto può sedersi sul mio divano Lycksele Lövås se ogni volta che passa lo trova completamente occupato.

Così due anni fa ho cominciato un durissimo lavoro di svuotamento del mio cuore trapuntato.

Non sai mai quanto hai accumulato finché non ti trovi a dover fare ordine. Nella scarpiera dei miei sentimenti c’erano tante di quelle relazioni antiche e ormai inadatte, che in certi casi liberarsene è stato un sollievo (sicuramente anche per loro eh, qui c’è equità di liberazioni). C’era ancora il mio primo fidanzato che ogni tanto comunque due complimenti li faceva, c’era l’amico dell’università che un po’ mi amava ancora e un po’ fuggiva, c’era l’uomo sposato che avevo faticosamente allontanato ma che poi si ripresentava di notte come la peperonata, c’era l’amicizia ambigua, l’amico di penna, il friend with benefits ma benefits solo per lui: un ricco carnet di relazioni insensate accomunate dall’alto tasso di fallibilità dell’esperimento e dall’impossibilità di tradursi in una relazione sana tra due persone più o meno equilibrate. Assurdo cosa non si riesca a trattenere a sé pur di non lasciarsi andare alla solitudine vera.

Un piccolo dolore dopo l’altro, l’armadio ha cominciato a svuotarsi e la luce a filtrare: ho smesso di mandare messaggini e di rispondere ai loro, ho tenuto per me i paesaggi, ho goduto da sola di cinema e concerti, ho scelto le amiche e il mio cane per abituarmi all’assenza. Un po’ per volta i libri e le montagne hanno preso il sopravvento, e in un angolo sono rimasti appesi solo quei due o tre vestiti con cui mi sono coccolata per troppi anni, quelli che hanno portato fortuna, che mi hanno fatta sentire figa; infine quello che non avrei mai voluto buttare per non scalfire i ricordi a cui mi tiene legata.

Il mio migliore amico lo è da 20 anni e da circa metà della nostra storia comune sono innamorata di lui. In passato ho intravisto questa verità tantissime volte in certi momenti di inaspettata presenza, ma non ho avuto mai il coraggio di accettarla. O forse non ho avuto mai il coraggio di accettarne tutte le possibili conseguenze, incluso un sonoro palo a creparmi il cranio sulla fronte. Ho tenuto questa pietra al collo per così tanto tempo, che quasi la corda a cui è appesa ha creato il solco nella mia carne, diventando un cappio con cui ho strozzato ogni possibile felicità.

In certi momenti lui era così vicino che l’attrazione mi ribolliva dentro e il segreto diventava insostenibile, così ho mistificato, l’ho buttata sul sesso, sulla superficialità, non sia mai che si accorga che provo per lui dei sentimenti che negli anni sono diventati macigni da trascinare. A ripensarci ora, credo di aver lasciato il mio ex fidanzato storico perché amavo troppo lui, e di non essere mai più riuscita a innamorarmi di qualcun altro perché nessuno è come lui, nessuno è lui.

Negli ultimi anni svuotare il divano/cuore ha permesso al sangue di ricominciare a fluire e a me di ricominciare a pensarmi libera. La consapevolezza dell’amore per il mio amico non è arrivata subito, prima è arrivata l’insofferenza per una relazione di amicizia che improvvisamente sembrava non funzionare più. Mi sentivo trasparente e invisibile, quando il lavoro su me stessa mi aveva permesso di non voler essere più un accessorio alla parete, ma l’attrazione al centro della stanza. Per un volta, però, il problema non era tanto la sua distrazione o egocentrismo, quanto il mio nascondermi in un angolo buio per paura che vedesse davvero cos’avevo dentro.

Come per tutte le cose che mi sembra non facciano più per me, ho lasciato andare. Ho smesso di scrivergli ogni giorno e di rispondere ai suoi messaggi quotidiani. Ho interrotto il filo dei racconti a distanza, il protrarsi di una relazione basata sulla non vicinanza fisica quando la vicinanza fisica a uno fa così paura e all’altra fa così male, ho smesso di punto in bianco di accontentarmi di pezzetti piccoli della sua e della mia vita messi insieme da una quantità imbarazzante di parole scambiate.

È stato un lutto feroce, ho pianto per settimane. Ma in fondo la distanza fisica c’era già, bastava il coraggio di affrontare quella emotiva, su cui io inciampo sempre come una bambina che non sa ancora stare in equilibrio sulle gambe. A poco a poco mi è sembrato di potercela fare, di poterlo mettere in un cassetto e non pensarci più, di poter smettere di preoccuparmi per lui, di voler sapere cosa pensa di ogni cosa del mondo, di immaginarlo solo mentre guarda le stelle, oppure in compagnia di un’altra, certamente più intraprendente di me. La vita è andata avanti per mesi in sua assenza.

Poi un giorno è arrivato il consueto ceffone che mi dà la vita quando cerco di sottrarmi alle mie responsabilità di adulta, e l’ho incontrato per caso in un bar mentre raggiungevo le amiche, ben vestita e sicura di me, lasciandomi alle spalle la scia leggera del suo profumo preferito. Ciao come stai, però nessun bacio, nessun contatto, non ti avvicinare perché la distanza – qui – è vitale. Concluse le formalità dei saluti, gli ho dato le spalle e ho raggiunto il mio tavolo a pochi metri, riuscendo a intravederlo seguirmi con sguardo incredulo sbattergli in faccia la mia indipendenza da noi.

Poco dopo ha ripreso a scrivermi. Prima qualche stupido inside joke che capiamo solo noi da 20 anni per ripristinare il senso di intimità, poi il caldo abbraccio dello scambio quotidiano, infine il colpo letale del “vediamoci”.

Il mio psicologo mi dice che tornare qualche volta sui sentieri che ho percorso per 45 anni è perfettamente normale, ma anche capire sempre più in fretta che quelle strade sono per me ormai il passato dietro una montagna. Sono qui che cerco faticosamente di disegnare una nuova mappa per la mia vita, eppure a lui non sono mai riuscita a dire no, nemmeno questa volta.

Vedersi è stato splendido e straziante. Non credo di aver mai desiderato tanto una persona che non ho mai realmente avuto, non credo di conoscere nessuno di cui mi piace assolutamente ogni cosa: l’ironia, la sagacia, le opinioni politiche, la cultura, la passione, mi piace persino il suo passato pieno di umiliazione e sofferenza, la sua casa, i suoi calzini, gli occhiali da sole. Sarei disposta a stare per tutta la vita seduta all’ombra di un albero a guardarlo vivere come gli pare, e forse è un po’ quello che ho fatto negli ultimi dieci anni, a pensarci bene.

Sono risalita in macchina salutandolo forzatamente con una carezza, soltanto perché sapevo che non mi avrebbe permesso di installarmi nel suo giardino come un putto di marmo. Ho pianto a singhiozzi per tutto il viaggio mentre il desiderio di fare inversione e andare a prenderlo a schiaffi e baci mi soffocava. Mi sono dovuta fermare in un’area di sosta dell’autostrada perché le lacrime mi annebbiavano la vista e avevo bisogno di smettere di nascondermi tra le fila di tutti gli altri amici, ugualmente affezionati, ugualmente distanti. “Nessuno al mondo mi piace come mi piaci tu” ho aggiunto un elenco infinito di quello che amo di lui, cliccato invia e pianto più forte. Dovevo dirlo, doveva saperlo. Perché se esistesse un essere umano che pensa di me le cose dolorosamente piene d’amore che io penso di lui, beh, io vorrei cullarmi in questa consapevolezza.

Lui ha risposto “grazie”, e poco dopo mi ha mandato una foto di noi, scattata non so dove da non so chi, in cui io allungo una mano verso di lui mentre lui guarda altrove. Mi è sembrata significativa. Mi è sembrato che il grazie si scomponesse e diventasse “lo so, l’ho sempre saputo”, allora è risuonata quasi tenera la cura con cui ha mantenuto viva questa amicizia, pur sapendo che è sempre stata sbilanciata.

Ma io non ho mandato quel messaggio per avere una risposta. L’ho mandato per dare materia a un sentimento che tenevo in gola da troppo tempo. L’ho mandato perché se prima avevo paura di un rifiuto, ora ho più paura di restare intrappolata in un limbo di infelicità. Non sono ricambiata, e forse l’ho sempre saputo, solo che ora è il momento di fare i conti con quello che c’è nella realtà e andare avanti, lasciando sotto un cielo di stelle anche l’ultimo adorato vestito, il più bello, quello che mi ha sempre fatta sentire splendida e importante.

Il mio divano Ikea è vuoto e cigolante. Ma si apre ancora per diventare un comodo letto, e accogliere chi sarà abbastanza impavido da fermarsi a dormire sul mio cuore. Per il momento ci sono io che ci sbavo sopra quando non arrivo in fondo alla pagina di un libro appassionante, io che mi ci butto vestita quando rientro ubriaca e felice da una seratona con le amiche, io che faccio lunghe telefonate, io che ascolto un disco e bagno i cuscini di lacrime, io che mi addormento abbracciata al cane. Nel mio cuore adesso ci sono io, e ho finalmente capito quanto questo traguardo sia lontanissimo dalla banalità, al primo grande incrocio delle nuove mappe che sto disegnando per la mia vita.

A bacherozzo’s life

Me lo immaginavo diverso, l’amor proprio. Pensavo che le persone che vogliono bene a se stesse fossero bellissime, felici e spensierate, mentre camminano con la falcata sicura delle modelle di Victoria’s Secret su petali di rosa, sparsi ai loro piedi da sosia di Ryan Gosling e Channing Tatum che le guardano con adorazione.

Invece no.

Volersi bene è una merda, quasi quanto non volersene, con la sola differenza che nel primo caso ci si dà una speranza di essere felici in futuro, nel secondo ci si condanna a una vita di relazioni tossiche in cui nessuno ci vede, ci ascolta, ci comprende, ci vuole bene. Quelli che incontriamo ci lasciano esattamente dove ci siamo messi da soli: rannicchiati nell’angolo di una stanza buia con una coperta addosso, sotto cui covare la speranza che arrivi qualcuno con l’assurda voglia di entrare in un posto lugubre, e innamorarsi perdutamente dell’essere informe che ci trova nascosto dentro.   

I miei giorni da crisalide sono (quasi) finiti. Negli ultimi mesi ho fatto uno sforzo sovrumano per sollevare la coperta pesantissima che mi avevano messo addosso 40 anni di ricatti emotivi ingiusti e polverosi, ho strisciato fino all’interruttore, mi sono alzata, ripulita, rivestita. Dopo aver preso a picconate una montagna di umiliazioni e critiche (molte delle quali auto-inflitte per emulazione), ho ritrovato al centro un bacherozzo mezzo mummificato che risponde al mio nome. Hey tu. Ciao.

Guardarsi e vedersi sono due versioni emotive dello stesso gesto, ma guardarsi è un’azione, vedersi è accoglienza. Ci guardiamo tutti i giorni nello specchio del bagno, nello sguardo dei nostri genitori, nelle reazioni degli amici, nelle occhiate degli sconosciuti per strada. Ci vediamo raramente; spesso quando la vita ci rende impossibile non farlo. Per di più quando ci decidiamo a farlo, non è proprio piacevole quello che vediamo.

Io, per esempio, ho visto un bacherozzo mezzo mummificato.

Non so se avete mai notato che l’indulgenza che riserviamo agli altri non siamo mai in grado di rivolgerla a noi stessi. Un’amica che porta la nostra stessa taglia è sicuramente una figa incredibile, noi siamo un bidone dell’umido. Un amico con qualche consapevolezza è saggio, equilibrato e solido, noi abitiamo quest’esistenza ad cazzum con la stabilità emotiva di un budino cameo.

Giudicare noi stessi impietosamente è uno sport che abbiamo appreso fin dall’infanzia da genitori assenti, insegnanti pretenziosi, amici sicuri di sé e fidanzati manipolatori. È una disciplina ricca di soddisfazioni, perché c’è sempre materiale su cui rendersi infelici. Di contro, pensarci migliori degli altri ci renderebbe boriosi e arroganti, incapaci di crescita e di empatia per il prossimo perché concentrati solo su noi stessi.

What if.

Cosa succederebbe se ci guardassimo con lo sguardo libero dal giudizio che ci è stato inculcato e ci vedessimo per quello che siamo, ovvero un essere umano imperfetto, con sfaccettature estetiche e caratteriali che lo rendono unico rispetto ai suoi simili?

Cosa succederebbe se ci guardassimo senza perderci in paragoni, e vedessimo un corpo che contiene una personalità, entrambi meritevoli di amore, comprensione e rispetto?

Cosa succederebbe se guardando quel bacherozzo io smettessi di vedere un bruco mummificato e vedessi una potenziale farfalla?

La risposta non ce l’ho, forse è più facile trovarla in un libro di Paulo Coelho che tra gli sproloqui di una che si autodefinisce scarrafone. Posso però testimoniare che da quando ho cominciato a bucare la crisalide per tirare fuori qualcosa di me, tutto è andato a scatafascio.

I primi esiti della mia autodeterminazione sono stati fiamme e distruzione: ho rifiutato imposizioni, abbandonato rapporti che mi piombavano a terra, messo in discussione tutto quello che avevo imparato. La voglia di essere autentica con me stessa ha travolto tutta la mia esistenza come un tornado, sradicando presunte sicurezze e scoperchiando i rifugi di una vita.

Per un primo, lunghissimo momento, intorno a me ci sono state morte e desolazione.

A volte per cominciare da zero bisogna arrivarci, allo zero. Resettare la propria visione al modello di fabbrica, per poi installarci una nuova versione più veloce, più performante, semplicemente diversa.

Credo di essere nella fase in cui mi sto guardando intorno per vedere cos’è rimasto in vita nella desertificazione. Certe amicizie seminate nel modo giusto e preservate dalle intemperie sono più robuste di prima, e qualche volta mi siedo alla loro ombra per riposarmi dalle fatiche della guerra contro i miei schemi emotivi. A volte mi capita di ascoltare il grido di aiuto di qualche sopravvissuto della mia vita precedente. Allora mi fermo, lo ascolto, mi lascio cullare dalla dolcezza dell’illusione come facevo un tempo. Ma dura sempre meno. La farfalla che ho dentro scalpita e infuria: non ci sta più ad essere usata, non vuole essere una mano a cui aggrapparsi nella tempesta.

Io non voglio essere niente di diverso da quello che sono. Sono una moltitudine di cose: alcune le sto ancora scoprendo, altre le sto semplicemente accettando. Ma sono qualcosa, qualcuno in questa esistenza in cui tutti ci guardiamo ma nessuno vede l’altro. Io voglio essere guardata e vista. Mi sto guardando e, per la prima volta, mi vedo.

Amabili resti

Se non esistesse l’amore non si farebbe Sanremo. Le canzoni parlerebbero di bonifici mancati e ferie mai godute, le poesie sarebbero dedicate ai chili persi, le opere d’arte ritrarrebbero soltanto cani, gatti e pizze al forno. L’amore è l’essenza del dolore e della felicità, è il cuore spezzato e quello impazzito, è la fonte delle lacrime più amare e magnete dei sorrisi più grandi, è il vuoto cosmico e l’universo infinito. Un sentimento estremo, un po’ come il mio carattere.

Da anni ormai non vivo l’amore per un uomo. Lo provo per il mio cane, i miei amici, la mia casa, le mie playlist spotify le lasagne vegane. Ma per gli uomini no, per loro ho provato negli ultimi tempi una varietà di sentimenti diversi, nessuno dei quali estremo come l’amore: attrazione fisica, riempimento di vuoti emotivi, affinità intellettuale, sollievo alla solitudine, curiosità. Qualche volta ho anche piagnucolato. Altre volte ho pensato di essere disposta a farmi investire da un autobus a due piani come in una canzone degli Smiths.

Ho passato anni a uscire con dei casi umani e interrogarmi su questo blog sul perché uscivo solo con dei casi umani. Un giorno, qualche mese fa, ho smesso di chiedermi perché incontravo solo persone non amabili e mi sono chiesta quando amabile fossi io. Beh, non uscirei con me stessa nemmeno se me la dessi la prima sera.

A forza di smussare gli angoli sono diventata tonda come le case nelle isole greche: mi sono allontanata così tanto dalla mia forma originale che non ricordo più com’era essere me stessa, bianca e quadrata. Il mio carattere indomabile e fumantino è stato annacquato dalla volontà di compiacere gli altri, la mia dolcezza cristallina si è impolverata per la paura che certi dolori pungenti potessero annichilirmi di nuovo, la mia autenticità è rimasta schiacciata da un cumulo di cose che è giusto fare, frasi che è giusto dire, versioni di me che è giusto essere, secondo un algoritmo interiore movimentato da traumi e paure.

Qualche mese fa mi sono riconosciuta molto poco amabile e ho cominciato a scavare tra le macerie stratificate delle mie mille vite, sperando di trovare resti intatti dell’originale. È stata dura come spostare montagne a mani nude. È stato come spogliarsi in pubblico di un vestito pesantissimo, e restare lì, nuda e infreddolita, a guardare la gente passarmi davanti senza capire, qualche volta senza nemmeno farsi domande. Qualcuno si è fermato e mi ha messo una giacchetta sulle spalle, altri mi hanno allungato un bicchier d’acqua, ma la parte più difficile l’ho fatta io, cercando di capire cosa mettermi addosso e dove andare.

Il cambiamento non è come lo immaginiamo, non ci si sveglia una mattina diversi, ci si sveglia ogni giorno leggermente più consapevoli. È un po’ come la dieta: non diventi improvvisamente Kate Moss, ma passi con calma e sacrificio dal telaio di Gegia a quello di Rihanna incinta di 8 mesi, fino a diventare la Luisa Ranieri che ti sei sempre sentita dentro.

Rinunciando a dolci e carboidrati, ma anche a compromessi e relazioni tossiche, mi sono parecchio alleggerita l’esistenza, e forse ora una chance me la darei: mi porterei a bere una birra e mi farei un sacco di domande, mi guarderei commuovermi per le stronzate e infervorarmi per le cose in cui credo, mi farei una carezza e mi stupirei del mio imbarazzo, e forse mi manderei un messaggio per dirmi che è stata una bellissima serata e che mi auguro di riuscire a trovarla, la mia strada.

Un Narcy è per sempre

Le altre postano foto scosciate con scritto “Chi non mi ama non mi merita” e ricevono pioggia di like, manciate di richieste di amicizia e proposte galanti a profusione. Io pubblico sul blog una brillante analisi post-moderna delle carenze affettive in una società contemporanea popolata da egocentrici privi di empatia e ottengo l’approvazione di uno che utilizza lo pseudonimo Narcisista Tossico.

Vero è che la pioggia di like ha la stessa utilità del gratì, mentre un Narciso auto-proclamato è per sempre: ti ammalia nella spirale della sua parlantina ego-riferita e non ne esci nemmeno buttando già una borraccia da due litri di rescue remedy.

Con buona pace di ogni mio proposito di emancipazione dai rapporti virtuali, ho ingaggiato con lui un torneo di riflessioni sui massimi sistemi: in fondo chi sono io per sottrarmi ad una sfida in cui non si vince niente, se non una coscienza aggiuntiva a quella che già ti giudica ogni mattina nello specchio del bagno?

Ieri, ad esempio, mi ha detto che la mia vita è triste. Se questo scambio fosse avvenuto un paio d’anni fa avrei fatto un’ora di autostrada soltanto per ribaltargli addosso il tavolino con sopra spritzaperol e patatine. Ieri, invece, – mentre pucciavo le chiappe in una piscina comunale di montagna dove tutti erano sconvolti dai miei tatuaggi e dal fatto che ero arrivata in auto da sola – mi sono limitata a ribattere pacatamente che la mia esistenza non è affatto misera, anzi.

“Non importa, questa è la mia narrazione di te”, ha risposto Narcy nel tentativo di non arrivare vivo alla grigliata di ferragosto. La sua narrazione di me non è interessata alla mia versione di me, perché la sua narrazione di me è in effetti la sua versione di me, e niente – se non lui stesso – è in grado di cambiarla.

(E ora ditemi che non merito una pioggia di like anche senza foto scosciata).

Riprendiamo le cose della vita da una telecamera in soggettiva: filtriamo i ricordi nelle trame sottili della nostra memoria, osserviamo le persone da dentro a questo corpo, da dietro a questi occhi di misure e colori diversi, collegando cervelli pieni di esperienze, traumi, convizioni uniche e irripetibili. Il nostro sguardo non è mai uguale a quello di qualcun altro, la nostra opinione non aderisce mai perfettamente alla realtà che vede chi ci sta accanto e questo è il bello e il dramma dell’esistenza.

Se il RIVOLUZIONARIO concetto di unicità del pensiero non bastasse, ci si mette Dio, il Cosmo, il destino, la vita a posizionarci in ruoli sempre diversi e a volte complementari, giusto per farci riflettere su quanto siamo inconsapevoli pedine nel gioco sadico dell’esperienza.

Così in una sola epoca (nel mio caso specifico in una sola settimana) possiamo passare dall’essere innamorat* non corrispost* all’altrettanto scomoda posizione di dover dire a qualcuno che non corrispondiamo il suo amore; piangiamo il dramma del distacco totale e ci facciamo consumare dall’eventualità di alimentare l’illusione dell’altro, trattenendoci dal mandare qualunque segnale di vita; accusiamo il Narcy di turno di usare la nostra ammirazione per coltivare il proprio ego e ci aggrappiamo a rapporti senza futuro per ricavarne una dose di autostima. Di volta in volta siamo i buoni e i cattivi, interpretiamo senza troppa consapevolezza il ruolo della fidanzata amorevole e quello dell’amante spietata, siamo trafitti dal dolore e conficchiamo spade di indifferenza in un piccolo cuore di scimmia, lo stesso che anche noi qualche volta abbiamo messo sanguinante tra le mani di un noncurante cavaliere oscuro.

A questo gioco di ruolo che è la vita terrena si aggiunge la narrazione di sé, ovvero la personale percezione della nostra persona fisica e intellettuale, che disperatamente tentiamo di sottoporre agli altri, e che mai e poi mai aderirà alla loro.

Un tempo era il diario segreto a contenere le nostre più riprovevoli esperienze di vita e il racconto soggettivo di queste, oggi esiste instagram per mostrare la propria idea di estetica, facebook per ammaliare il pubblico con discorsi politici e opinioni controverse, twitter per conquistare con la simpatia, un blog dal nome cretino per chi è troppo logorroica per essere contenuta in un limite di parole.

Investiamo una grande quantità di energie nel cercare di manipolare l’opinione che gli altri hanno di noi, invece di accettarla, studiarla, ed eventualmente apprezzarne o disprezzarne il riflesso nel solito specchio del bagno. Potremmo impiegare lo stesso sforzo nel costruirci una personalità degna della nostra narrazione, e poi evitare di perdere tempo con chi ne custodisce una troppo diversa, mortificante, umiliante, incompleta, svilente.

Per questo ieri non sono salita in macchina per andare a dare una scoppola all’amico Narcy, perché sto lavorando alla mia felicità con grande impegno e sacrificio, e in questo periodo ho poca voglia di convincere gli altri che la mia versione di me sia l’unica attendibile. Lui arriverà vivo alla grigliata di ferragosto con qualcuna che vede allegra e soddisfatta, io puccerò le chiappe in una piscina comunale dove il piatto vegetariano è il panino con wurstel, aspettando un suo messaggio con la sua narrazione di me, che in fondo gli piace tanto potersi costruire.

Non m’ama, non m’ama

Tra la dipendenza affettiva e la distanza emotiva corre un fiume di vocal di autoanalisi tra la mia amica Fiammetta e me, che in confronto le lettere di Jacopo Ortis sono una festa dell’amore di Cosmo. Ventuno anni e mezzo di storie personali condivise – metà esatta delle nostre vite – rimbalzano da Parigi a Bologna, afflosciandosi qualche volta contro le maglie di una bassissima rete fatta di fragilità e disistima.

Senza i miei amici starei scrivendo haiku senza senso immersa in una vasca di Xanax. Grazie a loro c’è sempre miracolosamente qualcuno che rimette ordine al caos provocato dal tornado dei miei pensieri, che poi regolarmente vomito qui, in una sorta di diario dove raccolgo quelle 3 o 4 cazzate che mi sembra di aver capito della vita, sia mai che tornino utili a qualcun altro.

Oggi è il giorno numero 3 della mia disintossicazione dalla dipendenza affettiva. Ho smesso di scambiarmi messaggini su Instagram con quello sposato, ho deciso di non scrivere su Messenger a uno che vive in un altro continente, ho finito di covare rancore e nostalgia per il tizio che mi ha ghostata, ho rinunciato a vedere l’uomo che non mi raggiunge mai, ho messo una pietra sopra alla possibilità di condividere qualcosa di più di un’amicizia con il contadino eremita che non esce dal 1984.

Diciamo che nel mio caso non è difficile rintracciare il minimo comune denominatore dei disastri sentimentali: si chiama IMPOSSIBILITÀ. Per evitare drammi e delusioni ho costruito una collana con margherite di ‘non m’ama, non m’ama’, che si sfalda in mille petali ogni volta che tento di indossarla con disinvoltura. Più un uomo è indisponibile e il nostro amore impossibile, più io mi interesso alla partita, incazzandomi poi perché non riesco mai a vincere neanche un misero set.

Le paure governano il mio inconscio e manipolano i miei incontri: mi spingono ad accettare la mediocrità, mi frenano quando rifiuto di accontentarmi, mi mostrano uno scenario in cui invecchierò sola e triste se non mi adatto ad una vita fatta di vacanze al mare, convivenza e venerdì sera liberi. Sei convinta che tutti tradiscano? Esci con uno sposato, perché se sai già che è uno stronzo infedele non potrà deluderti. Temi che un uomo possa invadere i tuoi spazi? Prenditi una sbandata per uno che vive a 5mila chilometri di distanza e vedrai che non metterà mai becco sull’arredamento di casa tua. In fondo basta poco per essere infelici.

Negli ultimi anni le mie paure si sono unite alle mie insicurezze, trasformandosi – delusione dopo delusione – in un muro altissimo che mi tiene al sicuro dal provare qualsiasi sentimento. Al riparo sotto una coltre di “sono tutti stronzi”, coperta a sua volta da un tetto di “quelli non stronzi non me li merito perché faccio schifo”, procedo inanellando prevedibili catastrofi di cui non mi godo né il bello né il cattivo tempo, tanto da qui il cielo è solo grigio e il mio elettrocardiogramma sempre piatto.

Fino a tre giorni fa. Venerdì, in una di quelle epifanie che non si sa se siano dovute ad una qualche congiunzione astrale favorevole o agli effetti postumi del rospo che leccai nel cortile della casa di campagna nel ’94, mi sono chiesta se davvero io sono fatta delle mie paure. Ho iniziato a domandarmi (e a domandare a Fiammetta in un vocal illegale da 8 minuti) se ciò che desidero coincide con quello che i traumi mi spingono a cercare, o se esiste ancora uno spazio di positività tra il mio corpo e la sagoma oscura che lo occupa, nutrita da lutti, abbandoni, mancanze e dolori.

Io voglio una relazione normale: conosci uno, ti chiede di uscire, vai a berci una birra, imbarazzo mentre ti riaccompagna all’auto, limone davanti alla panda a metano, torni a casa sorridendo per sbaglio a tutte le mignotte sui viali e aspetti un suo messaggio che sancisca la bellezza della serata. Quello che succede è invece che conosco uno, ci scriviamo per tre mesi, mi rompo le palle dei messaggini e mi presento a casa sua con la panda a metano, torno a casa fredda come il ghiaccio imprecando contro tutti i geppi che vanno ai 30 sui viali, aspetto il suo messaggio che sancisca che voleva solo scuotere un po’ la sua vita monotona, ma il messaggio neanche arriva perché è molto più facile sparire senza spiegazioni.

In questo percorso ad ostacoli (che io stessa ho piazzato) ho deciso tre giorni fa che non ho più voglia di lasciarmi governare dalle mie paure. Ho fatto un elenco di quel che desidero e deciso che non ho più intenzione di scendere a compromessi e accontentarmi di una versione tarocca dei miei obiettivi. Smetterò di frequentare il Dams se quello che voglio è fare l’avvocato, non cercherò più le mele in farmacia, non proverò a cavare il sangue dalle rape (anche se ho scoperto che dalle barbabietole si può ricavare una proteina simile all’emoglobina), non sceglierò deliberatamente di deludermi per l’ennesima volta con una prevedibile infelicità. Lascerò entrare la luce tra le fessure dei miei muri, farò crescere la parte positiva di me fino a sopraffare l’anima oscura e impaurita che mi preclude la serenità, e – cosa più importante – mi sforzerò di avere fiducia: in me, negli altri, nel futuro, nel lavoro che ho fatto fino ad oggi per avere chiaro quello che sono e quello che voglio. With a little help from my friends.

Miss Zuccherino

L’amore è l’incastro perfetto di due patologie psichiatriche (o anche tre o quattro eh, amici del poliamore non mi defollowate). L’equilibrio – precario ed effimero – su cui nasce la coppia è proprio lì in quella crepa tra le sicurezze della nostra infanzia, dove è cresciuta come un’erba infestante la dicotomia valore/amore.

Facile guardare gli altri annaspare in mezzo al bisogno di sentirsi utili, comodo giudicare dal proprio divano ogni genere di mania del controllo, narcisismo, spiriti di crocerossina e di patata, insicuri, complessati, Edipi, Medee, e via così nella discesa degli inferi del casumanesimo moderno. Molto meno semplice guardarsi nello specchio ondulato del bagno e darsi una spiegazione valida all’ennesimo fallimento sentimentale, ché la colpa non è mai tua, ma a pensarci bene neanche troppo il merito.

Per conquistare me – SPOILER – basta rivolgermi delle attenzioni. Io sono ero la bambina meno speciale del Paese: brava in tutto ma eccellente in nulla, carina ma non bella (anche se una volta ho vinto il concorso di Miss Zuccherino contro la mia volontà), intelligente ma non geniale, simpatica ma non serve a niente essere simpatiche a 16 anni (e pure a 43 preferirei annoverare tra le mie qualità il metabolismo veloce). Non mi drogavo, non dicevo balle, non andavo male a scuola, non avevo nemmeno troppa voglia di fidanzarmi con qualche adolescente scoordinato e col baffetto. Essere normale spesso ti rende invisibile: non brilli e non oscuri, così i tuoi scelgono di dedicarsi a tutto tranne che a te, perché tu, semplicemente, te la sai cavare da sola.

Così oggi – 43enne carina ma non bella, intelligente ma non geniale, simpatica ma abbiamo già detto dove ce la possiamo mettere la simpatia – vado neanche troppo inconsciamente alla ricerca di qualcuno che si accorga della mia presenza, che trovi speciale la mia mediocrità. Certo, sono ancora in una fase di autostima (e lotta alla gravità) in cui posso permettermi di non farmi bastare due attenzioni basic, altrimenti sarei qui a spiegare cos’è un blog ad un qualsiasi caso umano senza denti davanti conosciuto al pub dopo la quarta birra, ma diciamo che negli anni ho accettato una serie di compromessi, molti dei quali sono descritti con dovizia di particolari nei post precedenti.

Questo mezzo 2022 è stato già abbastanza inclemente con me, anche dal punto di vista sentimentale. Mi sono illusa e disillusa con la rapidità con cui skippo i pezzi dei Negrita nella playlist spotify del rock italiano, e a metà anno mi sento pronta per stilare un primo bilancio del marketing emotivo dei miei disastri.

Nello scandagliare la propria coscienza bisogna essere oggettivi e analitici: rintracciare il minimo comun denominatore, associarlo ad un trauma infantile, moltiplicarlo per tutte le volte che ci siamo cascate, dividerlo per il tempo che abbiamo perso a farci andare bene i fan dei Pooh e i pionieri (sposati) dell’amore libero, ed essere coscienti che il numero di giorni buttati nel cesso è direttamente proporzionale alla nostra consapevolezza di essere cretine.

Gli ingredienti che non mancano mai nel calderone di cazzate che ho fatto ultimamente sono la virtualità e l’egoismo. Con la virtualità ho un rapporto di odio e amore che Catullo spostati. Adoro vedere lo schermo del telefonino che si illumina con un messaggio, mi piace ricevere e inviare foto, canzoni, poesie, like, storie che parlano di noi ma nessuno lo sa, e poi le video-serenate, i vocal di prima mattina con la voce di Amanda Lear, il tutto mentre sono assolutamente libera di fare i cavoli miei nelle condizioni che preferisco: struccata, in mutande, il cane in braccio e una casa che sembra il bagno di XM24. Peccato che l’intensità con cui mi affeziono via whatsapp sia pari soltanto alla rapidità con cui mi stufo di questo genere di rapporto.

Egoismo è praticamente l’anagramma del nome di tutti quelli che ho frequentato quest’anno, e lo scrivo serenamente perché sono talmente egocentrati che non leggerebbero mai un blog scritto da qualcuno di esterno al loro corpo. Gente che ha la tua stessa malattia ma è molto più malata di te, uomini che lavorano solo loro, guidano nel traffico solo loro, hanno ex stronz* solo loro, parenti cagacazzi solo loro, problemi economici solo loro, case da pulire solo loro, mille impegni solo loro. E di tutto questo parlano a te h24, magari mentre sei allettata a causa di un incidente, spaventata, disorientata, ansiata. Ma a loro non importa. Dopo una brevissima fase di ammiccamenti via Instagram, il telefonino comincia a illuminarsi con i vocal delle lamentele quotidiane, le foto sono quelle del pessimo lavoro dell’idraulico, e tu ti rendi conto di aver perso l’istante preciso in cui sei passata dall’essere la principessa del buongiorno alla versione cougar del Telefono Amico.

Seguendo il mio schema di Drama Analytics, la fase successiva consiste nella pacata e oggettiva valutazione del perché cazzo sono così deficiente da mettermi in questa posizione di merda tutte le sante volte. La risposta si trova su quel sentiero impervio a ghiaioso che porta dalla ricerca della mia metà patologica alla consapevolezza che sono diventata una spettatrice qualunque ai drammi inutili della vita di qualcuno, e che dall’altra parte dello schermo dello smartphone potrei esserci io ma anche chiunque altra (sicuramente un tempo c’era la moglie, prima ancora la mamma). A metà strada tra queste due cose io mi perdo regolarmente nell’illusione che essere accogliente e comprensiva mi renda meritevole delle attenzioni che vado cercando, invece sto sovrapponendo la mia faccia a quella di tutta una serie di altre sfortunate donne della loro vita, confuse nell’anonimato di un semplice orecchio che ascolta. In pratica cerco di essere importante per uomini a cui importa solo di se stessi, e così i vuoti emotivi che tento di colmare diventano voragini.

Se avessi la soluzione per disinnescare la dinamica avrei una giacca fucsia sulla quarta di copertina di una decina di bestseller in vetrina da Feltrinelli, invece sono qui vestita come Manuel Agnelli in una stanza che sembra la grotta di Bin Laden, a chiedermi com’è che cerchiamo sempre negli altri quello che solo noi possiamo darci.

L’errore che continuo a ripetere è quello di pensare che l’amore e le attenzioni di qualcuno possano procurarmi quel valore che sento mancare. Sono io che mi vedo mediocre, mi giudico carina ma non bella, mi trovo intelligente ma non geniale. Sono io che mi sminuisco e poi spero che arrivi qualcuno a convincermi che sono ganzissima, annullandomi nel tentativo di dimostrare che lo sono davvero. Le persone che ho frequentato in questo mezzo 2022 hanno conosciuto una versione condiscendente di me, a cui ho smussato certi angoli di insofferenza ed egoismo per apparire inconsciamente più indispensabile ai loro occhi. Non sono più disposta a farlo: voglio essere me stessa anche quando la verità è che mi sono stufata di essere il Telefono Amico. Voglio prendermi la libertà di non rispondere e quella di sfogarmi quando ne sento il bisogno; voglio che accoglienza e consolazione siano reciproche e non dovute, che le mie sofferenze vengano riconosciute e considerate; voglio essere la principessa del buongiorno e non la millesima sostituta di mamma.

E se non troverò la mia metà NON patologica pazienza: mi farò una foto allo specchio con la fascia di Miss Zuccherino e la metterò nella quarta di copertina di questo blog.

Caso (umano) risolto

Ci sono momenti in cui capisco come si sente un attore di Grey’s Anatomy quando gli consegnano un nuovo copione. La (pacata) reazione dev’essere più o meno “Ma come stracazzo è possibile, raga? Ma ANCORA? Ancora la stessa, stupidissima minchiata che il mio personaggio ha fatto in circa 469 episodi delle 167 stagioni andate in onda?”. La mia vita è un’eterna puntata di un medical drama americano, in cui la protagonista non impara mai dagli errori commessi nelle mille puntate precedenti. Con la banale differenza che nella mia grama esistenza non c’è manco un Patrick Dempsey della Cirenaica con cui consolarsi. 

Sono riuscita nell’ardua impresa di farmi ghostare di nuovo. Mentre ero sdraiata con la gamba rotta in scarico e un rosario di oppioidi al collo, mi sono lasciata intortare dal caso umano di turno, che mi ha, nell’ordine, contattata-corteggiata-chiesto il numero-invitata ad uscire-confessato di avere un debole per me da tempo-trombata-lusingata-esortata a pisciare sul (mio?) territorio, per poi sparire nel nulla in una tiepida mattina di maggio, mentre zoppicavo ignara nel reparto ortofrutta della Coop di San Ruffillo. 

Been there, done that. Nella puntata precedente di Fede’s Anatomy la storia era stata decisamente più lunga e intensa, io ero una persona decisamente più cretina e ingenua, e così avevo passato parecchi mesi a imbottirmi di fiori di Bach e piangere disperata, perché chissà cos’avevo fatto di sbagliato per MERITARE di essere scaraventata nell’oblio, mentre sorridevo dal finestrino dall’auto in corsa dell’ammmore. Questa volta non ho versato una lacrima. Ho lasciato passare i primi 4 o 5 giorni di sbigottimento, ne ho passati altri 3 a rimuginare. Ora sono incazzatissima con me stessa per aver speso quelle 72 ore a mettere in dubbio il mio valore, di fronte ad un uomo così egocentrico e infantile da non avere nemmeno il coraggio di dire a voce alta che non ha voglia di frequentarmi.

Il problema dell’essere ghostati è che in automatico si cerca (in noi) una ragione valida che tappi con forza il senso di vuoto lasciato dalla sparizione improvvisa, quella ragione che il fantasma non ha ritenuto fosse il caso di dare. La verità è che un gesto così vile e irrispettoso non ha mai motivazioni sufficienti: una persona che si comporta in questo modo non merita che si perda tempo a domandarsi perché. Le vie dei casi umani sono infinite, conta soltanto che corrano parallele alla mia, e – salvo fermarsi per qualche rapido picnic panoramico – proseguano nella loro direzione senza incontrarsi mai più.

Quando ero bambina avevo un debole per un ragazzino del paese più grande di me: era sempre sorridente, con un’aria un po’ folle, sportivo e pieno di interessi. A 20 anni stava con la ragazza più bella e stilosa che io avessi mai visto; avrei voluto essere lei per limonare con lui diventare quel tipo di donna così piena di personalità e carattere da ammaliare un uomo tanto intelligente e inarrivabile e limonare con lui. L’altra sera – in una pausa tra un caso umano e l’altro – l’ho incontrato per caso. È sempre sorridente, con quell’aria un po’ folle, sportivo e pieno di interessi. Abbiamo chiacchierato un po’ mentre mi guardava fisso negli occhi, che in quel momento sentivo fin troppo grandi. Poi, con un filo di imbarazzo, mi ha detto “Ti seguo sempre, mi fai ridere un sacco”. Se n’è andato voltandosi un’ultima volta per sorridermi e lasciarmi lì, a fissare il fondo della birra media e chiedermi per quale cazzo di motivo ho sempre pensato di non meritare uno come lui. Uno che mi guardi negli occhi mentre mi parla, che sia capace di fare un complimento a voce alta, che sia interessante, brillante, bello e abbastanza adulto da non doversi nascondere dietro lo schermo del telefonino, così coraggioso da girarsi a guardarmi mentre mi volta le spalle.

La codarda mi sa che sono io. Sono la leonessa da tastiera che ha deciso di rifugiarsi nella comfort zone di casi umani conclamati con cui non è stato mai necessario mettersi in discussione. Mi sono svalutata e scontata, buttata al collo di gente che avrebbe dovuto gioire per avermi conosciuta e frequentata, e invece si è permessa di sparire nel nulla, instillando in me – anche solo per un secondo – quel senso di umiliazione da rifiuto adolescenziale. La festa delle medie è finita e io non sono più una bambina in costante ammirazione degli altri; ora sono la donna da ammirare perché piena di personalità e carattere, e cerco un uomo non troppo concentrato su se stesso da accorgersene.

E se picnic deve essere, che sia almeno in prato bellissimo vista stronzi.

Goonies never say Covid

Ho il Covid e sono isolata nel mio bilocale al Trappolone dal 27 dicembre. Eviterei di dedicare più dell’introduzione alla saturazione a 93, al Capodanno passato a letto a guardare i Goonies (never say die, ma qualche chitammuort mi è scappato), alla mattina in cui sono svenuta cercando di alzarmi e risvenuta cercando di prendere il telefono (ok, ho capito, non c’è bisogno di insistere), al periodo in cui non sentivo i sapori e mio padre mi faceva la spesa a caso al discount, comprandomi le copie cheap delle cose che mi piacciono e facendomi sentire come le adolescenti che sfoggiano chanel di cartone per emulare la Ferragni. A voi frega solo delle mie peripezie sentimentali, ed eccovi serviti.

Naturalmente l’isolamento è l’ecosistema ideale in cui piantano radici gli amati Leoni da tastiera: non puoi uscire, non puoi vederli, non puoi sorprenderli a cena con la moglie che cerca di ingozzare i figli cresciuti ad ipad e anaffettività. Del resto la cosa ha il suo tornaconto, visto che loro non possono vedere te, non possono soprenderti con il taglio di capelli di Toto Cutugno e i peli sulle gambe di Patti Smith, mentre ti ingozzi di gallette di mais che non sanno di un cazzo, e non puoi nemmeno dare la colpa al Covid.

In queste tre settimane (trascorse prevalentemente a raccogliere merde del mio cane in giardino cercando di non svenirci sopra), ho sentito con sorprendente costanza tre tipologie di uomini sbagliati, per i quali vedo già formarsi le tifoserie tra i miei amatissimi (quattro) followers.

A) L’uomo sposato con figli: in crisi con la moglie, belloccio, mi ama, battute sconce quanto basta per mettermi in imbarazzo, messaggi teneri da ubriaco, un paio di telefonate quando la moglie è al lavoro. Già sfanculato ma insistente. Che è belloccio l’ho detto?

B) L’ex redento: un milione di cose in comune, improvvisamente “issimo” (dolcissimo, preoccupatissimo, amorevolissimo). Mi ha già sfanculata lui, ma chi sono io per non concedere un’ottantaseiesima possibilità a uno che mi ha ghostata? Che è issimo l’ho detto?

C) Lo sconosciuto: single, visto solo una volta ad un concerto, poi ognuno per sé e Covid per tutti. Intelligente, presente, molte cose in comune, compreso l’isolamento. State già gridando all’uomo ideale, ed io potrei guidare il coro, se solo non ci fossimo visti dal vivo per un totale di 8 minuti, in mezzo a circa 400 persone. Che è single l’ho detto?

Ora, prima di dare la soluzione al quiz delle personalità (non è capovolta a fondo pagina solo ed esclusivamente perché non lo so fare), mi permetto di aggiungere un piccolo siparietto “cogliona racconta”, confessando che al giorno 8 la malattia ha avuto la meglio sulla mia dignità (spoiler: mi sto giustificando) e ho mandato un messaggio all’ex (un altro) di cui mi auto-convinco against all odds di essere ancora innamorata da anni. La sequenza è stata più o meno: “sto male, ho bisogno di parlarti” – visualizza e non risponde – due giorni dopo scrive “dai che passa tutto” – seguono 25 foto di suo figlio “guarda che bello che è diventato” – io smiley con sorriso passivo-aggressivo per la rabbia di averla data a uno che pensa sia ok mandarmi le foto del figlio fatto con un’altra nei rari intervalli in cui non russava sotto al mio piumone. No Phil Collins, I can just walk away from him.

Tornando alle cose serie (sì certo, come no). Lo so raga, la A non è una soluzione. Flirtare col belloccio di turno che mi manda messaggi d’amore mentre la moglie è impegnata a lavargli le mutande non è un’opzione. So anche che è sciocco e ipocrita da parte mia pretendere che lui capisca perché lo sfanculo e non voglio continuare a sentirlo: dovrei smettere e basta. Ma nonostante stia cercando di diventare adulta, sono sempre quella che ha coniato la filosofia del Cazzomene e ammetto che qualche volta è ancora elettrizzante perdersi nello spettacolo d’arte varia di uno innamorato di me.

L’opzione B più che minestra riscaldata sembrano i passatelli che mi ha mandato mia madre per il cenone del 31, che quando ho aperto il termos traboccavano fuori come schiuma dopo aver assorbito tutto il brodo. Per quanto rassicurante sia l’idea di riavvicinarsi a qualcuno di cui conosci l’odore, è altrettanto frustrante vivere una relazione con il terrore che la storia si ripeta, che quell’odore sparisca, che tornino lacrime e abbandono al posto della dolcezza e della preoccupazione. Non c’è più fiducia: si è asciugata come il brodo in mezzo a tutte quelle promesse non mantenute.

Mi ci sono voluti 42 anni e tre settimane di isolamento per capire che le opzioni A e B sono il mio consueto modo di guardare la vita che passa dal mio bilocale vista stronzi, senza mai avere il coraggio di scendere per fare una passeggiata con uno che non debba correre a casa dalla fidanzata o a grattarsi le palle h24.

La passeggiata è contenuta nell’opzione C, che mi terrorizza e che sto già tentando in ogni modo di sabotare. Perché non ci conosciamo, perché è un odore nuovo e sconosciuto, perché potrebbe non piacermi come cammina o come mi guarda, e a lui potrei non piacere io (soprattutto se non riesco a tagliarmi il caschetto da Johnny Ramone prima di vederlo). La paura più grande deriva dal fatto che, come le opzioni A e B, anche la C potrebbe andare male, ma al contrario delle altre potrebbe anche andare bene. E allora cosa farei della mia vita? Come dice sempre mia madre, non posso mica smettere di frequentare dei casi umani, poi cosa scriverei sul blog?

Tutti i giorni della nostra vita rompiamo i coglioni per avere qualcosa che semplicemente abbiamo paura di prenderci. Basterebbe il coraggio di accettare la sconfitta e continuare a scrivere di casi umani e stronzi egoisti, oppure ci vorrebbe la forza di accettare di essere felici, ogni tanto. Giusto per cambiare aria al bilocale vista stronzi.