Checrudezza.com

Si stava meglio quando si stava meglio. E si scriveva di stronzate, casi umani da interpretare, paturnie varie ed eventuali da risolvere con una damigiana di fiori di Bach. Poi le uscite sono diventate videochiamate, le serate pomeriggi, la priorità sopravvivere. Il mio blog si è macchiato di tutta la frustrazione intorno, ho cominciato a parlare (da sola) di quarantena e paura, di soddisfazioni e solitudine, emulando a parole l’altalena emotiva che avevo dentro. Oggi rallegratevi perché si parla di morte.

Uno dei primi incarichi che mi ha assegnato la mia nuova capa è stato scrivere un articolo su tutti i lutti celebri del 2020. Figo il fantamorto, ho pensato. Presa dall’entusiasmo ho subito aperto una bozza e cominciato un attacco su quanto funesto sia stato questo anno incredibile.
L’ispirazione si è interrotta a più riprese dalla polemiche sulle piste da sci chiuse a causa del coronavirus, da Zaia che si scaglia contro il governo, i negozianti che insorgono, i ristoratori che si lamentano, gli sciatori che inveiscono. Ho aperto e chiuso dieci volte la mia bozza salvata con la parola chiave “funesto”. Ho scritto un paragrafo su Maradona e l’entusiasmo ha cominciato a vacillare.
Ho dato un’occhiata al notiziario per distrarmi, c’era il bollettino della Protezione Civile: 993 morti. Tutti intorno a me hanno commentato “il giorno del record”, come se il primato potesse rendere ancora più impersonale quel numero, vite spente di persone, padri, madri, figli, zii, amici, amori di qualcuno che in quel momento sicuramente stava piangendo, mentre io cercavo foto di montagne innevate che quest’anno no, non si va a sciare. Il pezzo funesto non mi andava più di aprirlo, perché i famosi morti quest’anno saranno pure tanti, ma non sono 993 sconosciuti di cui non so il nome, finiti in un bollettino che tutti i giorni, puntuale, si infila nel notiziario tra il recovery fund e un presepe sommerso.
Un giorno di luglio in quel bollettino c’era una persona che conoscevo, o meglio che ammiravo attraverso gli occhi verdi di sua figlia, che da vent’anni mi guardano in faccia quando ridiamo e piangiamo (sempre e solo io) davanti a una birra (o dieci). Chissà cosa penserà lei del mio articolo sui morti famosi. Chissà se lei ha trovato la forza di dispiacersi anche per Ennio Morricone o Ezio Bosso, dopo aver lasciato andare l’essere umano che più amava in questo mondo, ed essere stata costretta a leggere in quel numero insignificante ed effimero la fine di una storia di vita.

Sono cresciuta in una delle quattro case coloniche di un minuscolo borgo nei pressi di Grizzana Morandi. Mio nonno era un contadino di poche parole che mangiava caramelle alla menta mentre zappava con i pantaloni di velluto a coste, mio zio allevava quaglie e fagiani, che poi lui, mio padre e i miei cugini cacciavano nei campi. Li facevano alzare dal cane e gli sparavano col fucile quando erano a mezz’aria, nel momento in cui assaporavano la libertà dopo una (breve) vita in gabbia. I setter vivevano anche loro in una gabbia tutti insieme, d’estate e d’inverno, quando non erano legati alla catena nell’aia davanti a casa, a guardare un mondo intorno che non potevano raggiungere.
Io ero la più piccola e per questo molto sola, con una testa immaginifica inspiegabilmente libera dai pregiudizi: per me la vita è sempre stata vita, non importa in quale forma. Gli animali erano i miei unici amici. Tutti. Avevo dato un nome alle galline che mi correvano incontro la mattina, avevo un’oca di nome QuiQui che mi seguiva ovunque, accarezzavo i coniglietti, vivevo in simbiosi con Aquila Nera, un piccione caduto dal nido che era cresciuto con me e si appollaiava sempre sulla mia spalla. Adoravo i topolini, davo il cocomero ai maiali e la sera raccoglievo rospi giganteschi che tenevo in braccio e portavo in cameretta terrorizzando mia madre e le mie zie.
C’è stato un momento, una specie di epifania, in cui mi sono chiesta che senso avesse far nascere animali, crescerli e accudirli, persino salvarli qualche volta, per poi un giorno – arbitrariamente – ucciderli senza pensarci troppo, ed eventualmente mangiarli. E quella crudezza, quella superiorità acquisita che ci permette di decidere quando e come interrompere una vita, mi sono resa conto molto presto che non mi apparteneva.

Domenica mi sono svegliata e ho cominciato ad ascoltare Cosmic Dancer dei T-Rex in loop, fino a quando mi sono intristita pensando a quanti altri capolavori avrebbe potuto scrivere Marc Bolan se non fosse morto in un incidente stradale a 29 anni. Lui non c’è più: la sua esistenza terrena si è spenta 43 anni fa. A noi è rimasto questo: la sua voce dolce e perfetta che ripete “dancing” con l’accento inglese, la chitarra che culla quel mantra e si increspa quando entra la batteria.

Stamattina ho trovato finalmente un momento per leggere (mentre salivo cinque piani di scale a piedi, che se vogliamo è una forma di morte) e ho estratto dalla borsa una copia de L’Espresso, che ogni anno dedica il numero dicembre al protagonista dei dodici mesi appena trascorsi. Il personaggio del 2020 – ma dai – è la morte. Ho girato la copertina inquietante con un fotogramma della partita a scacchi de Il settimo sigillo di Bergman, su cui hanno photoshoppato il primo bambino nato nel gennaio scorso. Mi sono fermata sull’articolo di Massimo Cacciari: “Aver cura di morire significa, allora, ‘lavorare’ la propria esistenza nell’attesa che la morte possa rappresentare per noi un compimento”. Per poter affrontare la morte, secondo il filosofo, bisogna non solo vivere la vita tanto intensamente da farsi trovare sempre pronti, ma soprattutto avere due cose: “un Fine e degli Eredi”.

Non avendo figli a cui trasmettere le mie innate qualità (chessò, la mia capacità di reggere l’alcool o l’utilissima maestria nell’afferrare gli oggetti con i piedi) mi sono partiti una serie di pensieri in stile Battiato su cosa resterà del mio transito terrestre. Magari sopravviverà questo blog come monito alle generazioni future, che sulle mie stronzate fonderanno un culto religioso. Forse resteranno i sorrisi che amo fare agli sconosciuti per strada, che prima o poi chiameranno un Tso e quindi lascerò in eredità le mie memorie da una clinica psichiatrica.

Non ho grandi certezze sugli Eredi, il Fine è certamente la felicità. Ed è un lavoro di costanza, fatto di piccoli momenti unici tenuti insieme proprio dalla consapevolezza che non siamo eterni. Forse il segreto per non temere la morte è semplicemente vivere. Guardarsi intorno, raccogliere impressioni, ma anche bere birre, ridere, ascoltare canzoni, diventare le persone che un giorno saranno ricordate da qualcuno che conosce l’esistenza dietro quel numero. Non ci si può pentire di aver dato il massimo, fa soffrire un po’ meno l’idea di separarsi da qualcuno che non avremmo potuto amare di più. Dare tutto per essere pronti al niente.

E ora andate e spargete il Verbo del fancazzismo.

Urbi et orbi (ma soprattutto orbi)

Quando vivevo a Milano assistevo sempre ai saluti tra i miei due amici toscani: «Sicché?» domandava Jacopo, «Sicché niente» rispondeva Gilberto, poi si partiva verso il Frida con una sigaretta in bocca.

Ecco la mia quarantena è una lunga serie di “Sicché niente”, intervallati da qualche (non) contatto con umani dalla pelle pixelata e lunghi scambi di consapevolezze con le mie amiche romagnole, che di tempo per rimuginare direi che ne abbiamo in abbondanza.

Tralasciando i miei profondi e non richiesti pensieri sul cosmo e le infamate ai casi umani che frequentano le app per incontri, la cosa che mi ha stupito di più dell’isolamento forzato è che si è trasformato un po’ per tutti in una sorta di indulto sentimentale, una benedizione urbi et orbi (ma soprattutto orbi), uno spargimento di seconde possibilità neanche fossero granaglie ai piccioni.

Al giro di boa della quarta settimana chiusa in casa da sola con quel martire del mio cane, comincio ad aspettare con ansia i saluti da giardino a giardino col mio vicino geppo, che fino ad oggi avrei sempre preso a sprangate nella schiena perché lascia che suo figlio sociopatico giochi a pallone in casa, facendomi rivivere ogni fottuto giorno il terremoto dell’Irpinia. Si parla sempre e solo di argomenti futili e poltica livello base, ma tra uno «Speriamo che i no vax abbiano imparato qualcosa» e i consigli non richiesti sulle aziende agricole della zona «Che è sempre meglio comprare dagli italiani», mi verrebbe quasi voglia di tirare giù il muro di lauro che ho fatto crescere negli anni proprio per non guardare in faccia il poveretto.

Poi c’è il pelatone che vive sopra ai geppi, che io ho sempre snobbato perché è il classico palestrato color cuoio con i rayban a goccia, però al giorno 28 di reclusione, ho cominciato a sistemarmi prima di uscire in giardino la mattina, perché il geppo sarà anche sepolto da una siepe di quattro metri, ma il manzo muscoloso dal terzo piano mi vede e mi sorride ogni mattina mentre suda a torso nudo sulla cyclette sistemata sul terrazzino di un metro quadro e prende il sole, che non sia mai che si sbiadisca senza lampade. (Ecco, diciamo che con lui potrei aver rovinato tutto quando l’altro giorno mi sono addormentata sulla sdraio ancora ubriaca dalla skype call della sera prima, e temo abbia anche zoomato sulla striscia di bava che ho lasciato sull’edizione economica di Please Kill Me).

Non parliamo poi di amici che non sentivi dal tempo in cui eri nei lupetti e ti insegnavano cose utilissime per la tua vita adulta come cagare in un cesso chimico o incidere il tuo nome su un tappo di sughero, o quelli che hai conosciuto ad una dancehall in Salento 185 anni fa, quando nemmeno ti ricordavi il tuo di nome, figurarsi quello del fricchettone con i cani: in questo periodo sono tutti grandi amici bubicachiluli, e stavolta davvero la cena la facciamo, e poi prometto che vengo a trovarti, e ti posso garantire che ti ho pensato sempre in questi 93 anni di assenza, no – ma scherzi – tvb tantissimo anche io. Da quando non puoi parlarci, ogni essere umano sta davvero combattendo una battaglia di cui non sai nulla, ma ora vorresti conoscerne anche il minimo dettaglio. Qualsiasi voce non “metallizzata” dal segnale di merda del WiFi è una possibile interazione umana, ogni sorriso scambiato dietro la mascherina mentre imprechi in coda alla Coop è un segnale che ancora non sei un vampiro, ma un animale sociale che sta soffrendo la totale mancanza di convivialità.

Di contro – e qui lascerò di stucco i miei quattro fan accaniti – tutta questa mancanza di abbracciatone con i miei colleghi polacchi, tutto questo non toccarsi, non parlarsi, non annusarsi, tutto questo bisogno di amicizia e condivisione, tutta questa nostalgia delle chiacchiere a notte fonda davanti ad una pinta di Augustiner fresca (e al barista figo), ha preso il sopravvento sulla mia ricerca spasmodica del grande amore. Ho cominciato a bloccare gli stalker da social network (ah raga è una dipendenza, una volta imparato volevo bloccare anche il mio medico di famiglia), ho aperto e chiuso dopo sole otto ore il mio primo profilo su una app per il dating online (i dialoghi erano fantastici: «Ah fai l’infermiere, sarai impegnatissimo immagino» – «Sì. Quanto sei alta?»), e ho accettato l’idea che posso sopravvivere anche se non ho qualcuno a cui mandare la buonanotte.

Del resto il buongiorno posso darlo al vicino geppo di là dalla siepe, posso sorridere al pelato col petto lucido del terzo piano, e magari hanno ragione le mie amiche e finita la quarantena la daremo a tutti quelli che ce la chiederanno, ma per ora quel che mi manca di più sono i sorrisi, la complicità, le carezze, e forse anche la splendida casualità con cui fuori da qui puoi incrociare lo sguardo benevolo di qualcuno senza doverti dare appuntamento su Zoom.

Mostri cattivi

Grazie a questa quarantena, anche gli uomini avranno capito come ci si sente in pre-mestruo. Il mio umore cambia radicalmente da una stanza all’altra, e faccio notare che vivo in un bilocale. Entro in bagno euforica, pronta per truccarmi e acconciarmi che manco alla cresima, e ne esco con gli occhi di panda e le chiappe quadrate dopo essere stata venti minuti seduta sulla tazza a piangere disperata. Cucino ballando le mie verdurine, per poi condire con le lacrime le zucchine al curry e il riso basmati. Radiosa e brillante (ubriaca) in videochat, gattara senzatetto in cameretta.

(Questa foto è stata scattata a novembre 2019)

Visto che in questi giorni quasi nessuno ha una cippa da fare, ecco che proliferano online gli inutili e non richiesti articoloni di espertoni sulla qualsiasi. Ogni situazione ha un nome, ogni emozione un’etichetta, ogni tragedia una ragione (generalmente da ricercare in un’infanzia drammatica, fatta di cioccolatini negati e barbie rasate a zero). Ieri mi è dunque capitato tra le mani (o meglio tra i giga) il testo imprescindibile che spiegava l’ormai conclamata “depressione da quarantena”: un sentimento di sconforto, dovuto al fatto che la nostre psiche sta affrontando un evento completamente inedito che non ha idea di come fronteggiare, e quindi ha bisogno di tempo per adattarsi alla nuova condizione. Mi è sembrata la cosa più cretina che ho sentito nelle ultime settimane, e posso garantire che fra complotti, 5G, disinfettanti con gli elicotteri e tedeschi che non si ammalano ne ho sentite davvero parecchie.

Vorrei capire quali sono gli eventi “editi” della nostra carriera sulla terra; a cosa siamo realmente preparati psicologicamente; quale evento gioioso o drammatico siamo pronti ad affrontare perché ne conosciamo l’entità e le conseguenze; quando cazzo mai. Vorrei sapere se qualcuno si è mai sentito sereno nel seppellire un suo parente perché tanto dai, alla fine è già morta anche la nonna, cosa vuoi che sia. Vorrei mi dicessero se posso smettere di cercare la felicità, tanto a 40 anni sono già stata felice altre volte, cazzomene: sarà sempre la stessa storia.

Ci sono cose che davvero non capisco della psicologia e degli psicologi, ma altre che mi sono estremamente chiare. Ieri è morta mia zia da sola, in un letto di ospedale. Aveva 80 anni ed era malata da tempo, ma nessuno di noi ha potuto salutarla, nessuno di noi potrà seppellirla, ed io non potrò abbracciare mia madre che sta a cinque chilometri da casa mia e che ha perso sua sorella. E questo è indubitabilmente TRISTE.

La mia migliore amica da giorni ha tutta la famiglia in ospedale: la mamma allettata con l’ossigeno, il papà intubato, il nonno tenuto in vita per miracolo e la nonna ci ha lasciati la notte scorsa. Lei, a casa da sola in isolamento forzato, aspetta ogni sera la chiamata di uno dei tre ospedali per avere notizie delle persone più importanti della sua vita. E non ha nemmeno la possibilità di recuperare la fede nuziale della nonna. E questo è incredibilmente, indubitabilmente TRISTE.

Ci sono eventi in questa vita che sono oggettivamente drammatici e difficili da affrontare, quello che sta succedendo là fuori dal mio bilocale è uno di questi. E per quanto io ami fare la cogliona superificiale che fa ridere con le battute sagaci, ci sono momenti in cui mi siedo sulla tazza e tutto questo dolore prende il sopravvento sui buoni propositi, i manicaretti salutisti, le chiappesode, la casa splendente e la rinascita dal fango.
Poi mi appare in videochiamata mia nipote Bianca, 3 anni, che non capisce perché piango e mi chiede se può guardare Harry Potter: “Stai tranquilla zia, i mostri cattivi io li ho già visti e non mi fanno paura”.

Quaranteen

Non esco di casa da tredici giorni. I primi sette li ho trascorsi deambulando in pigiama tra letto e divano, immersa quasi costantemente in un Instagram-mondo fatto di gente con fiori in faccia, lune in fronte, pelle di pesca, guance luminescenti, orsetti gommosi sulla testa, e raga se avessi saputo che andavano tanto di moda le lentiggini avrei fatto l’influencer.

Ho alternato Netflix a piantarelli insensati, skypato la mia disperazione alle amiche all’estero che ancora non avevano idea di cosa stesse succedendo, ho persino creato un profilo in un sito di incontri con la speranza di trovare qualcuno con cui fare quattro chiacchiere in quarantena (profilo cancellato dopo sole otto ore all’ennesima richiesta di “foto tette”). Ho versato qualche lacrima pensando al compleanno che passerò in casa ad ubriacarmi da sola invece che in Giordania con mia sorella, e al 50esimo anniversario di matrimonio dei miei genitori, per il quale avevo preparato album fotografici e cenoni con i parenti. Ho corretto tutti i congiuntivi nei testi delle canzoni dei Lunapop, che il mio vicino si ostina a cantare a squarciagola ogni pomeriggio alle 18, e lasciato che il mio cane trasformasse il giardino in un campo minato di merde.

Poi una mattina mi sono svegliata presto e ho capito che solo io posso decidere se questo tempo indefinito di reclusione che ho davanti è un’opportunità oppure una condanna. Ho indossato la mia maglietta leopardata preferita (ragazze, quando avrete 40 anni capirete) e ho stabilito un piano serrato per sfruttare al meglio la nullafacenza. In cinque giorni ho messo insieme tante di quelle nuove abitudini da dovermi segnare in agenda le conference call con gli amici. Ho imparato grazie ad un tutorial a farmi le fondamentali “beach waves” con la piastra per capelli, sto cucinando piatti equilibrati e leggeri che mai avrei pensato di essere in grado di realizzare; faccio pilates tre giorni a settimana con un workout in diretta su Instagram che si chiama “chiappasoda”, e ieri sono caduta per terra praticando yoga davanti al computer (livello flessibilità: Maria De Filippi). Ho pulito tutta la libreria, spolverando volume per volume, e riordinato i libri per contenuto: musica, arte, narrativa prefe, narrativa a caso, pirati, poesie, guide. Ho messo a posto tutte le foto e districato fili elettrici nel leggendario scatolone “cavi” che tutti noi teniamo da qualche parte nell’armadio; ho sentito e consolato gli amici, anche quelli che vivono lontano, ho scoperto di amare lo yogurt di soia e di avere tantissimo bisogno di mollette colorate per i capelli.

Ho ascoltato musica che non sentivo da anni, e poi ho scritto: favole, racconti, diari, battute divertenti, messaggi d’amore. Ho scritto per me, mi sono vestita e truccata per me, voglio essere in forma per me, voglio imparare cose nuove per me. Questo isolamento forzato lontano da tutti è forse il momento perfetto per reimparare a conoscermi ed eventualmente reinnamorarmi. Capire cosa desidero e dove vorrei arrivare, libera dal giudizio e dalle opinioni dei miei genitori, di mia sorella, degli amici, dei conoscenti. Siamo io ed io in questa vacanza introspettiva alla ricerca delle mie qualità, e sono certa che da questa esperienza assurda uscirò migliore di come ci sono entrata. Di sicuro avrò una casa pulitissima e capelli molto più alla moda, conoscerò mio malgrado tutti i testi dei Lunapop e – se sopravvivo allo yoga – avrò le chiappe più sode del west.

Holiday On Ice

Da sei giorni non ho alcuna interazione umana “reale”, eccetto il cassiere della Coop che giovedì scorso, borbottando dietro una mascherina chirurgica, mi ha chiesto se colleziono i bollini, e mia madre che gesticola attraverso la vetrata del pianerottolo in cui le lascio la spesa: un paio di minuti al massimo, poi scappo in auto perché mi viene regolarmente da piangere senza motivo.

Solitudine, isolamento. Concetti che in questi anni ho temuto ed agognato, disprezzato e desiderato. Oggi obbligatori e fatti di telefonate lunghissime, vocali eterni, flash mob, facetime, dirette su Instagram, shopping online, ti chiamo dopo, ci vediamo su Skype, aperitivo in conference call.
Io stamattina mi sono alzata col mal di schiena, ho aperto le finestre, fatto colazione, una doccia calda, ho asciugato i capelli e li ho persino spazzolati, ho infilato i leggings neri e la felpa nera (che non c’è un cazzo da stare allegri). Mi sono guardata nello specchio e ho pensato che forse dovrei farmi una maschera, o truccarmi un po’, o magari mettere lo smalto rosso che fa tanto figa francese stilosa. Poi ho anche pensato: ma per chi. Non sono una farmacista, un’influencer di Instagram che fa le dirette con gli amici fighi, una personal trainer intelaiata che pubblica gli esercizi per rassodare le chiappe, non faccio la cassiera della Coop dove riesco almeno a propinare bollini. Non posso uscire dal mio bilocale se non per far fare al cane il giro dell’isolato (tanto poi mi caga in giardino), e il vestito di paillettes in stile Holiday On Ice potrebbe intralciarmi nel cammino.

Va da sé che lo scenario apocalittico è ideale per rimuginare sugli errori del passato, imparanoiarsi sul presente e deprimersi per il futuro. L’eventuale fine del mondo scatena il rimpianto per non aver chiesto il numero al barista carino (e il rimorso di averlo dato al caso umano al bancone), la voglia di aprire un account Tinder, la necessità smodata di fare sexting con uno sconosciuto a caso così, tra la tisana e le chips di cavolo nero, per poi non sentirsi mai più. Ma soprattuto la pandemia ha acceso in me il fottuto pulsante del bisogno di affetto e di attenzioni. Così in una settimana di isolamento (e ovulazione, temo) ho mandato a puttane tutti gli sforzi fatti in cinque anni da gran signora a guardar tutti dall’alto del mio cuore di pietra / non vi cago merde.

Nell’ordine ho chiamato il mio ex storico, che ovviamente non ha risposto al telefono. Allora, per paranoia ma soprattutto per principio, gli ho mandato un sms preoccupato, a cui ha fatto seguito risposta telegrafica rassicurante, che ha scatenato il mio sfogo “sono triste, cassintegrata, a casa col cane”, e allora lui giustamente ATREYU, IL NULLA. Poi ho frantumato i coglioni a Giulio, che per sua fortuna vive dall’altra parte del mondo, ma ha fatto l’errore di abituarmi ad un rapporto a tratti morboso fatto di chat notturne (le mie) e vocal ventosi (i suoi), tenuti insieme dal reciproco “ci sono sempre per te”, che quando un uomo ti dice così vorresti non vivesse in Australia per sfidare la quarantena e farti arrestare mentre corri a dargliela, così senza neanche un velo di correttore per le occhiaie. Poi ho scritto al fratello della mia migliore amica: mai visto dal vivo, ma colto e gentile al punto da entrare ad honorem nella rosa dei candidati alla mia prossima ossessione virtuale. Infine sono anche riuscita a rendermi ridicola cercando invano di recuperare il numero del barista carino, che nel frattempo sta però trascorrendo la quarantena in compagnia di un’altra, probabilmente con una ventina d’anni in meno di me e sicuramente una manciata di dignità in più.

Poiché l’isolamento è previsto almeno per altre due settimane, mi riservo la possibilità di mandare un sms al mio ex miglior amico con cui non parlo da otto mesi ma di cui sento la mancanza, di chiamare l’uomo sposato di cui sono stata l’amante per quasi un anno e del quale mi sono liberata a suon di lacrime e terapia, di compilare un profilo su OkCupid e accettare i bollini dal cassiere della Coop, che sostiene di essere svedese di padre arabo e madre pure.

Purtroppo essere consapevoli delle proprie fragilità non basta a tenere insieme i pezzi. So bene di aver tentato tutte queste strade per sfuggire alla solitudine e non rassegnarmi all’idea che non ho nessuno in testa e nel cuore (con cui per altro fare una bella videochiamata in ghingheri), ma ho anche la certezza che quei sentieri mi riportano sempre qui. Al mio bilocale, al mio cane morboso (da chi avrà mai preso?), alle mie occhiaie da intonacare ogni mattina, alle mie lacrime senza senso, alle videochiamate, alle conference call con le mie amiche, alla mia mamma che mi manda i baci dietro il vetro, alla mia voglia di amore e attenzioni, che qualche volta mi fa perdere completamente il lume della ragione, ma per la maggior parte del tempo mi fa essere la pazza dolce e romantica che porta fuori il cane con addosso un vestito da sera.