La donna cresciuta dai buzzurri

Gli uomini vengono da Marte, le donne non si sa da dove vengano ma hanno fantasie dettagliate su dove vogliono andare. Mia madre – delicatissima come sempre – mi chiama “la donna cresciuta dai buzzurri”, perché dai 17 anni in avanti ho frequentato una compagnia di soli uomini, a cui sporadicamente si aggiungevano le fidanzate di turno. In un ventennio di alcolismo e fantacalcio, ho capito che le differenze tra generi si originano tutte da una sola, misera ma terrificante, caratteristica femminile: la capacità di crearsi aspettative.

Il divario si crea perché gli uomini hanno una mente semplice ma efficace, il cui ragionamento si basa esclusivamente su fatti realmente accaduti. In pratica, se lei dice A, allora è A. Per una donna, se lui dice A probabilmente intendeva C, perché quella volta in cui è capitato B, lui aveva capito D ma gli sarebbe piaciuto G, però poi se succedesse F probabilmente preferirebbe H. Più che “dolcemente complicate”, siamo una rottura di coglioni. Gli uomini vivono il presente, un po’ come i cani. Le donne vivono il presente solo come trampolino di lancio per una serie di eventi futuri che sono in grado di immaginare nella più minuziosa delle sfumature.

Nel labirinto emotivo in cui tentiamo costantemente di mettere ordine alle cose che ci succedono – a parte il ciclo, il pre-ciclo, l’ovulazione, la pre-ovulazione, la post-ovulazione – c’è una variabile che accomuna tutte le donne: l’incapacità di mettere un freno alla fantasia. Un uomo ci offre la birra al pub e noi ci immaginiamo figli con i nostri occhioni e la sua abilità nell’aggrottare le sopracciglia, stalkeriamo uno su Facebook e per prima cosa scatta la ricerca della data di nascita per verificare l’affinità tra segni zodiacali, quel tizio ci ha sorriso e chissà come verrebbe bene nelle foto delle vacanze in Polinesia. Ovviamente più un uomo concede terreno, più la nostra immaginazione corre libera nelle praterie dei futuri possibili. Se ci messaggia tutti i giorni siamo ad un passo dall’altare, se ci manda una foto del suo cane possiamo spedire gli inviti al matrimonio, se ci presenta agli amici possiamo cominciare a scegliere il nome per il primogenito.

Fantasticare sull’onda dell’entusiasmo non sarebbe nemmeno così grave di per sé, se non fosse per le fottutissime aspettative. Le aspettative sono quella roba per cui nessuna situazione andrà mai e poi mai nel modo in cui te la sei immaginata. Andrà sempre e comunque peggio, per il semplice motivo che tu non l’avevi prevista in quel modo, quindi comunque non va bene. Si chiama mania del controllo, e – molto piacere – io ne sono la regina. Diciamo che all’innata capacità femminile di costruire futuri immaginari, contribuisce in maniera esponenziale la quantità di delusioni sentimentali subite: in pratica più sono disillusa e sfiduciata, più cercherò di calcolare minuziosamente ogni singolo avvenimento, in modo da arginare la sofferenza il più possibile.

Nel Fedemondo la vita procede per “bolle” temporali. Di solito si comincia dalla bolla positiva, dove tutto è felice, amore, bubicachiluli, fiorellini e sorrisoni. In questa fase un uomo potrebbe dire o fare più o meno qualsiasi cosa, tanto per me (cieca/sorda/inebetita) sarebbe comunque un segnale di affetto. Non vergognandomi più di nulla dagli anni Ottanta, sono disposta ad ammettere che in fase bolla positiva mi sono convinta che potesse funzionare con un fan sfegatato dei Pooh (“Perché insistere a cercare uno rock’n’roll come me / la felicità è nell’essere diversi”); ho fatto progetti con uno che sbranava fiorentine sanguinolente ogni volta che cenavamo al ristorante (“In fondo l’animalismo è una mia scelta personale / si impara dall’altro”); ho fantasticato sul futuro con un alcolizzato che spariva per tre giorni di fila e al risveglio ricordava a malapena chi fossi (“Non si vive mica col telefono in mano / alla fine torna sempre da me”).

La bolla positiva viene sempre interrotta bruscamente dall’epifania, ovvero quel ceffone sordo che ti arriva quando capisci che stai veramente pensando di passare il resto della tua vita con uno che intona sotto la doccia Dio delle città e delle immensità. La bolla si è bucata, l’incantesimo è rotto. Seguono delusione, disperazione, pianti a fontana. Poi si entra in una nuova fase.

La bolla negativa è quella in cui rileggo tutto l’accaduto in chiave (secondo me) obiettiva, ovvero dal punto di vista di Darth Vader: la vita è una merda, il genere umano è l’orrore, voglio farmi chiudere le tube, nessuno mi vuole bene, il mondo finisce domani, non ho alcuna ragione per protrarre questa agonia che chiamano vita.

Le donne e l’equilibrio. Sarà il titolo del mio best seller.

Non siamo cattive. È davvero la fottuta Disney che ci ha disegnate così. Sono stati anni di favole romantiche e lieto fine e illusioni sul fatto che l’affetto di un principe azzurro sul cavallo bianco ci avrebbe salvate da streghe cattive, invidie, solitudini, prigioni e avvelenamenti. È la ricerca spasmodica di affetto a renderci cieche di fronte a uomini anaffettivi che ascoltano i Pooh: proiettiamo su di loro quello di cui noi abbiamo bisogno. Poi un giorno ci accorgiamo che quel foglio – senza le nostre fantasie – è candido e immacolato.

Ma poi cosa sarebbe la vita senza fantasia. Non ci sarebbe la musica, non esisterebbero opere d’arte, film, libri, nessuno farebbe sogni, sarebbero svanite le speranze. Fantasticare è il motore del mondo, non rinuncerò a farlo per qualche delusione. Ecco, magari se mi trovassi di fronte un bel quadro di Basquiat avrei meno spazio su cui proiettare.

Eh, lo fa, lo fa

Ci sono donne che pensano che l’amore sia fatto di mazzi di fiori e scatole di cioccolatini, picnic sul panno a quadri in un prato di margherite, lui che le accarezza i capelli al tramonto e le fa trovare un anello nel calice di prosecco. Poi ci sono io. Che probabilmente berrei anche l’anello.

Per me l’amore è l’incastro perfetto di due patologie psichiatriche che si compensano: è un tetris di disagi mentali. C’è la coppia perfetta formata da lei eterna vittima e lui unico vero carnefice, quella in cui lei è sempre malata/fragile/cagionevole e lui costantemente eroe/salvatore/brucewillis; c’è la donna adulta ed autonoma che passa la vita a cazziare il compagno peter pan che a 50 anni si ubriaca con gli amici e vomita per tutta la casa; c’è quella che io chiamo “piccola vecchia”, che fa la ragazzina con la baby vocina anche se è già in menopausa e ha le rughe di Riccardo Fogli, e che generalmente frequenta toy boy che preservino la sua illusione di essere ancora bambina. Ognuno di noi ha una serie di mancanze e conseguenti bisogni più o meno consci (e anche più o meno gravi), e cerca la metà della mela che si incastri perfettamente con la sua, riempiendo quei vuoti come le nocciole tra due quadretti di cioccolato Novi.

Le persone mi chiedono spesso come mai sia finita tra me ed il mio ex dopo dodici anni insieme in cui sembravamo/eravamo la coppia perfetta. Se voglio davvero conversare con il mio interlocutore (tutti sanno che se non mi interessa una discussione adoro rispondere alle domande con frasi fatte stupide tipo “è finito l’amore” o “dai tempo al tempo”, “eh, lo fa, lo fa”, ma questo è un altro post), se davvero desidero parlarne – dicevo – allora cerco di spiegare che probabilmente ci eravamo troppo cristallizzati in ruoli definiti, che questa dinamica, alla lunga, finisce per diventare una gabbia. Dedu ed io ci siamo conosciuti quando io avevo 23 anni e lui 39. In pratica io ero una bambina e lui un uomo. E così è stato per dodici anni: io una bambina e lui un uomo. Quei 16 anni di differenza tra noi, a dire il vero, non mi hanno pesato mai. Fino a quando io, a 35 anni, non ero più tanto una bambina, e non avevo più nessuna voglia di esserlo. Fine dei giochi.

L’amore dura finché dura la patologia. Ci si sveglia una mattina che non si ha più voglia di essere salvate, non si ha più lo stimolo per cazziarlo davanti alle 14 lattine di birre lasciate ad imputridire sul divano, non si ha più voglia di lavargli i calzini e tirarlo giù dal letto, non ci si sente più bambine: si desidera altro. E allora avanti con un nuovo disagio mentale.

Da quando è finita con Dedu mi sono chiesta spesso per quale delle mie patologie sto cercando un compagno: mi domando se ho frequentato uomini iperattivi per vincere la mia pigrizia, se i fricchettoni sono la compensazione degli anni fighetti a Milano, se la lontananza fisica sia la soluzione che trovo per non impegnarmi veramente con qualcuno, se l’indisponibilità come denominatore comune non sia forse – la butto lì – lo specchio della mia inadeguatezza rispetto ad una relazione seria, adulta e matura. A quanto pare, insomma, non sono loro che sono egocentrici, sfuggenti ed incapaci di affezionarsi; sono io che sono accogliente, presente e troppo desiderosa di amare, ma allo stesso tempo impaurita all’idea di relazionarmi davvero con qualcuno, tanto da proiettare tutti i miei bisogni su persone indisponibili. Mi sto auto-sabotando per non riuscire nell’impresa, in un nichilismo amoroso che fa di me una non-principessa moderna: difficile vivere per sempre felici e contenti se lui sta con la moglie o vive a 6mila chilometri di distanza.

La scarpetta, comunque, non è ancora venuto a provarmela nessuno.

Leoni da tastiera

Quando avevo 16 anni – nel Pleistocene – le mie amiche ed io aspettavamo con ansia che arrivasse una dedica per noi su Radio Tombo “lafinedelmondo” e studiavamo per mesi l’outfit adatto alla trimestrale festa al Bar Charlie, in cui possibilmente si finiva per limonare col figo del paese, che poi poteva stupirti con la leggendaria musicassetta piena dei suoi pezzi preferiti, con i titoli scritti a mano solo per te.
Oggi limonare è sopravvalutatissimo, le lettere d’amore sono una perdita di tempo (perché sprecare tempo e carta quando puoi comodamente mandare un messaggio vocale di 47 minuti?), se va bene uno ti gira il link alla sua playlist Spotify e le feste non si organizzano più, tanto il figo del paese lo puoi beccare su Tinder (e forse anche su Grinder). Oggi funziona che conosci uno, ti chiede l’amicizia su Facebook, e da lì in avanti fortunate quelle che sono riuscite ad incontrarlo dal vivo.

Le nuove tecnologie hanno dato vita a quella categoria di uomini che io chiamo “Leoni da tastiera”: ipercomunicativi dietro lo schermo illuminato del loro telefonino, evanescenti nell’interazione dal vivo. Con loro la vita è tutto un tintinnare di messaggini, è tutta una condivisione di oggi ho fatto questo (foto), oggi ho mangiato quello (foto), guarda il mio gatto che dorme (foto), guarda mio figlio che gioca (foto, possibilmente di lui con la prole, generalmente scattata dalla moglie), guarda il tiramisù che mi hanno servito al ristorante (foto). Ti svegli la mattina e c’è già la notifica di un bel messaggio, con allegata la foto del panorama dalla finestra del bagno, nel quale probabilmente ha appena cagato il tiramisù di cui sopra.
Ai whatsapp costanti si aggiungono follow di qua, mi piace di là, cuoricini a destra e sinistra, utilissimi poke: il tutto orchestrato con una professionale padronanza dello psicomarketing dei social, dove il like è strategico ma la sua assenza persino di più.

Il Leone da tastiera si concede dal vivo il minimo indispensabile per lasciarti intendere di avere una relazione con lui: requisito base per poter mandare avanti il teatrino dell’assillo telematico. Poi – solitamente – sparisce. Inspiegabilmente e improvvisamente interrompe la sfrangiatura di coglioni quotidiana per volatilizzarsi da qualche parte nel cosmo, lasciandoti orfana delle sue attenzioni virtuali, a cui alla fine (ma dai!) ti eri pure affezionata. Niente più buongiorno, addio buonanotte, finite le foto, spariti i like, i poke, i follow, scomparsi i vocali di 20 minuti, no more cuoricini per te. Se fino ad ora sembravi essere l’unica ragione di esistere del suo telefonino e dei suoi social account, all’improvviso sei stata gettata nel bidone dell’oblio telematico come un sacchetto di avanzi nell’umido. E questa cosa – diciamolo pure – accende il pulsante di una disperazione senza fine (e senza motivo). Ti manca lui, il suo gatto che dorme, suo figlio che gioca, il tiramisù nella tazza del cesso con panorama. Ti struggi nel senso di colpa, ti domandi cosa può averlo spinto a sparire senza spiegazioni, il tuo cervello cerca con ansia il finale di un’informazione che resterà per sempre incompleta. Ti senti annullata come la modifica ad un file fatta per sbaglio.
Ai tempi delle feste al Bar Charlie, se il figo di turno smetteva di essere interessato a te era costretto a portarti dietro qualche muretto e dirtelo in faccia. Poi c’erano i fifoni (per nulla fighi) che semplicemente ti ignoravano. Oggi il procedimento è più o meno lo stesso, con la differenza che i mezzi a disposizione di un vigliacco che vuole evitarti sono tantissimi, ed invadenti tanto quanto quelli con cui si è virtualmente insinuato nella tua vita e nella tua quotidianità.

Non si può cambiare la natura di un codardo narcisista, si può solo decidere di schivare la pioggia di meteoriti di tutti quelli che non rischiano nulla, che non osano, che non regalano un fiore vero invece di un emoticon, che non vengono a prenderti invece di mandarti 50 messaggi, che non scrivono un biglietto invece di un vocal, che non ti portano a vedere un panorama per abbracciarti, davanti a quel panorama. I Leoni da tastiera offrono dimostrazioni d’affetto effimere e virtuali così come il loro interesse. Lasciamoli regnare su quel piccolo smart-mondo che sono in grado di padroneggiare, e usciamo con un figo vero.

(Se volete approfondire l’argomento, leggete l’articolo che ho scritto su IoDonna)