Mostri Aniba

Sono la bambina grassa nella famiglia (magra) del Mulino Bianco. Mia madre era un’adolescente anoressica in tempi in cui l’anoressia non si sapeva nemmeno cosa fosse, e così le sue sorelle la curavano a ricostituenti che poi – dice lei – le hanno fatto effetto tutti insieme a 50 anni. A me – figlia grassa – ricorda sempre con grande orgoglio che al suo matrimonio primaverile mia nonna le impedì di indossare un abito smanicato per via delle braccia troppo scheletriche; poi a quel punto del racconto mi mostra il micro polso e spiega che l’orologio che indossava allora, oggi non entrerebbe nemmeno a mia nipote di 6 anni.

Mia sorella, invece, è una di quelle (stronze) che a colazione mangiano TRE bomboloni alla crema, ma poi entrano in una 38 e pesano 45 chili con gli anfibi: mai avuto il culone, mai avuto cellulite, mai avuto la panza, eccezion fatta per le due volte in cui è stata incinta, ovvero gli unici momenti in 40 anni in cui è stata temporaneamente più “grassa” di me. Lei apre una scatola di saccottini al cioccolato e li mangia tutti e dodici, e probabilmente li caga interi perché addosso non le resta nulla. Mistero.

Io sono la bambina grassa nella famiglia magra. Ho preso tutto da “zio Raffaele” (mai visto, ma comunque ’tacci sua). Sono quella che nell’album di famiglia fa ridere per le pieghe da Shar Pei nelle cosce, che a 2 anni non stava in braccio alla sorella di 7, che a 5 anni prendevano a sassate all’asilo, che a 12 faceva più sport di Alex Zanardi, che a 14 era così complessata da vestirsi come Kurt Cobain (ok, in mia difesa va detto che erano anche gli anni ’90) con maglioni di sei taglie più grandi e i pantaloni militari di mio padre. Io sono sempre stata “quella rotondetta”, “in carne”, “un po’ grossa”, “robusta”, e tutti gli altri appellativi finto-edulcorati che feriscono come lame nella carne, anche e soprattutto quando di carne addosso ne hai parecchia. Mia madre non mi ha mai risparmiato il suo ribrezzo per il mio aspetto fisico, mia sorella ha cercato sempre di consolarmi con frasi tipo “sarai anche grassa, ma almeno hai un bel viso”. Grazie. Grazie al cazzo.

A 17 anni vivevo completamente nell’ombra delle donne della mia famiglia, per me bellissime ed irraggiungibili. Convinta di non meritare attenzioni maschili e approvazione femminile, puntavo tutto su intelligenza e simpatia, e sopravvivevo nel conforto di una schiera di amici (uomini) amorevoli e mai giudicanti. Fu uno di loro a cambiarmi la vita. Un giorno, chiacchierando tra i sedili dell’autobus, mi disse con ingenua spontaneità: “Chissà come se la vive male tua sorella che tu sei più bella di lei”. Una frase di merda, mi rendo conto adesso che la scrivo, ma a me ribaltò la visione di ogni cosa. Perché il punto non era tanto la competizione con mia sorella (instillata in me dall’ossessione per la magrezza di mia madre); il punto era che c’era qualcuno al mondo che mi trovava bella. Non solo di un bello paragonabile alla mia inarrivabile famiglia, persino di più. Una cosa incredibile.

Esiste un disturbo psicologico che si chiama dismorfismo corporeo: chi ne soffre vede nello specchio un’immagine distorta del proprio corpo e non riesce ad accettarla. A 17 anni ero convinta di essere il mostro Aniba. Guardo le mie foto di allora e penso a quanto tempo ho sprecato a complessarmi negli anni in cui ero più giovane (e magra) che mai. Il mostro non era nello specchio, ma dentro di me. E la cosa assurda è che nonostante tutte le consapevolezze e maturità e gran pipponi da quasi 40enne, il mostro c’è ancora. Oggi porto una dignitosissima taglia 44, ma ogni volta che vado a comprare un paio di jeans mi porto in camerino la 48; il cappotto lo compro sempre L anche se le amiche cercano di convincermi che la M mi sta da Dio, e sento ancora una stilettata al cuore quando qualcuno mi chiama “ciccia”. Stamattina, in osteria, ho chiesto ad un cliente di spostare la sedia perché non riuscivo a passare per raggiungere un tavolo. “Scusami, sono io che devo dimagrire” ho detto. “Non mi pare proprio” ha risposto lui.
Sono quello che sono: imperfetta e unica come tutti gli altri essere umani, diversa dalla mia meravigliosa sorella e dall’ideale di bellezza di mia madre, ma meritevole di amore, affetto, attenzioni e complimenti. Per questo chiamo tutti i miei amici “amore”, per non correre il rischio di dare soddisfazione al mostro che vive dentro di loro.

Racista de mierda

Nessuno mi toglie dalla testa che il ristorante in cui lavoro sia in realtà un esperimento sociologico, e che io non sia davvero una cameriera, ma l’ignara protagonista di uno studio alieno sull’idiozia del genere umano.
Posizionata nel cuore di Bologna, inserita nelle più note guide della città, frequentata soprattutto da turisti provenienti da ogni angolo del globo (cadenzati in maniera autistica dalla tabella arrivi di Ryanair) l’Osteria è aperta 360 giorni all’anno, dalle 12 alle 12, 7 giorni su 7. E in queste 4320 ore di tagliatelle fumanti e bestemmie del personale, c’è sempre, costantemente, inevitabilmente, la fila fuori.

Quando attacco il turno a mezzogiorno, capita che i clienti in attesa si mettano in competizione e cerchino in ogni modo di ostacolare il mio ingresso: tocca alzare i gomiti, spostare zaini, scusate/permesso/excuseme/perdona, spintonare un po’ e – in casi estremi – sfoderare in diverse lingue la minaccia “se non mi fate passare non apriamo il locale”. Quando invece comincio alle 11, siamo costretti a sistemare i tavoli, apparecchiare, tagliare i dolci e scrivere il menù sempre sotto lo sguardo vigile ed inquietante della parata di zombie accalcati contro i vetri del locale. Ma è solo all’apertura delle porte che comincia il vero spettacolo. Tutti hanno fretta di sedersi, tutti hanno fretta di ordinare, tutti hanno fretta di ricevere i piatti, ma nessuno mai ha fretta di andarsene, per lasciare il posto ai prossimi walking dead che li guardano sbavando dalle finestre.


I clienti sono studenti, anziani, stranieri, bolognesi, siciliani, campani, manager, punkabbestia, veneti, famiglie, coppie. Tutti accomunati da una sola caratteristica: l’incapacità di fare domande intelligenti. “Scusa, il bagno è dove c’è scritto bagno?”, “Per andare al piano di sotto bisogna scendere le scale?”,“La torta al cioccolato è al cioccolato?”, “Se la porta della toilette è chiusa significa che è occupata?”; intervallate da invenzioni metafisiche come la famosissima caraffa di vino da due quarti (evidentemente più capiente di quella da mezzo litro che appare in menù), il fondamentale cucchiaio per mangiare le tagliatelle al ragù, il cappuccino come bevanda ideale per accompagnare i tortellini in brodo.
Nessuno di noi camerieri è razzista: noi odiamo tutti con la stessa intensità. Però è vero che clienti di origini diverse hanno caratteristiche e comportamenti diversi. I cinesi, ad esempio, arrivano in grandi tavolate, mostrano le foto di quel che vogliono ordinare, ci rimangono male perché non facciamo gli spaghetti alla carbonara. I tedeschi sono scioccati dal fatto che esiste il vino bianco sia fermo che frizzante, mangiano le tagliatelle col pane, ci rimangono male perché non facciamo gli spaghetti alla carbonara. I giapponesi sfoderano una strana lente attaccata al telefonino, traducono il menù con google translate, ci rimangono male perché non facciamo gli spaghetti alla carbonara. Poi ci sono gli spagnoli. Che oltre a rimanerci male perché non facciamo gli spaghetti alla carbonara, sono di una maleducazione peculiare e sconvolgente. Nonostante padroneggino la lingua europea in assoluto più simile all’italiano, non ne conoscono una sola parola: né un misero “ciao”, né un utile “grazie”, figuriamoci il “buonasera”. Entrano urlando hola come se fossero in un locale qualunque di Barcellona, chiedono una mesa para seis, e anche di fronte al più resiliente di noi, pronto a fingere di non capire, continuano a vomitare parole a raffica in castellano stretto, vogliono una cuchara, un cazzo di plato para compartir, e dicono che il postre està muy rico. L’assoluta risolutezza con cui insistono a non piegarsi ad alcuna lingua straniera ha costretto tutti noi ad apprendere la loro. E se ti opponi all’egemonia, beh allora sei un racista de mierda. Non fai i conti separati? Racista de mierda. Non accetti prenotazioni? Racista de mierda. Non importa se in Osteria vigono le stesse regole da 50 anni per chi arriva da Berlino come per chi vive in Cirenaica: se non fai quello che si aspettano, allora ce l’hai su con tutta la loro stirpe.


A me questo sembra il più aggressivo degli atteggiamenti. Impongono la loro presenza, la loro lingua, le loro abitudini e le loro esigenze, e chi si permette di obiettare, viene offeso. E nel più subdolo e doloroso dei modi, ovvero avvallando quell’idea di italiano razzista ed ottuso diffusa in Europa grazie al fatto che abbiamo la Lega al governo. Mi chiedo perché non si possa viaggiare e conoscere l’altro affrontando con apertura e curiosità le differenze, accettandone la logica e le regole, facendo proprio quel che ci piace, vivendo con distaccata consapevolezza quel che non ci sentiamo di condividere. Perché non imparare a dire “ciao”, “cucchiaio e “tavolo”, perché non assaggiare i piatti davvero tipici invece di lamentarsi per l’assenza di quelli ritenuti tipici. Perché non ascoltare il nuovo, invece di procedere assordati dalle proprie convinzioni. Le cose belle della vita sono una sorpresa, non il riempimento automatico delle nostre aspettative. E magari se smettessero di chiederceli con insistenza potremmo persino mettere in menù gli spaghetti alla carbonara.

‘A ggiornalista fallita

Di solito la gente tira le somme della propria vita in punto di morte; a me capita ogni anno alla cena di Natale milanese. Generalmente la ospita quella tra noi che ha la casa più grande e meglio arredata (io vivo in un bilocale con i muri azzurri ed i mobili gialli), le altre lasciano a casa i loro figli o i figli dei loro compagni (io ho un cane nero con le sopracciglia bionde), si parla per qualche decina di minuti delle loro adultissime scelte di vita (io non so decidere se fare un nuovo tatuaggio a colori o in bianco e nero), poi si voltano tutte verso di me e attendono con ansia che io racconti per il resto della serata di quella volta in cui per sbaglio ho dato appuntamento a due tizi nello stesso posto, o di quello che mi sono dimenticata al ristorante e sono tornata a prendere dopo dieci minuti.


Il giorno dopo, di solito, mi sveglio con un filo di depressione, vado ad una mostra, compro un pellicciotto sintetico da H&M e chiamo Daria, la mia ex collega ed ex migliore amica (ex soltanto perché vive a Barcellona, ha due bambine, un neo marito, scrive, traduce, ha un bellissimo blog e persino il tempo di farsi sfrangiare i coglioni dalla sottoscritta). Al mio generico sproloquio sul fatto che conduco una vita adolescenziale mentre tutti intorno fanno figli, hanno lavori serissimi e case arredate Kartell, mentre io ho appesa in salotto una foto autografata di David Copperfield per ricordarmi di quella volta in cui mi fece sparire, la saggia Daria risponde che io in una casa arredata Kartell con figli e marito mi romperei le palle dopo 20 minuti. Poi mi ricorda che un lavoro serissimo ce lo avevamo anche noi – in un passato nemmeno troppo remoto – che ricevevamo inviti a feste ambitissime, intervistavamo gente famosissima, subivamo mobbing violentissimo, piangevamo tanto, scrivevamo sempre meno, cliccavamo ogni giorno su migliaia di e-mail, odiavamo la suoneria del telefono aziendale che interrompeva ogni fottuto pensiero. “Io avevo i brufoli in faccia e tu prendevi le gocce per dormire”, conclude Daria. Chiudo la telefonata e penso che non è poi così male avere 20 anni a 40 anni.


Da bambina sognavo di diventare giornalista o camionista: pensandoci bene credo di aver realizzato entrambi i desideri. Il giornalismo è stato un mestiere per gran parte della mia vita, il camionismo uno stile di vita per sempre. E proprio il mio essere una grezza giramondo, capace di dormire in qualsiasi posizione ed adattarsi a qualunque circostanza, mi ha salvata dalla depressione quando il giornale per cui lavoravo con Daria è fallito miseramente, lasciando me una disoccupata qualunque. Non sapendo bene come scassinare il ponte levatoio del mio castello di autocommiserazione, ne sono uscita dall’unica strada che conoscevo: quella che avevo percorso a 20 anni. E così, risparmiandovi i dettagli sul tragitto, oggi faccio la cameriera in un’osteria del centro: un locale storico e trafficatissimo, in cui lavora gente tatuata e stilosa che casualmente ha qualcos’altro da dire ma un sacco di bollette da pagare. Il mio capo è uno scrittore, il mio collega un noto musicista, poi c’è l’editore, il cantante, l’artista. Io – per definizione dello scontroso magazziniere di Avellino – sono ‘a ggiornalista fallita.
Punti di vista. Perché al lavoro ci vado in motorino cantando a squarciagola mentre sorpasso le auto bloccate nel traffico, metà settimana la passo a casa, ho turni flessibili, un contratto di lavoro, la libertà di scrivere solo ed esclusivamente quello che mi piace, una ventina di colleghi che sono per me una famiglia, la notte dormo tranquilla e – non ultimo – posso sfoggiare tutte le magliette dei gruppi comprate in decenni di concerti. E sì, vivo in un bilocale con i muri azzurri ed i mobili gialli in compagnia del mio cane sosia di Paul Weller, ho un sacco di storie divertenti da raccontare alle cene di Natale milanesi, e non so quanti di voi possano vantarsi di quella volta in cui David Copperfield li ha fatti sparire.

Leoni da tastiera

Quando avevo 16 anni – nel Pleistocene – le mie amiche ed io aspettavamo con ansia che arrivasse una dedica per noi su Radio Tombo “lafinedelmondo” e studiavamo per mesi l’outfit adatto alla trimestrale festa al Bar Charlie, in cui possibilmente si finiva per limonare col figo del paese, che poi poteva stupirti con la leggendaria musicassetta piena dei suoi pezzi preferiti, con i titoli scritti a mano solo per te.
Oggi limonare è sopravvalutatissimo, le lettere d’amore sono una perdita di tempo (perché sprecare tempo e carta quando puoi comodamente mandare un messaggio vocale di 47 minuti?), se va bene uno ti gira il link alla sua playlist Spotify e le feste non si organizzano più, tanto il figo del paese lo puoi beccare su Tinder (e forse anche su Grinder). Oggi funziona che conosci uno, ti chiede l’amicizia su Facebook, e da lì in avanti fortunate quelle che sono riuscite ad incontrarlo dal vivo.

Le nuove tecnologie hanno dato vita a quella categoria di uomini che io chiamo “Leoni da tastiera”: ipercomunicativi dietro lo schermo illuminato del loro telefonino, evanescenti nell’interazione dal vivo. Con loro la vita è tutto un tintinnare di messaggini, è tutta una condivisione di oggi ho fatto questo (foto), oggi ho mangiato quello (foto), guarda il mio gatto che dorme (foto), guarda mio figlio che gioca (foto, possibilmente di lui con la prole, generalmente scattata dalla moglie), guarda il tiramisù che mi hanno servito al ristorante (foto). Ti svegli la mattina e c’è già la notifica di un bel messaggio, con allegata la foto del panorama dalla finestra del bagno, nel quale probabilmente ha appena cagato il tiramisù di cui sopra.
Ai whatsapp costanti si aggiungono follow di qua, mi piace di là, cuoricini a destra e sinistra, utilissimi poke: il tutto orchestrato con una professionale padronanza dello psicomarketing dei social, dove il like è strategico ma la sua assenza persino di più.

Il Leone da tastiera si concede dal vivo il minimo indispensabile per lasciarti intendere di avere una relazione con lui: requisito base per poter mandare avanti il teatrino dell’assillo telematico. Poi – solitamente – sparisce. Inspiegabilmente e improvvisamente interrompe la sfrangiatura di coglioni quotidiana per volatilizzarsi da qualche parte nel cosmo, lasciandoti orfana delle sue attenzioni virtuali, a cui alla fine (ma dai!) ti eri pure affezionata. Niente più buongiorno, addio buonanotte, finite le foto, spariti i like, i poke, i follow, scomparsi i vocali di 20 minuti, no more cuoricini per te. Se fino ad ora sembravi essere l’unica ragione di esistere del suo telefonino e dei suoi social account, all’improvviso sei stata gettata nel bidone dell’oblio telematico come un sacchetto di avanzi nell’umido. E questa cosa – diciamolo pure – accende il pulsante di una disperazione senza fine (e senza motivo). Ti manca lui, il suo gatto che dorme, suo figlio che gioca, il tiramisù nella tazza del cesso con panorama. Ti struggi nel senso di colpa, ti domandi cosa può averlo spinto a sparire senza spiegazioni, il tuo cervello cerca con ansia il finale di un’informazione che resterà per sempre incompleta. Ti senti annullata come la modifica ad un file fatta per sbaglio.
Ai tempi delle feste al Bar Charlie, se il figo di turno smetteva di essere interessato a te era costretto a portarti dietro qualche muretto e dirtelo in faccia. Poi c’erano i fifoni (per nulla fighi) che semplicemente ti ignoravano. Oggi il procedimento è più o meno lo stesso, con la differenza che i mezzi a disposizione di un vigliacco che vuole evitarti sono tantissimi, ed invadenti tanto quanto quelli con cui si è virtualmente insinuato nella tua vita e nella tua quotidianità.

Non si può cambiare la natura di un codardo narcisista, si può solo decidere di schivare la pioggia di meteoriti di tutti quelli che non rischiano nulla, che non osano, che non regalano un fiore vero invece di un emoticon, che non vengono a prenderti invece di mandarti 50 messaggi, che non scrivono un biglietto invece di un vocal, che non ti portano a vedere un panorama per abbracciarti, davanti a quel panorama. I Leoni da tastiera offrono dimostrazioni d’affetto effimere e virtuali così come il loro interesse. Lasciamoli regnare su quel piccolo smart-mondo che sono in grado di padroneggiare, e usciamo con un figo vero.

(Se volete approfondire l’argomento, leggete l’articolo che ho scritto su IoDonna)

I Led Zeppelin sono tutti morti

La mia vita da ex è cominciata quattro anni fa. In una calda giornata di giugno sono diventata un’ex giornalista, in una fredda sera di novembre sono diventata l’ex del mio ex. Dopo dodici anni. Trascorsi in quell’intervallo nontantoimportantedellavita che va dai 23 ai 35 anni, e che porta una ragazzina composta per il 100% da alcol, spensieratezza e rock’n’roll ad essere una donna composta per il 90% da alcol, paranoie e rock’n’roll. E per il restante 10% dalle rughe della mummia di Ötzi.

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Il primo anno da single l’ho trascorso rinchiusa in un castello di vittimismo e piagnisteo, dal quale guardavo con invidia le amiche uscire di casa e inciampare nell’uomo della loro vita (che nel tempo libero picchia i bambini e scuoia i gattini ma vedeste come le ama), osservavo in silenzio le felicissime coppie di amici litigare perché cazzo sei un idiota hai messo il cartone del latte nell’indifferenziata, mentre io mi trinceravo dietro ad una serie di educati rifiuti, eleganti dinieghi e benvenuti nel regno delle fighe di legno.

Ad un certo punto (Signore, perché??) ho pensato bene di chiudere il chakra dell’autocommiserazione, ed aprire uno spiraglio di interesse per una pseudo vita sociale. Di lì la discesa negli inferi. Nei tre anni a seguire ho avuto storie più o meno durature con:

  • lo sposato con figli che ti ama ma non lascerà mai la moglie e i figli;
  • il fidanzato convivente che ti ama ma devi lasciarmi il tempo di lasciarla;
  • il lasciato dopo 10 anni che ti ama ma non si rassegna (e ha un serio problema di alcolismo);
  • quello che vive a 800 km di distanza che ti ama ma stiamo lontani e non ho voglia di sbattermi.

Al momento – su suggerimento del mio amico Bepi – sono alla ricerca di un malato terminale.

Diranno gli haters che me la sono cercata. Assolutamente sì. Mi sono cercata uomini sentimentalmente impegnati, fisicamente lontani, emotivamente indisponibili per poter conservare uno spazio in cui vivere la mia relazione perfetta (e immaginaria), che sarebbe durata al massimo 48 ore se avessi avuto davanti uno che mi dava del’idiota perché avevo messo il cartone del latte nell’indifferenziata. Nella distanza fisica ed emotiva ho coltivato la mia idea di uomini perfettamente adatti a me, fingendo che non fosse importante se confondevano i Clash con i Cure, se a casa avevano una moglie incapace di differenziare i rifiuti che tradivano con me e probabilmente con altre sedici, o se nel tempo libero picchiavano bambini e scuoiavano i gattini. Poi, però, la vita ti tira sempre quella secchiata d’acqua gelida che ti fa tornare sulla terra, che può essere la volta in cui uno ti chiede perché ascolti i Led Zeppelin che sono tutti morti, o quella in cui sbaglia per la 28esima volta un congiuntivo.

L’amore dura finché dura la fantasia. Incontriamo una persona che ci attrae per qualche motivo e la avvolgiamo in una coperta immaginaria fatta di desideri e aspettative, ma a volte la coperta si fa troppo pesante e scappano loro, altre volte ci accorgiamo noi stesse di aver avvolto un cumulo di rifiuti, poi c’è quella volta in cui sotto la coltre delle nostre proiezioni c’è una persona migliore di quel che speravamo.