Casellario esistenziale

Qualche settimana fa, Manu ha mandato nella chat di gruppo Du gambaletti una foto dal tavolino vista porticciolo in cui stava gustando un piatto di pesce con un calice di vino di bianco. La didascalia era un vocale in cui ridendo di un riso amaro diceva: “Se penso a quante cenette romantiche in posti meravigliosi mi sono sparata da sola in questi anni, non so se ridere o piangere”.

Io nell’ultimo mese ho passato i weekend in alcuni dei luoghi più sentimentali del mondo: Roma, il lago di Garda, Venezia, Parigi. Ho viaggiato sempre da sola, spesso per lavoro. D’altronde il romanticismo non ricordo nemmeno esattamente come si manifesti: non ricevo una lettera dagli anni Novanta, nessuno mi prende la mano all’improvviso, non una carezza con la scusa di spostare i capelli, non le ginocchia che si sfiorano sotto al tavolo, figurarsi una cena di pesce vista porto, con la promessa implicita di saltarsi addosso in auto per l’incapacità di resistere fino a casa.

Il romanticismo è agonizzante, ma lo sono anche il sesso, baciarsi, prendersi la mano, il contatto fisico in generale, l’interazione dal vivo, il dialogo, guardarsi negli occhi, vedersi; un po’ è diventato difficile anche stare seduti allo stesso tavolo ignorandosi completamente. Qualcosa si è rotto nella capacità umana di socializzare/conoscersi/piacersi, qualcosa ha preso il posto della condivisione tra i desideri degli uomini, forse la comfort zone di restare a casa a grattarsi e guardare reality show in cui la gente si incontra, si parla, limona, fa sesso e condivide cose.

La vita è diventata una roba da guardare su uno schermo grande o piccolo, non necessariamente da vivere. Perché viverla prevede la possibilità di prendere un sacco di mazzate dal destino: innamorarsi, perdersi, soffrire, piangere anche l’acqua del battesimo, traslocare, ricominciare, ari-soffrire, ari-piangere. Brutto, molto brutto. Quel che non mi sembra chiaro a tutti, però, è che – SPOILERONE – vivere la vita ne prevede anche un’altra, di possibilità, e cioè quella di innamorarsi, stare benone, essere felici, fare sesso, ridere come se non ci fosse un mercoledì prossimo, fare progetti, ari-ridere, ari-stare benone. Bello, molto bello. Eppure non abbastanza per superare la paura di quel 50% di prendersi un palo sui denti.

Succede molto di rado che mi piaccia davvero qualcuno. E se parliamo di amore, credo di averlo sperimentato soltanto due volte in una vita intera. Nonostante questo, affronto sempre con genuina curiosità le nuove conoscenze, cerco di non cedere mai ai pregiudizi, di vivermi le cose lasciandomi portare dalla corrente senza stare lì a rimuginarci troppo. Poi però c’è questo piccolissimo problema che sono eterosessuale e mi piacciono gli uomini. E quelli hanno sempre un bidone di traumi insormontabili da frapporre tra loro e qualsiasi interazione che non riguardi il proprio animale domestico, il calcio o i porno (e spero tanto non approccino tutte e tre le cose con le stesse modalità).

Nella pesca del casumanesimo born in the Seventies/Eighties c’è sempre quello con un’ex ingombrante, sia essa la ex moglie “di m*rda” che lo costringe a mantenere i figli invece di trasferirsi a Bali, o una povera fidanzata che gli ha fatto da madre per sei mesi, prima di rendersi conto che accompagnare un cinquantenne al calcetto non era esattamente quello che desiderava dalla vita. Poi c’è quello che non è ancora certo del suo orientamento sessuale, o di essere interessato al sesso at all, quello che non sa che ruolo potrebbe avere nella tua vita perché vittima di una società patriarcale in cui tu sei troppo autonoma, ti mantieni da sola, guidi da sola, vai ai concerti da sola, e lui alla fine cosa potrebbe fare per te? Quello che si vergogna di avere una casa troppo piccola, una vita caotica, una macchina vecchia, delle abitudini a cui non vorrebbe rinunciare, come se noi invece fossimo lì ad aspettare qualcuno (rigorosamente con villa e auto elettrica) che occupi gli spazi fisici ed emotivi che abbiamo faticosamente costruito in decenni di vita da single.

Come se per me non fossero più importanti gentilezza ed educazione di qualsiasi altra cosa, fisica o materiale.
Come se l’aspetto esteriore non fosse un dettaglio rispetto a quello che vedo dentro agli occhi di qualcuno.
Come se la mia casa non fosse piccola, il mio pandoro un bel vecchietto, come se io mi sentissi un angelo di Victoria’s Secret ogni volta che esco di casa per andare al Lidl.

In passato – quale novità – davo tutta la colpa a me stessa: ero sicuramente io a non essere abbastanza bella, intelligente, brillante, simpatica, autonoma, condiscendente, disponibile, dolce, audace (= mignotta), ricca, magra, giovane, materna, accogliente, distaccata, assertiva, silenziosa. Oggi, con 4 anni di terapia alle spalle (and counting), penso di poter dire con assoluta certezza che il problema non sono quasi mai io, anzi, forse in realtà lo sono ma per motivi opposti a quelli che ho sempre sospettato.

Il mio psicologo dice che sono una donna che occupa una casella esistenziale parecchio ingombrante, e questo non aiuta a tranquillizzare il genere maschile: ho una cultura importante, un’opinione su tutto, una posizione lavorativa seria, un passato glorioso. Ho una vita costruita intorno a me e ai miei desideri, con mattoni fatti di prospettive di soddisfazione e felicità personale. Non sono una ragazzina ingenua in ammirazione, non sono un soggetto facile da conquistare, non sono nemmeno la classica damsel in distress tanto cara a chi ha bisogno di darsi valore rendendosi utile nel principesco salvataggio. Per avere la mia attenzione bisogna spiccare, per piacermi bisogna impegnarsi, per conquistarmi bisogna sbattersi. Almeno un minimo raga, dai.

Invece ultimamente trascorro la mia esistenza – molto poco incline alla pazienza – servendo il mio numero di telefono perché stufa di attenderne la richiesta da parte di uomini apparentemente interessati ma non abbastanza da parlarmi. Faccio di tutto per trovarmi nei pressi di qualcuno che vorrei conoscere, ma che non ha il coraggio di invitarmi. Cerco di essere accogliente con chi si congela in mia presenza: ascolto, sorrido, tocco una spalla, in casi estremi abbraccio pure. Sono stanca raga, ve lo dico. Spesso prevale la voglia di rinunciare e lasciarvi nel buco da cui sembrate non voler uscire per nessun motivo, di certo non per bere una birretta con me.

La mia frustrazione finisce regolarmente nella chat Du Gambaletti, dove scrivo trionfante che il timido di turno incredibilmente mi ha persino parlato, e Bruna mi risponde sorniona:
– “ARDITO!”
– “SPREGIUDICATO!”
Rido tantissimo, ma dello stesso riso amaro con cui Manu accompagnava la foto al porto: davvero sono arrivata al punto di pensare che l’interesse di un uomo possa misurarsi dal fatto che mi rivolge la parola? Per quanto tempo posso pensare di gestire una conoscenza in completa solitudine? Quando succederà che qualcuno uscirà dalla tana per dimostrarmi che mi vuole davvero? Succederà?

Come al solito non ho le risposte, non ce le hanno nemmeno Manu e Bru, altrimenti saremmo tutte e tre nella quarta di copertina di un best seller impilato a piramide nella vetrina di Feltrinelli. Invece stiamo qui a scambiarci cazzate da tre punti diversi del mondo, sperando insieme che alla fine il timido ci stupisca ed estragga la spada per uccidere il drago di paranoie che esiste solo ed esclusivamente nella sua testa, che si convinca di potermi conquistare senza sapere che mi avrebbe già conquistata, semplicemente prendendomi per mano all’improvviso.

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