A bacherozzo’s life

Me lo immaginavo diverso, l’amor proprio. Pensavo che le persone che vogliono bene a se stesse fossero bellissime, felici e spensierate, mentre camminano con la falcata sicura delle modelle di Victoria’s Secret su petali di rosa, sparsi ai loro piedi da sosia di Ryan Gosling e Channing Tatum che le guardano con adorazione.

Invece no.

Volersi bene è una merda, quasi quanto non volersene, con la sola differenza che nel primo caso ci si dà una speranza di essere felici in futuro, nel secondo ci si condanna a una vita di relazioni tossiche in cui nessuno ci vede, ci ascolta, ci comprende, ci vuole bene. Quelli che incontriamo ci lasciano esattamente dove ci siamo messi da soli: rannicchiati nell’angolo di una stanza buia con una coperta addosso, sotto cui covare la speranza che arrivi qualcuno con l’assurda voglia di entrare in un posto lugubre, e innamorarsi perdutamente dell’essere informe che ci trova nascosto dentro.   

I miei giorni da crisalide sono (quasi) finiti. Negli ultimi mesi ho fatto uno sforzo sovrumano per sollevare la coperta pesantissima che mi avevano messo addosso 40 anni di ricatti emotivi ingiusti e polverosi, ho strisciato fino all’interruttore, mi sono alzata, ripulita, rivestita. Dopo aver preso a picconate una montagna di umiliazioni e critiche (molte delle quali auto-inflitte per emulazione), ho ritrovato al centro un bacherozzo mezzo mummificato che risponde al mio nome. Hey tu. Ciao.

Guardarsi e vedersi sono due versioni emotive dello stesso gesto, ma guardarsi è un’azione, vedersi è accoglienza. Ci guardiamo tutti i giorni nello specchio del bagno, nello sguardo dei nostri genitori, nelle reazioni degli amici, nelle occhiate degli sconosciuti per strada. Ci vediamo raramente; spesso quando la vita ci rende impossibile non farlo. Per di più quando ci decidiamo a farlo, non è proprio piacevole quello che vediamo.

Io, per esempio, ho visto un bacherozzo mezzo mummificato.

Non so se avete mai notato che l’indulgenza che riserviamo agli altri non siamo mai in grado di rivolgerla a noi stessi. Un’amica che porta la nostra stessa taglia è sicuramente una figa incredibile, noi siamo un bidone dell’umido. Un amico con qualche consapevolezza è saggio, equilibrato e solido, noi abitiamo quest’esistenza ad cazzum con la stabilità emotiva di un budino cameo.

Giudicare noi stessi impietosamente è uno sport che abbiamo appreso fin dall’infanzia da genitori assenti, insegnanti pretenziosi, amici sicuri di sé e fidanzati manipolatori. È una disciplina ricca di soddisfazioni, perché c’è sempre materiale su cui rendersi infelici. Di contro, pensarci migliori degli altri ci renderebbe boriosi e arroganti, incapaci di crescita e di empatia per il prossimo perché concentrati solo su noi stessi.

What if.

Cosa succederebbe se ci guardassimo con lo sguardo libero dal giudizio che ci è stato inculcato e ci vedessimo per quello che siamo, ovvero un essere umano imperfetto, con sfaccettature estetiche e caratteriali che lo rendono unico rispetto ai suoi simili?

Cosa succederebbe se ci guardassimo senza perderci in paragoni, e vedessimo un corpo che contiene una personalità, entrambi meritevoli di amore, comprensione e rispetto?

Cosa succederebbe se guardando quel bacherozzo io smettessi di vedere un bruco mummificato e vedessi una potenziale farfalla?

La risposta non ce l’ho, forse è più facile trovarla in un libro di Paulo Coelho che tra gli sproloqui di una che si autodefinisce scarrafone. Posso però testimoniare che da quando ho cominciato a bucare la crisalide per tirare fuori qualcosa di me, tutto è andato a scatafascio.

I primi esiti della mia autodeterminazione sono stati fiamme e distruzione: ho rifiutato imposizioni, abbandonato rapporti che mi piombavano a terra, messo in discussione tutto quello che avevo imparato. La voglia di essere autentica con me stessa ha travolto tutta la mia esistenza come un tornado, sradicando presunte sicurezze e scoperchiando i rifugi di una vita.

Per un primo, lunghissimo momento, intorno a me ci sono state morte e desolazione.

A volte per cominciare da zero bisogna arrivarci, allo zero. Resettare la propria visione al modello di fabbrica, per poi installarci una nuova versione più veloce, più performante, semplicemente diversa.

Credo di essere nella fase in cui mi sto guardando intorno per vedere cos’è rimasto in vita nella desertificazione. Certe amicizie seminate nel modo giusto e preservate dalle intemperie sono più robuste di prima, e qualche volta mi siedo alla loro ombra per riposarmi dalle fatiche della guerra contro i miei schemi emotivi. A volte mi capita di ascoltare il grido di aiuto di qualche sopravvissuto della mia vita precedente. Allora mi fermo, lo ascolto, mi lascio cullare dalla dolcezza dell’illusione come facevo un tempo. Ma dura sempre meno. La farfalla che ho dentro scalpita e infuria: non ci sta più ad essere usata, non vuole essere una mano a cui aggrapparsi nella tempesta.

Io non voglio essere niente di diverso da quello che sono. Sono una moltitudine di cose: alcune le sto ancora scoprendo, altre le sto semplicemente accettando. Ma sono qualcosa, qualcuno in questa esistenza in cui tutti ci guardiamo ma nessuno vede l’altro. Io voglio essere guardata e vista. Mi sto guardando e, per la prima volta, mi vedo.

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